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Visualizzazione post con etichetta Street Photography. Mostra tutti i post

lunedì 16 maggio 2016

Lo Zaino del Fotografo: COME RACCONTARE UNA STORIA

Workshop di reportage e fotografia sociale organizzato dalla scuola Fotografando di Musicastrada

Due giorni di lavoro con Marco Palladino, fotografo professionista e giornalista pubblicista, nei quali introdurrà i sui allievi sulla strada degli strumenti del fotoreporter sociale: come trovare una storia, come si sviluppa e si organizza il lavoro.

Il corso è pensato per offrire, a chi vuole avvicinarsi al reportage fotografico, un percorso formativo teorico e pratico mirante a introdurre gli studenti ai diversi linguaggi della fotografia di reportage e a fornire le competenze necessarie alla realizzazione di un racconto per immagini.

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Nella prima parte Marco Palladino vorrà conoscere il modo con cui i suoi corsisti approcciano al reportage mediante la revisione del loro portfolio. Per il portfolio è richiesta una selezione di 10-15 foto e non è necessario sottoporsi a tale "lettura". Prendendo spunto da questi ultimi e tramite il racconto della propria esperienza di giornalista e fotoreporter porterà gli allievi verso le necessarie competenze tecniche per affrontare un reportage.

Il primo giorno di workshop si concluderà con la prima delle due sessioni pratiche previste: realizzare un reportage in notturna. La domenica ripartiremo dalla cosa che ci piace di più, SCATTARE, contestualmente al Finger Food Festival - Cascina (Pi) ci preoccuperemo di raccontare come il Borgo di Cascina si animerà grazie a questo evento.

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A seguito della sessione di scatti si aprirà una discussione in merito alla selezione delle immagini,alla post-produzione e all' editing.

PROGRAMMA IN DETTAGLIO:

1° GIORNO, 21 MAGGIO
ore 10:00 ritrovo partecipanti presso la sede di Fotografando
ore 10:15 inizio Workshop
ore 11:30 coffè break
ore 11:45 preseguo lezione
ore 13:00 pausa pranzo
ore 14:30 ritrovo partecipanti presso la sede di Fotografando
ore 14:45 ripresa del corso
ore 16:45 coffè break
ore 17:00 ripresa lavori
ore 17:45 termine lezione teorica.
ore 21:oo ritrovo in conrso Matteotti a Cascina per sessione di scatti in notturna.

2° GIORNO, 22 Maggio
ore 11:00 ritrovo corsisti a Cascina in corso Matteotti
ore 11:15 inizio sessione di scatti
ore 13:30 pausa pranzo
ore 14:30 lezione di post.produzione e revisione immagini
ore 17:00 termine corso.
Il workshop si svolgerà presso la Scuola di Fotografia Fotografando
Palazzo Guicciardini- Sala Silvano Rabai- v. Guicciardini 55 ( ingresso da piazza 2 Giugno) Montopoli in Val d' Arno ( PI).
Le sessioni pratiche e l' intera giornata di domenica 22, verranno realizzate in concomitanza con il Finger Food Festival - Cascina (Pi), Corso Matteotti.

COSTO: 149 Euro, massimo 15 partecipanti.
L' eventuale soggiorno, pranzi e cene sono escluse.

Per INFO E prenotazioni: 3200149832/3490562204/3313915296
Fotografando@musicastrada.it

martedì 9 giugno 2015

Street Photographers e Open Day da Leica Gallery a MIlano

Continuano gli appuntamenti milanesi di Leica Gallery, che propone il prossimo 10 giugno un Open Day dedicato a fotografi, fotoamatori e appassionati.

Una giornata intera dedicata alla Street Photography, sia per scoprire le novità Leica, sia per vedere in anteprima la prossima mostra esposta.

Ecco come sarà articolata la giornata.

Dalle ore 15.00 il Leica Store Milano e tutti i Rivenditori Autorizzati Leica apriranno le porte ai visitatori, che potranno provare i prodotti Leica e avranno la possibilità di scoprire una straordinaria novità, un “gioiello” made in Germany capace di coniugare allo stesso tempo tradizione e innovazione tecnologica.

Seguirà alle 19.30 al Leica Store Milano l’inaugurazione della mostra “28 STREETS”, una selezione di scatti dei più grandi fotografi internazionali e giovani talenti italiani, simboli indiscussi della street photography contemporanea. Da Elliott Erwitt a Joel Meyerowitz, da William Klein a Matt Stuart, fino a Craig Semetko e molti altri.

@Redazione

martedì 24 febbraio 2015

Lo zen della fotografia in viaggio: fotografare con gli occhi, ricordare coi sensi.

 DISCUSSIONE NEL FORUM >>

Prendo spunto da questo interessante articolo di Leonello Bertolucci su Il Fatto Quotidiano, introduce una riflessione che fa parte dei miei pensieri da diverso tempo. Ho deciso di scrivere un articolo per approfondire (potenza dell’ipertesto!) oltre il piano soggettivo che poi non è mai meramente soggettivo ma sempre epistemologico ed è una riflessione che viene fatta non a caso da molti fotografi della vecchia guardia.

ELEGANCE AND DIGNITY - STORIES FROM INDIA

La fotografia è cambiata in tanti modi ma non nella sostanza. Quello che è cambiato davvero è il suo pubblico, la sua diffusione, il suo motivo d’essere, il senso del fotografare. L’articolo citato fa notare giustamente che per chi si sente fotografo (e non turista dotato di fotocamera), “fotografare – come asseriva Henri Cartier-Bresson – è un modo di vivere; dunque se vivere e fotografare sono inscindibili e si alimentano a vicenda, il tentativo di separarli appare eretico”.

