lunedì 18 maggio 2015
Storie #1/6 - Negli occhi, nel cuore, nelle mani. Basket Paraolimpico
Foto scattate durante le Olimpiadi del Salento. Una sera come altre, poche persone sugli spalti, il vuoto attorno che fa risuonare più diffusamente le voci degli atleti. Che continuano a giocare ben oltre l’orario stabilito, incuranti di pubblico o gratificazioni.
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Storie #1/5 - Ho incontrato Gutenberg Tipografia storica a Città di Castello
Storie #1/3 - La fine d'anno dei senzatetto di Roma
Storie #1/2 - Vite in bilico a Tor Bella Monaca
Storie #1/0 - Terremoto in Abruzzo: Onna e Paganica – Earthquake of L’Aquila
ARCHIVIO FOTOBIETTIVO
Il terremoto del 2009 in Abruzzo nella zona dell'Aquila alle ore 3:32 di Magnitudo Richter 5.8, pari all'ottavo-nono grado della scala Mercalli, con epicentro registrato a cinque chilometri di profondità, la scossa è stata seguita da decine di repliche.
Il terremoto, sentito in tutto il centro Italia, ha causato gravi danni agli edifici di tutta la zona interessata: nel centro storico dell'Aquila sono stati molti i crolli, e molte anche le persone che per paura si sono riversate nelle strade e molte sono state intrappolate tra le macerie. La zona più colpita è nei dintorni di Paganica, nell'epicentro del terremoto. Onna è stata praticamente rasa al suolo.
All'Aquila sono diversi i crolli e le lesioni: Università distrutta, parte dell'Ospedale crollata, subito messo in sicurezza dalla protezione civile, oltre alle decine di crolli di edifici. Danni a edifici e lesioni si riscontrano anche ad Avezzano con telefoni ed elettricità in tilt; nel resto della regione sono molte le persone in strada, da Pescara a Sulmona, da Teramo a Chieti.
Anche a Roma i palazzi hanno tremato a lungo e la gente è scesa in strada, soprattutto nella zona nord di Roma ma nessun danno è stato riscontrato nella capitale.
Il terremoto in Abruzzo ha causato il crollo di tantissime strutture; il bilancio delle vittime è pesante perché la scossa ha sorpreso la gente nel sonno. Il conto delle vittime è stato di oltre 100 persone, oltre 1500 feriti e centomila sfollati.
I danni prodotti dal terremoto al viadotto dell'autostrada A/24 Roma-L'Aquila-Teramo nei pressi dello svincolo di Tornimparte sono gravi e hanno prodotto una chiusura prolungata del tratto fino al capoluogo.
The earthquake that was triggered at 3.00 am in the Italian city L'Aquila and affected all the surrounding villages, arriving to the capital city Rome.
It reached the magnitudo of 6.5 point (Richter) in its core and destroyed many buildings, even a whole village (Onna), and claimed several victims (at least 180 people died, other 250 are missing).
I took pictures from the villages of Onna and Paganica, those that received the highest damages among the many affected.
The pics were taken the day after the night when the earthquake started and while other secondary sismas were still affecting the villages.
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venerdì 11 aprile 2014
Elegance and Dignity – Stories from India
Essi incarnano il senso pieno di questa parola
perché vivono in una realtà dove la dignità non si ottiene facilmente
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Elegance and Dignity di Marco Palladino raccoglie diversi reportage che attraversano l'India dello sviluppo industriale recente, del lavoro e della classe povera, per portare lentamente a un dialogo con l'India preindustriale dei villaggi agricoli e arcaici. Il percorso parte dalla Mumbay moderna, soffermandosi sulle realtà di neo-proletariato urbano dai connotati tipicamente indiani; passa poi per i cimiteri navali in Gujarat, dove nugoli di operai smontano a mano navi gigantesche.
La ricerca iconografica si sofferma sui villaggi preindustriali dell'India, che vivono a stretto contatto con la modernità, senza parteciparvi; sui villaggi dei pescatori minacciati dall'inquinamento e dalla pesca industriale nella regione delle minoranze etniche e giunge raccontare delle donne indiane che svolgono lavori usuranti nei villaggi agricoli preindustriali.
