martedì 10 marzo 2015
Donne e Fotografia. Dorothea Lange. Sofferenza ed Estetica

Lei è Florence Thompson.
Dorothea non si limita a scattare, ma fa interviste, aggiunge note e riflessioni personali, tiene memoria di chi fotografa e perché.
Della protagonista di Migrant Mother - questo il titolo dell'opera - possediamo molte informazioni, più di quante ne abbiamo per altre immagini di altri autori, allo stesso modo iconograficamente note.
Conosciamo il suo nome, la sua età, la sua residenza precaria.
Sappiamo che nel 1938 venne aperta una sottoscrizione pubblica per permetterle di curare il cancro che l'aveva colpita e che una delle sue figlie cercò qualche anno più tardi di impedire ulteriori pubblicazioni della fotografia.
Un lavoro di indagine e approfondimento che, in tal senso, diventerà completo grazie anche all’apporto del secondo marito, l’economista Paul Schuster Taylor, che vi aggiungerà statistiche e analisi dei dati.
Così la fotografa descriveva il suo lavoro: “Qualunque cosa io fotografi, io non disturbo il mio soggetto… io cerco di scattare una foto come parte di un insieme, come se avesse delle radici… cerco di collocarla nel passato o nel presente in modo da renderla perfettamente riconoscibile”.


@Antonietta Usardi
martedì 24 febbraio 2015
Lo zen della fotografia in viaggio: fotografare con gli occhi, ricordare coi sensi.
Prendo spunto da questo interessante articolo di Leonello Bertolucci su Il Fatto Quotidiano, introduce una riflessione che fa parte dei miei pensieri da diverso tempo. Ho deciso di scrivere un articolo per approfondire (potenza dell’ipertesto!) oltre il piano soggettivo che poi non è mai meramente soggettivo ma sempre epistemologico ed è una riflessione che viene fatta non a caso da molti fotografi della vecchia guardia.
La fotografia è cambiata in tanti modi ma non nella sostanza. Quello che è cambiato davvero è il suo pubblico, la sua diffusione, il suo motivo d’essere, il senso del fotografare. L’articolo citato fa notare giustamente che per chi si sente fotografo (e non turista dotato di fotocamera), “fotografare – come asseriva Henri Cartier-Bresson – è un modo di vivere; dunque se vivere e fotografare sono inscindibili e si alimentano a vicenda, il tentativo di separarli appare eretico”.
Questa frattura è una cosa che i fotografi sentono, perché è avvenuta e certificata. L’avvento della fotografia di massa, e la diffusione di massa della fotografia, che non è la stessa cosa (la rivoluzione digitale è stato soprattutto questo) ha letteralmente scippato interi settori della fotografia professionale per relegarli (dal punto di vista del fotografo che si sente tale) oppure donarli (se vediamo il processo come una “democrazia dell’immagine”) a chiunque sia dotato di fotocamera e un minimo di tecnica. Sia chiaro che io non prendo posizione, non sono nessuno per farlo e poi chiunque lo faccia è un pazzo, il processo è inarrestabile, ma mi limito da sempre nei miei articoli a notare i pro e i contro dei fenomeni.
Parlando di fotografia di viaggio, anche il turista ha la facoltà di immortalare immagini di ottima fattura che in linea di massima restano alla superficie delle cose. Mai come oggi in un mondo così globalizzato e trasversale nell’economia e nel mainstream culturale, viaggiare significa andare a scoprire angoli di diversità sempre più nascosti alla superficie, che siano sotto casa o all’altro capo del mondo non fa differenza. Mi sorprende parecchio quando ad esempio vengo contattato da indiani incuriositi dal mio lavoro sulle classi povere dell’India. Una realtà di “casa loro” che a quanto pare ignorano. Così come un fotoreporter indiano potrebbe aver raccontato una realtà nascosta ai nostri occhi, proprio sotto casa nostra, e conoscerla meglio di noi che qui viviamo.
La fotografia di viaggio, democratica o relegata che sia, non è più appannaggio del fotografo professionista, il che la espone a vantaggi e svantaggi. I vantaggi sono presto detti, una quantità enorme di immagini di ottima fattura e a costo zero. Gli svantaggi sono tutti a carico del senso del fotografare, dell’annoso problema dei cliché fotografici, della difficoltà di leggere in un’immagine qualcosa oltre lo stereotipo che aleggia nella mente del turista. O meglio, che data l’invasione di tante immagini, è più difficile scovare l’originalità del vedere fotografico. Eppure all’occorrenza anche il fotografo occasionale può trasformarsi in reporter e documentare quello che vede magari per caso. Non che succeda spesso, in fondo rispetto alla quantità di strumenti fotografici in viaggio è sorprendente quanto siano pochi i materiali documentali. Ma qui parliamo dell’opposto, ovvero del fotogafo che come dice Bertolucci è sempre tale e che all’occorrenza vuole immortalare qualcosa che prescinde dall’incarico o progetto.