Le fotografie su Udaipur, in Rajasthan, e su Hanpi, in Karnataka, concludono il libro con una chiave di lettura storica.
Elegance and Dignity - Stories from India
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STORIES FROM INDIA - EXHIBITION @ CENTRAL LIBRARY OF PESARO (PU)
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sabato 1 marzo 2014
Shabbat Shalom – Ghetto di Roma
di Fabio Palumbo (foto di Marco Palladino)
Enzo Condelli è pittore su legno. Tavole, cubi, scarti di falegnameria. Espone le sue opere davanti alla chiesa di Santa Caterina, in via dei Funari, angolo via Caetani, altro luogo che ricorda pagine infami di questo Paese. Beautiful! Grida Enzo, indicando i dipinti ai turisti che si avvicinano. Questi sbirciano di traverso, poi se ne vanno in fretta. Nella stessa via, al 16, tanti anni fa Enzo aveva bottega. È stato cacciato con la forza. Malmenato e sbattuto fuori, almeno così racconta. Oggi ci sono dei box auto, niente più botteghe. Quando gli chiedo come si vive al Ghetto, fa una smorfia, poi sottovoce dice che la gente non lo tratta bene, ma lui non se ne va, resiste. In via dei Funari c’è tutto il suo mondo. La casa di cartone, l’ufficio di palanche e chiodi, i dipinti in bella mostra.
Svolti l’angolo e t’imbatti in Geremia. Occhi e barba da profeta, ai piedi solo un paio di calzini di lana pesante. Sosta spesso davanti all’Antico Forno, senza disturbare, con la speranza di racimolare un pezzo di pizza. Al primo sguardo può sembrare uno dei tanti, ma se ti fermi a osservarlo non puoi fare a meno di riconoscergli un certo stile. Un portamento dignitoso, carismatico. Vive in una casa di cartoni e stracci non distante. È un mendicante vecchio stampo, di quelli che al massimo bofonchiano una mezza parola. Le parole non escono, gli rimangano incagliate in gola. Allunga la mano solo dopo che hai tirato via dalla tasca qualche spicciolo, mai prima. Se gli chiedi qualcosa non risponde, se ne va caracollando lento, avvolto in un pastrano scuro e lercio che gli arriva alle caviglie. Sfila verso Piazza Mattei come un fantasma pieno di paure e di parole non dette.
A via di Sant’Ambrogio c’è Franco. È un con-tetto, lui. Mendicante sì, ma con una casa sulla testa. Vive in periferia ma è qui che tira su la giornata. Racconta che al Ghetto la gente è generosa. Lavorava come pony express in nero. Fu licenziato dopo una caduta in motorino che ancora lo costringe a girare con una stampella. Franco ha la barba bianca, gli occhiali spessi e un cappello di almeno due taglie più piccolo. Non si ferma mentre parla, continua a battere tutto il quartiere, senza sosta. Saluta con una pacca sulla spalla, ride di gusto. Ficca la testa nel “Museo del Louvre”, in via della Reginella, notevole libreria antiquaria e galleria con oltre trentamila foto, la maggior parte di autori sconosciuti. Rimedia qualche moneta anche lì e poi riparte.
Davanti al Portico D’Ottavia, nascosta tra macchine e spazzatura, vive la senzatetto più famosa del Ghetto. Sta lì da sempre, nel suo inespugnabile fortino di buste, carrelli, ombrelli e cianfrusaglie varie. Anche lei non parla mai, il suo nome è un mistero. C’è chi azzarda e la chiama Bianca, ma forse solo per i suoi capelli che sembrano fiocchi di neve. È ostica come la faccia, piena di segni che si porta dietro, e ti guarda truce se provi a fotografarla. Se ne sta stravaccata su una sedia bianca a due passi dalla Sinagoga, in un posto strategico, dove può vedere tutto e pochi vedono lei. A volte la cacciano via, si allontana oltre il Tevere per qualche ora, poi quando torna il sereno si piazza di nuovo a casa sua, davanti all’immensa bellezza del Portico D’Ottavia.
A pochi metri suona la fisarmonica uno zingaro con la faccia sorridente e i baffetti neri. Saluta tutti dicendo Shalom, Shabbat Shalom! e a ogni foto suona il suo strumento con più energia, come per far entrare la musica dentro lo scatto. Nella scatola di cartone che ha davanti ci sono pochi centesimi: qui passa tanta gente, ma nessuno lo vede. Uno dei tanti invisibili. La fisarmonica sembra accompagnare le persone che passano, un adagio per i turisti dal passo lento e un andante per i romani svelti e indifferenti. L’ultimo è Alvaro. Chiede l’elemosina ma non pare un accattone. È pure vestito decentemente, con la barba di pochi giorni e la faccia lavata ogni mattina. È figlio di questa crisi economica, o forse padre di quella precedente. Camicia manica corta a quadrettoni, come le tovaglie della Sora Margherita, la trattoria più casereccia del Ghetto, con i suoi grandiosi carciofi alla giudia. Ha gli occhi spiritati.
Chiedo anche a lui come vive un mendicante al Ghetto, ci pensa su, poi dice che gli Ebrei non gli piacciono perché si sentono i padroni del mondo. Sembra voler continuare, ma si mette la mano davanti alla bocca e cambia strada. Per un attimo lo seguo, mi fa cenno di lasciarlo in pace. Sparisce inghiottito dal caos di Piazza Delle Cinque Scole. Tanti altri vagano come fantasmi per le strette vie del Ghetto, invisibili, così come tutti i fantasmi che aleggiano in questo pezzo di Roma. I morti ammazzati, sterminati dalla soluzione finale nazista.
© 2015 Fabio Palumbo – www.fotobiettivo.it
“Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico.” (Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942)
Il Newroz dei Curdi nelle Province Orientali della Turchia
Kurds celebrate Newroz in Eastern Anatolia
ENGLISH TEXT BELOW
Le sacre montagne del Nord. Wutai Shan. Cina
(estratto dal libro: La Terra Sospesa, storia di un viaggio in Cina, 297pp. Roma 2002)
lunedì 13 gennaio 2014
Witness Journal Issue #59 – con un reportage di M.Palladino sui cimiteri navali del Gujarat
É online il nuovo numero di Witness Journal, il #59 alla seconda uscita dal cambio di redazione. Questa uscita all’inizio del 2014 rappresenta la seconda tappa di un percorso di rinnovamento del giornale iniziato con il cambio di editore avvenuto lo scorso numero e sotto un nuovo coordinamento editoriale. Witness Journal è una realtà di pregio nel panorama editoriale italiano dedicato al reportage e ambisce entro l’anno a diventare anche cartaceo. In questo numero tra l’altro trovate anche il reportage realizzato da Marco Palladino in India che documenta la dura realtà dei siti di smaltimento delle navi, dove ogni anno perdono la vita migliaia di lavoratori esposti alle contaminazioni tossiche e agli incidenti sul lavoro. Si tratta di operai che provengono da zone molto povere e non ricevono alcuna formazione né forma di sicurezza per uno dei lavori considerato dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro come il più pericoloso al mondo.…>>
LEGGI IN WITNESS JOURNAL #59 >>
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lunedì 9 dicembre 2013
Inquinamento e overfishing minacciano i villaggi di pescatori in Gujarat (India).
venerdì 20 settembre 2013
Un ragazzo africano tra tanti. Un venditore ambulante racconta la sua storia
Mamadou vende i classici manufatti provenienti dall’Africa, collanine, monili e quelli più sofisticati, la motocicletta intarsiata nel legno, che sfoggia sempre con orgoglio, e le percussioni, che acquisto volentieri ricordandomi da dove proviene la mia antica passione per la batteria. Mi stupisce raccontandomi del suo lavoro che, in patria, era l’artigiano. Le costruiva lui stesso queste percussioni. Ora gliele mandano per venderle.