Che cosa è successo in questi anni? Semplice, il fotografo professionista ha smesso di fare le foto che chiamerei “fuori progetto”, ovvero quelle immagini che il sentirsi fotografo fa sì che si cerchino sempre, anche solo per una mera ricerca estetica. Perché essere fotografo non ti abbandona mai. Ma oggi che lo voglia o no, con una rete che straborda di belle foto a costo zero che coprono ogni angolo del mondo, un fotografo che pure lo è sempre, avrebbe motivo di fare foto svincolate da un progetto? Ecco un esempio, la bellissima foto di Larry Burrows, noto fotoreporter che ha documentato la guerra in Vietnam e che certamente non lavorava come fotografo di viaggio se non occasionalmente, per la rivista Life, perché appunto all’epoca un certo tipo di fotografia non era alla portata di chiunque.
Non solo Life (che tra l’altro ha chiuso, almeno nella versione cartacea, proprio perché una simile rivista ha perso certe ragioni d’essere) non commissionerebbe più queste foto ai suoi fotoreporter, probabilmente anche il fotografo, come andiamo dicendo dall’inizio, non sente più il bisogno di farle. Chi fotografa per il mondo ha bisogno di una motivazione esterna, non gli basta portarsi a casa un ricordo, desidera portare delle testimonianze, filtrate e concettualizzate in modo studiato, rigoroso e unico, anche se slegate da un discorso organizzato, o progetto che dir si voglia. Per quale altra ragione se non donarla al mondo dovrei creare un’immagine? Il principio di fondo accomuna tutti, è un’esigenza umana condivisa tanto dal dilettante quanto dal professionista (categorie ormai fluide), il che spiega perché i fotoamatori siano tanto pronti a regalare le proprie foto a giornali e riviste, a inondare il web delle proprie creature, senza altro motivo se non il piacere di farle vedere, ma è proprio il professionista a rendersi maggiormente conto del ruolo della fotografia e a fare scelte in totale controtendenza. In un certo senso fa parte della maturità anche stilistica, si arriva appunto allo zen della fotografia. Si fotografa con gli occhi, si continua ad esercitare il proprio sentire di fotografo, irrinunciabile, ma si sa che certe fotografie ormai non hanno più ragione di esistere. Se ne decreta il lutto pubblico. Ma se ne trattiene la memoria e il senso. Si fotografa con gli occhi, si ricorda con tutti i sensi.
D’altronde il fotogiornalismo contemporaneo ha abbandonato già da un po’ certi generi. O si occupa di eventi di cronaca, politica, guerre, ecc. che sono sempre nell’agenda di ogni redazione, oppure è alla ricerca continua di storie minori ma dense di umanità, di spunti di riflessione sull’uomo che prescindono dalle differenze culturali, dai confini geografici ed etnici. Storie piccole ma universali, storie in cui lo spettatore può riconoscerci. È qualcosa che comporta da una parte un avvicinamento importantissimo, piccole storie significa che l’altrove ci è vicino, non alieno. Parlando di reportage ad esempio, la vita quotidiana di chi soffre dall’altra parte del mondo è forse più poetica e umanamente coinvolgente (ci accomuna) che la sua sofferenza ritratta e spiattellata a toni forti, che invece spinge lo spettatore verso un distanziamento. Ma c’è anche una certa dose di narcisismo in parte del pubblico (è una mia modesta opinione), che deve sentirsi rispecchiato nelle storie che vede fotografate e non tollera differenze di identità, religione, pensiero, insomma la diversità. Due rovesci della stessa medaglia. In ogni caso, l’altrove è demodè.
In questo senso secondo me troppo frettolosamente è stata relegata la fotografia di viaggio a qualcosa di appartenente a un mondo che non esiste più. La globalizzazione c’è, è vero, ma le realtà etniche e culturali permangono, aldilà di internet, connessioni virtuali ed economie di grande scala. Forse non basta più semplicemente vederle e fotografare, forse è necessario raccontarle. In questo senso solo un progetto rigoroso può restituire giustizia e conoscenza, anche laddove il pubblico è ormai disinteressato all’altrove che viene percepito come a portata di un volo lowcost. L’altrove esiste, ma è sempre meno esemplificabile da una fotografia. Nessuno si stupirebbe di un’immagine del Taj Mahal ai giorni nostri e dubito che Burrows vorrebbe ancora fare questa fotografia. E poi, a ben guardarla…il cliché della cornice, la luna sopra (è photoshoppata?), ne abbiamo viste troppe di foto così, signor Burrows. Quei neri così chiusi, perché non si iscrive a un corso di fotoritocco?
© 2015 Marco Palladino – www.fotobiettivo.it
Fotografe. Wanda Wulz. Fotografie, Futurismo e Sperimentazione

martedì 25 novembre 2014
(auto)critica fotografica, ovvero tutto ciò che una foto non dice
Nel 2009 durante un percorso di ricerca fotografica su divere questioni legate alle minoranze etniche, non solo curde, in particolare in Anatolia orientale, ho soggiornato a Istanbul, città assai interessante sotto moltissimi punti di vista, non solo storici o turistici. La storia recente della Turchia, e in particolare le tensioni che la attraversano da sempre tra aspirazione alla modernità, intesa come appartenenza alla cultura Occidentale (basti ricordare l’adozione dell’alfabeto latino all’inizio del ‘900) e le origini asiatiche sempre sentite e anzi rivendicate (tra l’altro il ruolo di Ankara nello scacchiere mediorientale è stato centrale, non fosse altro come base di operazione militari), è particolarmente esemplificabile attraverso immagini che ritraggono le donne in questo paese.