Ha costruito una rete di assistenza, tra amici e parenti che vivono a Roma e, mi dice, si sente protetto. Ma ancora una volta è una mia domanda un po’ vuota a indurre una risposta, non sembra turbato dal fatto di essere straniero e precario in una società consumistica e individualistica. Non ha più molti legami con la sua patria, non ha più una famiglia lì, i suoi pochi parenti stretti vivono a Roma. E’ chiaro che non deve essere facile riuscire a sbarcare il lunario in questa città dove si fa fatica ad arrivare a fine mese, ma lui ce la fa, in qualche modo. Evidentemente è possibile per tutti.
Ci ho messo molto del mio in questo incontro, che ho voluto vivere senza alcuna pretesa giornalistica, un incontro che avviene al momento giusto, come una riprova che basta uscire e vestirsi solo con la voglia di vedere, ascoltare, sorridere e dimenticare ciò che crediamo ci manchi...per essere ripagati dalla semplicità dirompente di chi non ha niente ma ti riempie il cuore con un sorriso.
Il mio amico, altro protagonista silenzioso di questo episodio, è folgorato. I suoi problemi affettivi che ne avevano spento lo sguardo altrimenti sempre molto solare, spariscono di colpo, il suo rispecchiamento con un ragazzo che viene da così lontano è totale. Finisce con attribuirgli virtù quasi eroiche, di chi è libero e ha il potere di scegliere, di chi guarda avanti con fiducia, cose che lui sta imparando a difendere con orgoglio in un mondo opulento e pavido.
Vorrei dissuaderlo, dargli il mio punto di vista, che forse è sempre troppo cinico, di un cinismo esteriore in parte, acquisito nella vita. Ma non lo faccio. Non credo affatto nel “mito del buon selvaggio” riproposto sempre da una cultura occidentale troppo alla riscoperta di cose ovvie. Credo davvero che gli uomini siano tutti identici, coraggiosi o meschini a seconda delle circostanze. Ma stavolta non riesco a sentirmi nel giusto. Si salutano con un grande e spontaneo abbraccio. Io semplicemente non ci riesco.
Mamadou sells the classical artifacts from Africa, necklaces, jewelry and more sophisticated ones, the motorcycle, inlaid in the wood, that he shows off with pride, and the percussions, that I happly purchase remembering where it came from my old passion for the drums. It amazes me by telling me of his work, that at home was the craftsman indeed. He constructed himself these drums. Now they send them to him to be sold in the streets.
He built a network of support, including friends and relatives who live in Rome and, he says, he feels protected. But again my question is a bit 'empty’ and induced to a response by someone who does not seem troubled by the fact of being a foreigner and precarious man in a consumer and individualistic society. He no longer has many ties with his homeland, no longer has a family there, his few close relatives live in Rome. It 's clear that it must not be easy to be able to make it in this city where it is hard for many to live in wellfare, but he makes it, in some way. Obviously it must be possible for everyone then.
After this, he meets a friend who does the same job and there are a thousand smiles between them, real smiles, a habit, even defensive in certain circumstances, but of who always responds with a smile to a meeting, whatever that is. The suspect, once again, is that in comparison with what he has left all this must be a less threatening way of life . It 's something that we can only imagine, but basically you see also the desire to move, not to imagine own life as a cage just because fate has put you there. That 's what you say yuourself, he simply talks about his projects as of things that will happen, just will take place.
I put a lot of me at this spontaneous encounter that I live without any journalistic pretense, a meet that takes place at the right time for me, as a proof that the right thing is always to just go out and to be dressed only with the desire to see, hear, smile and forget what we believe we miss ... to be rewarded by the simplicity of those who have nothing but fill your heart with a smile.
I would like to dissuade him, to give him my point of view, which is perhaps still too cynical, it’s a cynicism of the exteriority, acquired in my life. But I do not. I do not believe in the "myth of the noble savage" always revived by a Western culture aiming to the rediscovery of the obvious. I truly believe that men are all the same, brave or meserable depending on the circumstances. But this time I can not feel right. The two greet each other with a big and spontaneous hug. I simply can not.
EGITTO - PIAZZA TAHIR A UN ANNO DALLA RIVOLUZIONE
A un anno di distanza dalla rivoluzione l’Egitto si trova dinnanzi a un ritorno al potere di oligarchie, stavolta di impronta islamica, disinteressate a risolvere i gravi problemi che attanagliano il paese . Piazza Tahir è il cuore pulsante della primavera araba in Egitto ed è diventato un presidio permanente. L’11 febbraio si sono avuti scontri davanti alla residenza presidenziale.
Peschici, il trabucco. Tra terra cielo e mare
di Stefano Baglioni
“Venghino signori venghino”. Nessuno urlava così, ma le parole erano nell’aria e nei volti della piccola fila di turisti che uno dietro l’altro camminavano su un ponticello di legno, tutti stupidamente titubanti della sua stabilità cosicché alternavano al passo una forte presa sui parapetti quasi che fossero su un ponte di corde ciondolante su un canyon. Una volta arrivati sulla piattaforma la soddisfazione che mostravano era come fosse spinta dalla liberazione da un pericolo imminente. Non si erano accorti, però, di aver perso il senso simbolico di quel tragitto dalla terra ferma a quella sospesa, dallo scoglio ad una “città invisibile”.
“Salento Report” – Omaggio fotografico alle Olimpiadi del Salento
Proiettato in anteprima all’inaugurazione delle Olimpiadi del Salento, ecco il video con cui ho voluto omaggiare questa iniziativa speciale e i luoghi che ospitano le manifestazioni sportive.
giovedì 30 maggio 2013
Che bella questa foto…merito certamente di Photoshop. Postproduzione e ritocco.
Che bella foto, chissà che interventi hai fatto in Photoshop? Volente o nolente qualsiasi fotografo si trova oggi a confrontarsi con domande del genere. Basti pensare alla foto vincitrice del World Press Photo Award 2013, la bella fotografia di Paul Hansen che tante reazioni ha suscitato, come è giusto che sia, la gran parte però rivolte al fotoritocco, secondo molti eccessivo, e ancora una volta tutti a scagliarsi contro il fotografo, reo secondo molti di aver calcato la mano per spettacolizzare una sua foto solo attraverso un uso quasi pittorico della luce e del colore, sicuramente ottenuto in maniera fasulla in postproduzione, secondo i molti detrattori.
C’è chi è arrivato ad ipotizzare che la luce sui volti, che arriva da sinistra, sia stata ricreata artificialmente dal fotografo in postproduzione, che fosse “impossibile” avere una simile luce. Senza nemmeno bisogno di ricordare che la luce rimbalza e che nulla di irreale appare in questa foto, mi chiedo perché ci sia tanta attenzione al fotoritocco e poca a ciò che la fotografia comunica e soprattutto racconta, trattandosi di immagine giornalistica. Quasi che il “teatro di posa” che è diventata la Palestina ormai faccia parte di una storia infinita, nell’immaginario collettivo, un fatto immutabile: “Toh guarda un’altra foto sui morti ammazzati in Palestina…mah, vediamo che postproduzione ha usato il fotografo…”
Questa la foto incriminata, che molti ormai conoscono
Alleggeriamo il tutto e parliamo di un contesto personale. Mi arrivano spesso domande da parte degli allievi circa la postproduzione dei miei scatti. Registro sempre tra chi inizia la sua avventura fotografica una convinzione che il passaggio in Photoshop sia ciò che dona a una foto la sua atmosfera e la sua intensità. A malincuore arrivano più domande in tal senso che non sulla visione del fotografo, o su ciò che lo ha portato a scegliere una determinata prospettiva, a mettere in risalto determinati elementi, o più semplicemente l’ora del giorno, la luce, ecc.