Una cosa che colpisce chiunque visiti Istanbul è notare come ci siano donne vestite all’occidentale e altre totalmente coperte. In maniera assai iconica questo rappresenta la situazione culturale del paese. Ovviamente un’immagine non dice, non illustra, un’immagine allude, richiama, evoca. Assumere che una donna coperta sia di fede islamica è probabile, ma che questa richiami il ruolo della donna difeso da un certo fanatismo religioso è tutt’altra cosa.
La foto che segue è stata concepita avendo parecchie cose in testa, non certo verità, dubbi piuttosto. Ma se dubita troppo il fotografo finisce per non fare il suo mestiere. È chiaro che aldilà delle intenzioni razionali non controlliamo perfettamente ciò che una scena che si presenta agli occhi evoca nella mente, né come venga poi destrutturata e tradotta in un’immagine in quella (magica) frazione di secondo in cui la si concepisce, ma a posteriori possiamo ripercorrere il lavorio dell’inconscio (che spesso si associa a un inconscio collettivo).
Giovane donna per le strade di Taksim, Istanbul
Il discorso è complesso. Come fotografi abbiamo talvolta il controllo editoriale sulle nostre immagini, laddove queste facciano parte di un progetto specifico, ma l’uso che viene fatto delle immagini (nostre e in generale) è del tutto arbitrario, ovvero sfugge al controllo. Ho scelto questa foto perché è paradigmatica, in una giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, con notizie del premier turco che nel 2014 fa ancora dichiarazioni misogine, è perfetta. Questa foto è nell’archivio di agenzia, qualsiasi testata potrebbe usarla per raccontare qualcosa che va ben oltre le intenzioni del fotografo. Ovvero, quello che la fotografia non dice.
Che cosa dice questa foto? Semplice, una giovane donna con un foulard in testa, ma le dita smaltate (che sia nelle strade del quartiere più moderno di Istanbul lo dice solo la didascalia) cammina da sola circondata da una folla anonima (notare che nessun altro volto appare). La folla è composta da sagome solo maschili. Tutte in ombra. Il volto della ragazza è illuminato, ma triste. Tra queste sagome una si palesa in maniera quasi minacciosa dietro la ragazza, un uomo di una certa età, nascosto dietro di lei, come una figura maschile opprimente. La ragazza è evidentemente pensierosa, quasi triste. Indossa un foulard in testa, segno di non far parte né delle ultramoderne né delle donne più conservatrici (per quanto riguarda il mostrarsi in pubblico). In quanto tale rappresenta benissimo la doppia anima del paese.
La foto non dice altro (a me anzi pare che dica anche troppo). Potrebbe benissimo rappresentare la condizione di parziale, incompleta emancipazione femminile in paesi come la Turchia. Ma il volto pensieroso e triste potrebbe dipendere da ben altro tipo di afflizioni personali. Ovviamente al fotografo questo non importa. Non laddove una foto non sia meramente descrittiva ma porti dei riferimenti, dei significati, che poi possono essere o meno decodificati dal pubblico. Ma che succede se questa foto viene utilizzata con una notizia che ne travisa totalmente i contenuti? Riferita a un contesto che non è quello di Istanbul ad esempio (a tutto quello che abbiamo raccontato sopra). È possibile. Avviene continuamente. E il fotografo non ha alcun controllo a meno che decida di non pubblicare le sue foto se non in regime di totale controllo editoriale (il che praticamente ne uccide il lavoro).
Oggi la fotografia micro-stock sta soppiantando (anzi direi che lo ha già fatto) un certo tipo di immagini “concettuali” di stampo più giornalistico. Se devi pubblicare un articolo sulla violenza di genere, ad esempio, compri a 0,20 centesimi un’immagine realizzata artatamente in studio che ritrae, che so, il volto di una donna che piange, con una mano maschile, e il gioco è fatto. Il cliché è servito. Non serve scomodare un fotogiornalista né un’agenzia. Forse per certi versi è un bene che certe immagini siano ridiventate illustrazioni. Alle origini della fotografia e del giornalismo, questo ruolo era chiarissimo. Prima della fotografia d’azione i giornali usavano illustratori, disegnatori. Poi la fotografia, con l’invenzione dell’otturatore e di strumentazione portatile, ha preso quel ruolo. Di illustrare appunto, didascalicamente, quel che si dice in un articolo. Nell’epoca d’oro del fotogiornalismo il rapporto si è invece invertito, laddove sono le foto a creare notizia e/o significato, liberando la fotografia dal suo vincolo di illustrare, portandola finalmente ad alludere, significare, emozionare.
L’uso che viene fatto delle immagini sfugge al controllo e il problema ormai non riguarda soltanto i professionisti, dato che la stragrande maggioranza delle immagini circola in contesti non editoriali. L’uso improprio delle immagini non è un rischio è una realtà. Come difendersi? Francamente non ne ho la più pallida idea. La sensazione è che ci sia una sorta di ritrosia generale a soffermarsi su immagini che alludono a cose più complesse di quanto nei pochi secondi che dedichiamo alla visione delle fotografie si possa tollerare. Questo fa sì che più facilmente si possa associare un’immagine a qualsiasi cosa, così come avviene nella pubblicità.
In questi giorni passa a tambur battente una presunta pubblicità “progresso” sulle reti nazionali in cui si invita a donare soldi a un fantomatico “progetto amore” (già il titolo stucchevole e capzioso dice tanto), per farlo si utilizza la drammatica fotografia di una donna sfigurata dall’acido. Il messaggio è fraudolento perché associa un dramma documentato dal fotografo e relativo a un tema importante con qualcosa di assai diverso, che cavalca una tendenza mediatica e mira a raccogliere denaro. Mi chiedo se il fotografo lo sa e se pur sapendolo è contento di aver venduto la sua foto. .
© 2015 www.fotobiettivo.it / Marco Palladino
lunedì 20 gennaio 2014
I cliché della fotografia. Ha senso distinguere tra estetica amatoriale e professionale?
Le immagini di questo articolo sono tratte da un reportage che feci due anni fa per celebrare i comuni ospitanti le Olimpiadi del Salento. Come spiego più avanti, nella fotografia professionale l’impiego di cliché fotografici, consapevolmente, è una necessità affinché il prodotto (in questo caso UN VIDEO proiettato a una vasta platea durante l’inaugurazione) sia apprezzato da un pubblico di massa. Questo non impedisce al fotografo di inserire qua e là i suoi stilemi, di utilizzare la propria sensibilità, che verrà colta solo da alcuni, senza compromettere l’apprezzamento popolare.
Siamo invasi dai tramonti digitali. Appaiono e scompaiono dai nostri monitor alla velocità di un soffio di vento. L’elemento naturale più suggestivo e universalmente noto è continuamente convertito in atto visivo effimero, eppure sappiamo bene che è la prima ragione che spinge la gente a utilizzare una macchina fotografica: uno spettacolo fugace che solo la fotografia sembra capace di catturare, la visione momentanea che tutti vogliono immortalare.
giovedì 19 settembre 2013
Damnatio memoriae – Una riflessione sulla memoria fotografica
di Stefano Baglioni
Una mostra fotografica a Roma è nata da una storia particolare (ILEX Exhibition Space, Via in Piscinula 21 Trastevere tel. 333.3047434 – visite per appuntamento info@ilexphoto.com fino al 25 settembre 2013). Ed è particolare per i sui significati. Brevemente la genesi. Vicino ad un cassonetto a Trastevere vengono trovati tre album di fotografie, sul primo è attaccato un post-it con scritto “si può buttare”. Le fotografie tutte insieme raccontano la vita di una signora, una contessa, a partire, presumibilmente, dagli anni quaranta.
giovedì 12 settembre 2013
GERDA TARO – SCATTI ALL’OMBRA DI UN MITO
di Silvio Zappi
Gerda Taro, dinamitardi repubblicani nel distretto di Carabanchel a Madrid, giugno del 1937
Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohorylle) nasce in Germania nel 1911. Viene definita come tra le prime fotoreporter di guerra e viene ancora oggi ricordata soprattutto per il suo impegno politico legato all’antifascismo. Ebrea e di famiglia borghese, viene arrestata nel 1933 con l’accusa di propaganda contro il regime nazista e attività sovversiva; una volta in libertà trova presto rifugio in quella Parigi degli anni ‘30 sede di un entusiasmo artistico e culturale alimentato dalle motivazioni di svariati artisti, intellettuali e fotografi di tutto il mondo.
mercoledì 31 luglio 2013
VIVIAN MAIER, UNA BABY-SITTER NARRATRICE DELL’AMERICA DEL ‘900
lunedì 22 luglio 2013
Fotografia degli allievi – lo scatto più bello da presentare ai lettori del blog, commento e critica fotografica
giovedì 30 maggio 2013
Che bella questa foto…merito certamente di Photoshop. Postproduzione e ritocco.
Che bella foto, chissà che interventi hai fatto in Photoshop? Volente o nolente qualsiasi fotografo si trova oggi a confrontarsi con domande del genere. Basti pensare alla foto vincitrice del World Press Photo Award 2013, la bella fotografia di Paul Hansen che tante reazioni ha suscitato, come è giusto che sia, la gran parte però rivolte al fotoritocco, secondo molti eccessivo, e ancora una volta tutti a scagliarsi contro il fotografo, reo secondo molti di aver calcato la mano per spettacolizzare una sua foto solo attraverso un uso quasi pittorico della luce e del colore, sicuramente ottenuto in maniera fasulla in postproduzione, secondo i molti detrattori.