La postproduzione è un passaggio obbligato, si sa, ma appare agli occhi dei più la scorciatoia, quasi il “trucco di magia” con cui anche un fotografo mediocre può creare quasi dal nulla immagini spettacolari. Che ciò avvenga è risaputo, ma le foto mediocri appaiono spettacolari solo a chi non s’intende di fotografia , anche se ne consuma molta, il che oggi significa una moltitudine di persone. Anche in ambito di fotogiornalismo, si sa, la spinosa questione del fotoritocco fa passare notti insonni alle giurie più prestigiose. Tuttavia ritengo che chi, come nell’esempio della foto di Hansen, spara bordate contro la scelta di postproduzione sia decisamente in malafede. Possiamo ragionare tutt’al più sulla necessità di “finalizzare” (mi piace il termine inglese “tuning” che rende bene l’idea, lo utilizzerò in questo post), dare quel tocco finale a un’immagine, ma in il rischio è che oggi il fotografo “deve” esagerare per farsi notare. Mi chiedo se i fotografi non siano piuttosto vittime, tra l’altro sempre pronti ad aizzarsi l’uno contro l’altro.
Torniamo al ragionamento. Il fotoritocco come alternativa al saper fotografare, in un certo senso è questo che emerge. Non a caso nel fotogiornalismo, anche per tradizione, c’è una scuola di pensiero che sostiene le immagini grezze, dure e dirette e non solo pochissimo elaborate, anche pochissimo “pensate”. Di contro fotografi che hanno fatto della loro firma stilistica particolarmente evidente, spesso ottenuta in camera oscura (tradizionale), un segno di distinzione. In un certo senso la replicabilità del processo digitale ha fatto perdere valore a questo aspetto. I “trucchi” di camera oscura erano tratti distintivi di un fotografo, oggi un plug-in di Photoshop o altri software possono replicare “esattamente” un processo di sviluppo digitale utilizzato da un determinato autore, facendogli così perdere unicità. Chi non ha sentito parlare dell’effetto “Dave Hill” o dell’effetto “Dragan”? Basta cercare su youtube e i tutorial si sprecano.
Se una cosa è replicabile, si sa, non è più arte. Eppure ai posteri il “tocco” tipico delle immagini di questi anni apparirà come una moda. Personalmente vedo nella bella foto di Hansen il tipico “tuning” di questi anni, mi chiedo anche se non ne sia artefice qualcun altro, uno studio, un grafico di redazione. Anzi oggi che siamo tutti free-lance, più che di redazione, un grafico di qualche studio a pagamento. A pensarci bene, questa foto (come altre) è praticamente monocromatica, è un bianco e nero che però non vuol esserlo, con una nota di colore che di per sé suscita delle emozioni (generalmente un viraggio o verso tinte seppia o verso il blu, tipicamente da bilanciamento del bianco o da filtro) ma senza la distrazione indotta dai colori (ad esempio il blu elettrico della tuta indossata dall’uomo a destra).
Possiamo gridare allo scandalo o alla mistificazione? Il colore della tuta è fondamentale per la comprensione della storia narrata dalla foto? Ci muoviamo allora in un ambito dove le scelte non sono più dettate dal “giusto o sbagliato” ma anche e soprattutto dalle intenzioni dell’autore, nella migliore delle ipotesi, o più probabilmente di una redazione. Sono convinto che molti miei colleghi oggi si uniformino a un certo gusto per due ragioni di fondo: moda e opportunità. Non me la sento di dargli torto. Moda perché il gusto corrente predilige e quindi richiede immagini con questo tipo di tuning. Opportunità perché se non ti adegui è possibile che le tue foto siano penalizzate rispetto ad altre, e la concorrenza oggi si sa è spietata, perché il photoeditor di turno (sempre che ce ne sia uno nelle redazioni) a sua volta è condizionato dal gusto corrente. A meno che tu non sia un mostro sacro della fotografia che fa scelte totalmente autonome, uniformarsi alla moda è necessario.
Forse, in conclusione, se il fotoritocco in un certo senso si standardizza, la cosa non è poi così da temere. Magari in questo modo sono le foto a parlare più che il tuning. Forse che in bianco e nero le foto erano/sono tutte uguali?