C’è chi è arrivato ad ipotizzare che la luce sui volti, che arriva da sinistra, sia stata ricreata artificialmente dal fotografo in postproduzione, che fosse “impossibile” avere una simile luce. Senza nemmeno bisogno di ricordare che la luce rimbalza e che nulla di irreale appare in questa foto, mi chiedo perché ci sia tanta attenzione al fotoritocco e poca a ciò che la fotografia comunica e soprattutto racconta, trattandosi di immagine giornalistica. Quasi che il “teatro di posa” che è diventata la Palestina ormai faccia parte di una storia infinita, nell’immaginario collettivo, un fatto immutabile: “Toh guarda un’altra foto sui morti ammazzati in Palestina…mah, vediamo che postproduzione ha usato il fotografo…”
Questa la foto incriminata, che molti ormai conoscono
Alleggeriamo il tutto e parliamo di un contesto personale. Mi arrivano spesso domande da parte degli allievi circa la postproduzione dei miei scatti. Registro sempre tra chi inizia la sua avventura fotografica una convinzione che il passaggio in Photoshop sia ciò che dona a una foto la sua atmosfera e la sua intensità. A malincuore arrivano più domande in tal senso che non sulla visione del fotografo, o su ciò che lo ha portato a scegliere una determinata prospettiva, a mettere in risalto determinati elementi, o più semplicemente l’ora del giorno, la luce, ecc.
La postproduzione è un passaggio obbligato, si sa, ma appare agli occhi dei più la scorciatoia, quasi il “trucco di magia” con cui anche un fotografo mediocre può creare quasi dal nulla immagini spettacolari. Che ciò avvenga è risaputo, ma le foto mediocri appaiono spettacolari solo a chi non s’intende di fotografia , anche se ne consuma molta, il che oggi significa una moltitudine di persone. Anche in ambito di fotogiornalismo, si sa, la spinosa questione del fotoritocco fa passare notti insonni alle giurie più prestigiose. Tuttavia ritengo che chi, come nell’esempio della foto di Hansen, spara bordate contro la scelta di postproduzione sia decisamente in malafede. Possiamo ragionare tutt’al più sulla necessità di “finalizzare” (mi piace il termine inglese “tuning” che rende bene l’idea, lo utilizzerò in questo post), dare quel tocco finale a un’immagine, ma in il rischio è che oggi il fotografo “deve” esagerare per farsi notare. Mi chiedo se i fotografi non siano piuttosto vittime, tra l’altro sempre pronti ad aizzarsi l’uno contro l’altro.
Torniamo al ragionamento. Il fotoritocco come alternativa al saper fotografare, in un certo senso è questo che emerge. Non a caso nel fotogiornalismo, anche per tradizione, c’è una scuola di pensiero che sostiene le immagini grezze, dure e dirette e non solo pochissimo elaborate, anche pochissimo “pensate”. Di contro fotografi che hanno fatto della loro firma stilistica particolarmente evidente, spesso ottenuta in camera oscura (tradizionale), un segno di distinzione. In un certo senso la replicabilità del processo digitale ha fatto perdere valore a questo aspetto. I “trucchi” di camera oscura erano tratti distintivi di un fotografo, oggi un plug-in di Photoshop o altri software possono replicare “esattamente” un processo di sviluppo digitale utilizzato da un determinato autore, facendogli così perdere unicità. Chi non ha sentito parlare dell’effetto “Dave Hill” o dell’effetto “Dragan”? Basta cercare su youtube e i tutorial si sprecano.
Se una cosa è replicabile, si sa, non è più arte. Eppure ai posteri il “tocco” tipico delle immagini di questi anni apparirà come una moda. Personalmente vedo nella bella foto di Hansen il tipico “tuning” di questi anni, mi chiedo anche se non ne sia artefice qualcun altro, uno studio, un grafico di redazione. Anzi oggi che siamo tutti free-lance, più che di redazione, un grafico di qualche studio a pagamento. A pensarci bene, questa foto (come altre) è praticamente monocromatica, è un bianco e nero che però non vuol esserlo, con una nota di colore che di per sé suscita delle emozioni (generalmente un viraggio o verso tinte seppia o verso il blu, tipicamente da bilanciamento del bianco o da filtro) ma senza la distrazione indotta dai colori (ad esempio il blu elettrico della tuta indossata dall’uomo a destra).
Possiamo gridare allo scandalo o alla mistificazione? Il colore della tuta è fondamentale per la comprensione della storia narrata dalla foto? Ci muoviamo allora in un ambito dove le scelte non sono più dettate dal “giusto o sbagliato” ma anche e soprattutto dalle intenzioni dell’autore, nella migliore delle ipotesi, o più probabilmente di una redazione. Sono convinto che molti miei colleghi oggi si uniformino a un certo gusto per due ragioni di fondo: moda e opportunità. Non me la sento di dargli torto. Moda perché il gusto corrente predilige e quindi richiede immagini con questo tipo di tuning. Opportunità perché se non ti adegui è possibile che le tue foto siano penalizzate rispetto ad altre, e la concorrenza oggi si sa è spietata, perché il photoeditor di turno (sempre che ce ne sia uno nelle redazioni) a sua volta è condizionato dal gusto corrente. A meno che tu non sia un mostro sacro della fotografia che fa scelte totalmente autonome, uniformarsi alla moda è necessario.
Forse, in conclusione, se il fotoritocco in un certo senso si standardizza, la cosa non è poi così da temere. Magari in questo modo sono le foto a parlare più che il tuning. Forse che in bianco e nero le foto erano/sono tutte uguali?
Foto che ha suscitato curiosità negli allievi per la postproduzione che si supponeva molto elaborata
Personalmente, negli anni sto tornando sempre più verso il bianco e nero, vero e proprio. Il colore mi disturba, talvolta è protagonista di un’immagine, come nelle note fotografie di Steve McCurry ma il più delle volte distrae. Sta al fotografo non introdurre colori invadenti nelle sue foto, ma oggettivamente, pensando alla foto di Hansen, avrebbe dovuto chiedere alle persone in lutto di indossare abiti meno colorati? Una riflessione sul colore non può certo ridursi a queste poche righe. Mi sento di aggiungere che ormai note di colore forti e nette sono un espediente per catturare l’attenzione di un gusto più di massa. Così facendo tuttavia si “distrae” l’osservatore e non lo si induce a percepire un’immagine nella sua essenza, di forma, spazio, luce.
Perché il rischio è questo, che se una foto appare ricca di intensità anche grafica, è opinione corrente che sicuramente la postproduzione l’ha resa tale. In un certo senso si rischia oggi che un bravo fotografo che ha scelto finemente momento, composizione, luce, ecc. sia ritenuto tutt’al più un bravo “fotoritoccatore”. Personalmente e per lavoro io devo dialogare anche con chi è inesperto di fotografia (e mi piace farlo) e devo tener conto di ciò che una foto suscita. Una forte dose di contrasto, che si sa regge bene solo su foto che sono perfette dal punto di vista di luce ed esposizione, può apparire come un fotoritocco elaborato e complicato, tale da far pensare: “bella…che cosa hai fatto in photoshop?”. Una sensazione che sarebbe bene non suscitare.
Potrà sembrare incredibile ma questa foto dentro photoshop non è nemmeno passata. Il lavoro c’è, tutto sul RAW, ma quel che è stato aggiustato finemente è il dosaggio di luminosità e di contrasti, niente è stato introdotto o alterato. La foto a colori da cui “partiva” (nel RAW i dati sul colore sono sempre presenti anche se abbiamo utilizzato un effetto monocromo nella fotocamera) è questa, un’immagine a colori sì ma, per meglio dire, l’immagine come era prima dell’ultimo intervento di passaggio al bianco e nero.
La fotografia a colori lascia intravedere meglio come gli interventi correttivi siano avvenuti esclusivamente per un’ottimizzazione della luce, dove ricerco una curva tipicamente non digitale, con maggiore contrasto sui mezzitoni e compressione delle alteluci. Il digitale richiede una ottimizzazione di questo tipo perché registra la gamma tonale in maniera lineare, a differenza delle pellicole che hanno ciascuna una sua curva caratteristica.
Il colore qui è importante per trasmetterci l’atmosfera, la luce calda sul metallo, trattandosi di foto fatte all’alba, il contrasto cromatico tra questa e il blu dello sfondo o delle tute degli operai. Tutto questo non si perde interamente nel viraggio al bianco e nero, perché i contrasti cromatici si trasformano in contrasti di luce. Uno scatto di partenza con passaggi tonali puliti rende immagini in bianco e nero altrettanto nette. Direi che anzi il bianco e nero rende visibili maggiormente i passaggi di luce altrimenti camuffati dal colore (rivedere la foto in B&N).
Spero che da questa trattazione evidentemente parziale e solo abbozzata nasca una riflessione ulteriore, non ho la pretesa di possedere la verità su un argomento così controverso ma spero di aver fatto un po’ di luce partendo dalla mia personale esperienza di fotografo alle prese continuamente con dubbi amletici circa la post-produzione.
Può tornare utile leggere anche questi articoli che ho scritto sul medesimo argomento, partendo da spunti differenti.
FOTORITOCCO E POSTPRODUZIONE: DOVE E' IL LIMITE?
LA CURVA DI CONTRASTO CARATTERISTICA: PELLICOLA E DIGITALE

Tutti i post sul tema FOTORITOCCO >>>
Buona discussione…
©2013 fotobiettivo.it/ marco palladino – Tutti i diritti riservati
venerdì 30 novembre 2012
Perché utilizzare sempre le ottiche fisse rispetto agli zoom quando è possibile
di Marco Palladino
Più che un articolo espongo qui alcune mie riflessioni che spero aprano una discussione. Tutti gli argomenti si potrebbero declinare in molti approfondimenti ed esempi, magari col tempo ne farò alcuni.