Foto che ha suscitato curiosità negli allievi per la postproduzione che si supponeva molto elaborata
Personalmente, negli anni sto tornando sempre più verso il bianco e nero, vero e proprio. Il colore mi disturba, talvolta è protagonista di un’immagine, come nelle note fotografie di Steve McCurry ma il più delle volte distrae. Sta al fotografo non introdurre colori invadenti nelle sue foto, ma oggettivamente, pensando alla foto di Hansen, avrebbe dovuto chiedere alle persone in lutto di indossare abiti meno colorati? Una riflessione sul colore non può certo ridursi a queste poche righe. Mi sento di aggiungere che ormai note di colore forti e nette sono un espediente per catturare l’attenzione di un gusto più di massa. Così facendo tuttavia si “distrae” l’osservatore e non lo si induce a percepire un’immagine nella sua essenza, di forma, spazio, luce.
Perché il rischio è questo, che se una foto appare ricca di intensità anche grafica, è opinione corrente che sicuramente la postproduzione l’ha resa tale. In un certo senso si rischia oggi che un bravo fotografo che ha scelto finemente momento, composizione, luce, ecc. sia ritenuto tutt’al più un bravo “fotoritoccatore”. Personalmente e per lavoro io devo dialogare anche con chi è inesperto di fotografia (e mi piace farlo) e devo tener conto di ciò che una foto suscita. Una forte dose di contrasto, che si sa regge bene solo su foto che sono perfette dal punto di vista di luce ed esposizione, può apparire come un fotoritocco elaborato e complicato, tale da far pensare: “bella…che cosa hai fatto in photoshop?”. Una sensazione che sarebbe bene non suscitare.
Potrà sembrare incredibile ma questa foto dentro photoshop non è nemmeno passata. Il lavoro c’è, tutto sul RAW, ma quel che è stato aggiustato finemente è il dosaggio di luminosità e di contrasti, niente è stato introdotto o alterato. La foto a colori da cui “partiva” (nel RAW i dati sul colore sono sempre presenti anche se abbiamo utilizzato un effetto monocromo nella fotocamera) è questa, un’immagine a colori sì ma, per meglio dire, l’immagine come era prima dell’ultimo intervento di passaggio al bianco e nero.
La fotografia a colori lascia intravedere meglio come gli interventi correttivi siano avvenuti esclusivamente per un’ottimizzazione della luce, dove ricerco una curva tipicamente non digitale, con maggiore contrasto sui mezzitoni e compressione delle alteluci. Il digitale richiede una ottimizzazione di questo tipo perché registra la gamma tonale in maniera lineare, a differenza delle pellicole che hanno ciascuna una sua curva caratteristica.
Il colore qui è importante per trasmetterci l’atmosfera, la luce calda sul metallo, trattandosi di foto fatte all’alba, il contrasto cromatico tra questa e il blu dello sfondo o delle tute degli operai. Tutto questo non si perde interamente nel viraggio al bianco e nero, perché i contrasti cromatici si trasformano in contrasti di luce. Uno scatto di partenza con passaggi tonali puliti rende immagini in bianco e nero altrettanto nette. Direi che anzi il bianco e nero rende visibili maggiormente i passaggi di luce altrimenti camuffati dal colore (rivedere la foto in B&N).
Spero che da questa trattazione evidentemente parziale e solo abbozzata nasca una riflessione ulteriore, non ho la pretesa di possedere la verità su un argomento così controverso ma spero di aver fatto un po’ di luce partendo dalla mia personale esperienza di fotografo alle prese continuamente con dubbi amletici circa la post-produzione.
Può tornare utile leggere anche questi articoli che ho scritto sul medesimo argomento, partendo da spunti differenti.
FOTORITOCCO E POSTPRODUZIONE: DOVE E' IL LIMITE?
LA CURVA DI CONTRASTO CARATTERISTICA: PELLICOLA E DIGITALE

Tutti i post sul tema FOTORITOCCO >>>
Buona discussione…
©2013 fotobiettivo.it/ marco palladino – Tutti i diritti riservati
lunedì 3 dicembre 2012
Shoot4change: in mostra piccole storie per cambiare il mondo. A palazzo Valentini, Roma
In scena la fotografia sociale e le piccole storie per cambiare il mondo
Nuova mostra di Shoot4Change a Roma presso Palazzo Valentini dal 4 al 17 dicembre, dopo il successo internazionale delle precedenti mostre a Roma, Reggio Emilia e New York.
Fotografia sociale come storytelling, come mezzo per raccontare storie che fanno riflettere, comprendere, esplorare.
Storie 4 Change, questo il titolo della mostra, riassume i lavori di fotografi professionisti di nota fama accanto a numerosi fotografi amatoriali accomunati dall’idea che siano le piccole storie a cambiare il mondo, e che per questo debbano essere raccontate.
Le sezioni del percorso espositivo raccontano storie di chi soffre, di coloro che portano aiuto e reale cambiamento, di chi protesta e di chi si indigna ma anche storie di chi reagisce alle peggiori catastrofi naturali ripartendo dal nulla.
Inaugurazione il 4 dicembre a Palazzo Valentini (Piazza Venezia, Roma), dalle ore 18.00. (INGRESSO GRATUITO). La mostra proseguirà fino al 17 dicembre.
L’allestimento raccoglie il meglio di un vasto network di fotografia sociale internazionale ed è al suo secondo appuntamento a Roma.
Ci saranno anche delle mie foto, dal reportage su Tor Bella Monaca e sui tagli ai fondi di assistenza sociale.
Sono usciti diversi articoli sui principali quotidiani nazionali, Corriere, La Repubblica (che ha messo le foto in prima pagina), La Stampa, ecco qualche link:
Sede e Orari:
Roma, Palazzo Valentini
Sala Egon von Furtstenberg
via IV novembre 119/A
Dal 4 al 17 dicembre
lun-ven: 10 – 19 /sab: 10 – 13
Ingresso gratuito
Inaugurazione: 4 dicembre ore 18
giovedì 22 novembre 2012
La Cina moderna e il rischio ecologico. Indagine e reportage sul paese-continente protagonista della nuova globalizzazione mercantile.
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domenica 18 novembre 2012
Ladakh: un piccolo baluardo dell’ultimo Tibet. Reportage etnografico e indagine sui mutamenti di una società ecosostenibile
Testo e foto di Marco Palladino
(da Modus Vivendi nr.50 Dicembre 2003)>>>ENGLISH TEXT BELOW<<<
giovedì 27 settembre 2012
Homeless – Ritratti dalla strada
Ancora una foto a raccontare la sofferenza di chi ha perso tutto. Personalmente non trovo niente di romantico nelle scelte estreme che qualcuno crede si nascondano dietro stracci e disperazione, quasi sempre non sono scelte ma esiti nefasti dell’esistenza, la perdita di tutto, della dignità innanzitutto e dell’ umanità, l’umanità degli altri.
Gli homeless che ho incontrato finora non sono certo i giovani ribelli ritratti magnificamente da Kitra Kahana, consapevoli, ancorché fuggiaschi ed emarginati. Queste persone sono emarginate e basta, dei rovinati, dei destinati a una morte imminente, con la salute cagionevole vivono come cani randagi ai margini della società che li ha espulsi, ne sono le scorie sociali, ma non se ne vanno, restano esattamente laddove si sono smarriti, e continuano a trascinarsi dietro quegli oggetti inutili, il solo legame che resta con la vita passata..
Io non vedo niente di romantico, vedo solo grande sofferenza, come in questa foto:
Another picture to tell the suffering of those who have lost everything. I don’t see anything romantic in these lives, these extreme choices that are hiding behind rags and despair.
They almost always have no choices but simply undergo the adverse outcomes of their existences, the loss of everything, and above all the dignity and 'humanity, the humanity of others.
The homeless people I've met so far are not the young rebels magnificently portrayed by Kitra Kahana, who are aware, who choose, allthough they live as refugees and remain marginalized in the society.
These people I met are just marginalized and nothing else, their life ruined, condamned to a precocious death, they live like stray dogs at the margins of the same society that expelled them, they are social waste, but do not go away and hang exactly there where they got lost.
You see them hanging around and pulling those useless objects which are the only bond and legacy from their the past life … I do not see anything romantic, I see only great suffering, as in this photo.
Fotobiettivo »