E’ possibile visionare alcuni articoli, test, ecc. che ho pubblicato in questo blog che da soli evidenziano la qualità delle ottiche fisse. Tuttavia un confronto diretto fisse/zoom non l’ho mai presentato. Ma una lunga esperienza sul campo anche in ambito professionale che vi propongo in massima onestà mi ha portato alle seguenti conclusioni:
martedì 18 settembre 2012
Fotoritocco e post-produzione fotografica: dove è il limite tra semplice sviluppo e alterazione? Esiste la foto naturale?
Dall’avvento della fotografia digitale, si è aperta la possibilità di interventi massicci in fase di post-produzione, gli stessi che prima richiedevano operazioni più laboriose in camera oscura. La cosiddetta post-produzione non è altro che ciò che veniva comunemente chiamato “sviluppo fotografico” con la pellicola, allorché la fase di elaborazione post-scatto non si limitava solo a “sviluppare” correttamente il film (o creativamente, si pensi ad es. al cross-processing), bensì anche a reinterpretare la foto fino alla fase di stampa.
giovedì 10 novembre 2011
Riflettiamo sulla professione di fotografo: quanto costa una fotografia? Perché scegliere un fotografo professionista? Come promuovere correttamente il proprio lavoro senza svendersi?
martedì 11 ottobre 2011
La curva di contrasto – luce e colore in fotografia digitale. Differenze con la pellicola, perché è così importante la post-produzione

Da un punto di vista fisico, tutto ciò che avviene davanti il sensore non è differente dal sistema a pellicola, tuttavia il processo di acquisizione è notevolmente differente. Una delle prime cose che lamentano alcuni quando si parla di fotografia digitale è l’assenza di “naturalezza” delle immagini, presupponendo che le fotografie ottenute con la pellicola fossero per forza di cose rappresentazioni naturali della realtà fotografata.
| La sovraesposizione è possibile in digitale ma molto rischiosa |
La curva caratteristica che viene assegnata a una pellicola non è casuale e risponde a scelte estetiche su cui i fotografi del passato hanno a lungo ragionato. La fedeltà cromatica e luminosa, o meglio la resa nel processo di acquisizione/stampa, ad esempio, è stato uno dei campi di indagine di fotografi come Ansel Adams o Dmitri Kessel, fatto che li ha resi ciò che sono oggi, dei maestri della fotografia. Paradossalmente, nell’epoca del digitale, tutto questo ha perso di importanza perché la possibilità di intervenire in post-produzione tramite software ha reso obsoleta la tecnica sviluppata da questi maestri ma certamente non i principi che ne sono alla base.
Come al solito, quando le cose diventano facili, si rischia di disinteressarsi e quindi di ignorare perché sono importanti e come interpretare, in questo caso, la rappresentazione visiva della realtà operata dalla fotocamera digitale. Le immagini infatti, ieri come oggi, altro non sono che una trasfigurazione/trasposizione del campo di energia luminosa dalla scena al sensore o alla pellicola.
La curva caratteristica è una funzione matematica che mappa i valori di esposizione e ci rende un’immagine precisa, dal punto di vista del contrasto luminoso e cromatico, che si tratti dei valori di densità (pellicola) o dei singoli pixel (digitale). La curva deve rappresentare, di una determinata scena, tutti gli intervalli di esposizione, o EV, gestibili anche come stop di luce, e trasformarli in una precisa scala di grigio. Ricordiamo che il sensore digitale acquisisce le immagini in scala di grigi e solo grazie a un filtro vengono assegnati i colori, ma dal punto di vista dell’esposizione e degli intervalli di luce, poco cambia.
La differenza più importante sta nella necessità, con la pellicola, di scegliere prima quale film usare per determinate caratteristiche. Notoriamente le pellicole deputate alla fotografia di paesaggio hanno una grande tolleranza per le alte luci, con una curva caratteristica che permette, ad esempio, di sovraesporre senza perdere i valori di contrasto, ma sono molto lente a reagire (50 o 25 ASA). Le pellicole più veloci (400 ASA) reagiscono velocemente ma hanno una resa diversa per contrasto e gamma dinamica.
Qualcosa di analogo succede nel digitale modificando la sensibilità ISO, che segue tuttora una curva di contrasto che è diventata lo standard ed è stata determinata da accurati studi di laboratorio, ad esempio da parte della Kodak, agli inizi del 1900, che elaborò la classica curva a S che oggi ben conosciamo – secondo cui reagiscono le pellicole – che permette un trasferimento della luce in immagine immediatamente ottimizzato senza così bisogno di intervenire più di tanto in camera oscura. La curva ad S è tuttora anche alla base della fotografia digitale.
La curva ad S risponde a una scelta ben precisa: comprimere la gamma dei toni chiari e scuri (agli estremi) ed esaltare invece i toni medi, laddove è il colore che percepiamo a occhio nudo. Ovvero determina una fotografia che non è per niente fedele alla realtà ma assolutamente fedele alla vista dell’occhio umano.
Ciò tuttavia non basta, perché come sa chiunque curi meticolosamente il workflow digitale, occorre un ulteriore intervento di post-produzione per attribuire una certa nota di contrasto tonale alle immagini, affinché siano sufficientemente “gradevoli” all’occhio umano, ovviamente con una lavorazione diversa per diversi generi di fotografia. Non vorremo infatti dare troppo colore all’incarnato mentre desidereremo aumentare alcuni intervalli di tono ad esempio in una bella fotografia di paesaggio.
Non a caso un file RAW, o negativo digitale, è di suo abbastanza neutro malgrado nasca già ottimizzato secondo al suddetta curva, perché questo ci permette di interpretare correttamente lo sviluppo finale dell’immagine secondo le caratteristiche specifiche. Questo può avvenire tramite Photoshop o tramite l’elaborazione automatica della fotocamera che pre-impostiamo o che addirittura oggi elabora dopo lo scatto le nostre immagini.
Capiamo bene a questo punto che se la nostra visione fotografica viene costantemente stimolata da immagini fortemente cariche di contrasto e colore, come avviene ormai guardando prevalentemente le foto a video, il senso di ciò che è ottimizzato o “naturale” ai nostri occhi sta lentamente slittando verso un’accentuazione decisamente forzata dal supporto digitale. Ma ovviamente basta guardare a occhio nudo una scena per renderci conto immediatamente del perché le foto di più 10 anni fa ci appaiano ancora oggi più naturali.
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giovedì 6 ottobre 2011
La prospettiva e la scelta dell'obiettivo o della focale adatta nella fotografia di paesaggio. Tutorial di composizione e tecnica fotografica, guida online.
lunedì 5 settembre 2011
Valutare una foto pubblicata sul web a confronto della risoluzione necessaria per la stampa, meglio il monitor o la stampante?

venerdì 5 novembre 2010
RAW oppure JPEG. Tutti i colori delle nostre fotografie. Quale formato digitale usare e perché

RAW e JPG hanno i loro vantaggi e svantaggi ma la prima cosa da considerare è il tipo di utilizzo che si farà delle foto: web, stampa a casa, stampa in grandi formati, giornali, brochure, cartelloni, ecc..
Per distinguerne i vantaggi e gli svantaggi è fondamentale capire come una reflex digitale cattura le immagini e quali siano le differenze tra l'8-bit e il 16-bit di un file di immagine.

Il sensore
I sensori delle fotocamere digitali catturano la luce visibile all'occhio umano. Con l'aiuto di un filtro Bayer, che suddivide e organizza lo spettro totale visibile della luce nei colori primari rosso, verde e blu (RGB).
I pixel sono sensibili ad uno solo di queste tre lunghezze d'onda, in proporzione 50 % verde 25% Rosso, 25% Blu.
Questo sistema imita l'occhio umano, che è più sensibile al giallo-verde. Il sensore salva questi dati di colore in tre canali separati, i cosiddetti canali RGB.
I canali RGB I sensori RGB sono in grado di catturare le lunghezze d'onda al di là delle capacità dell'occhio umano, in particolare nell'infrarosso, pertanto vengono montati filtri speciali per escludere questa parte dello spettro, mentre è inclusa parte dell’ultravioletto, dove gli umani possono vedere i riflessi fino a una certa lunghezza d’onda, ma non la stessa. Di conseguenza, lo spazio colore RGB ha alcune limitazioni nello spettro blu-viola, dove non è del tutto in grado di riprodurre la saturazione (colore puro), tonalità (colori puri senza tinta o ombra) e ombre che invece l'occhio umano è capace di distinguere.
Per riprodurre i dati acquisiti dal sensore su un monitor, i software ricombinano i dati acquisiti nei canale RGB per riprodurli in modo tale che l'occhio umano li percepisca come "naturali".
Lo standard sRGB 8-bit, utilizzato nelle immagini JPG, è lo standard della maggior parte dei browser e monitor di oggi, ed è in grado di riprodurre 256 colori puri per canale RGB, per un totale di 256 * 256 * 256 = 16,8 milioni di colori.
Mescolando le diverse sfumature di rosso, verde e blu, possiamo creare una vasta gamma di colori, come ad esempio:
La grande maggioranza della stampa professionale e dei fotografi di eventi sociali tendono a scattare in formato JPG, perché in genere producono grandi quantità di immagini a relativamente bassa risoluzione finale da usare velocemente per album fotografici, giornali web. In questi tipi di workflow, i vantaggi aggiuntivi del formato RAW sono scarsamente rilevanti, mentre le richieste di elaborazione supplementare del formato RAW diventa uno svantaggio.
Se la tecnica fotografica è rigorosa, un file JPG ben esposto che esce da una DSLR di oggi può competere tranquillamente con una scansione da pellicola 35mm, che sia da diapositive o negativi. Come tale, il JPG è un formato di file grande qualità, nonostante i suoi limiti rispetto a RAW.
Il formato di file RAW è principalmente orientato ai flussi di lavoro professionale, per la stampa e/o altre applicazioni ad alta risoluzione e grandi dimensioni.
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