Questa frattura è una cosa che i fotografi sentono, perché è avvenuta e certificata. L’avvento della fotografia di massa, e la diffusione di massa della fotografia, che non è la stessa cosa (la rivoluzione digitale è stato soprattutto questo) ha letteralmente scippato interi settori della fotografia professionale per relegarli (dal punto di vista del fotografo che si sente tale) oppure donarli (se vediamo il processo come una “democrazia dell’immagine”) a chiunque sia dotato di fotocamera e un minimo di tecnica. Sia chiaro che io non prendo posizione, non sono nessuno per farlo e poi chiunque lo faccia è un pazzo, il processo è inarrestabile, ma mi limito da sempre nei miei articoli a notare i pro e i contro dei fenomeni.

Parlando di fotografia di viaggio, anche il turista ha la facoltà di immortalare immagini di ottima fattura che in linea di massima restano alla superficie delle cose. Mai come oggi in un mondo così globalizzato e trasversale nell’economia  e nel mainstream culturale, viaggiare significa andare a scoprire angoli di diversità sempre più nascosti alla superficie, che siano sotto casa o all’altro capo del mondo non fa differenza. Mi sorprende parecchio quando ad esempio vengo contattato da indiani incuriositi dal mio lavoro sulle classi povere dell’India. Una realtà di “casa loro” che a quanto pare ignorano. Così come un fotoreporter indiano potrebbe aver raccontato una realtà nascosta ai nostri occhi, proprio sotto casa nostra, e conoscerla meglio di noi che qui viviamo.

La fotografia di viaggio, democratica o relegata che sia, non è più appannaggio del fotografo professionista, il che la espone a vantaggi e svantaggi. I vantaggi sono presto detti, una quantità  enorme di immagini di ottima fattura e a costo zero. Gli svantaggi sono tutti a carico del senso del fotografare, dell’annoso problema dei cliché fotografici, della difficoltà di leggere in un’immagine qualcosa oltre lo stereotipo che aleggia nella mente del turista. O meglio, che data l’invasione di tante immagini, è più difficile scovare l’originalità del vedere fotografico.  Eppure all’occorrenza anche il fotografo occasionale può trasformarsi in reporter e documentare quello che vede magari per caso. Non che succeda spesso, in fondo rispetto alla quantità di strumenti fotografici in viaggio è sorprendente quanto siano pochi i materiali documentali. Ma qui parliamo dell’opposto, ovvero del fotogafo che come dice Bertolucci è sempre tale e che all’occorrenza vuole immortalare qualcosa che prescinde dall’incarico o progetto.

Che cosa è successo in questi anni? Semplice, il fotografo professionista ha smesso di fare le foto che chiamerei “fuori progetto”, ovvero quelle immagini che il sentirsi fotografo fa sì che si cerchino sempre, anche solo per una mera ricerca estetica. Perché essere fotografo non ti abbandona mai. Ma oggi che lo voglia o no, con una rete che straborda di belle foto a costo zero che coprono ogni angolo del mondo, un fotografo che pure lo è sempre, avrebbe motivo di fare foto svincolate da un progetto? Ecco un esempio, la bellissima foto di Larry Burrows, noto fotoreporter che ha documentato la guerra in Vietnam e che certamente non lavorava come fotografo di viaggio se non occasionalmente, per la rivista Life, perché appunto all’epoca un certo tipo di fotografia non era alla portata di chiunque.

Larry Burrows Taj Mahal 

Non solo Life (che tra l’altro ha chiuso, almeno nella versione cartacea, proprio perché una simile rivista ha perso certe ragioni d’essere) non commissionerebbe più queste foto ai suoi fotoreporter, probabilmente anche il fotografo, come andiamo dicendo dall’inizio, non sente più il bisogno di farle. Chi fotografa per il mondo ha bisogno di una motivazione esterna, non gli basta portarsi a casa un ricordo, desidera portare delle testimonianze, filtrate e concettualizzate in modo studiato, rigoroso e unico, anche se slegate da un discorso organizzato, o progetto che dir si voglia. Per quale altra ragione se non donarla al mondo dovrei creare un’immagine? Il principio di fondo accomuna tutti, è un’esigenza umana condivisa tanto dal dilettante quanto dal professionista (categorie ormai fluide), il che spiega perché i fotoamatori siano tanto pronti a regalare le proprie foto a giornali e riviste, a inondare il web delle proprie creature, senza altro motivo se non il piacere di farle vedere, ma è proprio il professionista a rendersi maggiormente conto del ruolo della fotografia e a fare scelte in totale controtendenza. In un certo senso fa parte della maturità anche stilistica, si arriva appunto allo zen della fotografia. Si fotografa con gli occhi, si continua ad esercitare il proprio sentire di fotografo, irrinunciabile, ma si sa che certe fotografie ormai non hanno più ragione di esistere. Se ne decreta il lutto pubblico. Ma se ne trattiene la memoria e il senso. Si fotografa con gli occhi, si ricorda con tutti i sensi.

D’altronde il fotogiornalismo contemporaneo ha abbandonato già da un po’ certi generi. O si occupa di eventi di cronaca, politica, guerre, ecc. che sono sempre nell’agenda di ogni redazione, oppure è alla ricerca continua di storie minori ma dense di umanità, di spunti di riflessione sull’uomo che prescindono dalle differenze culturali, dai confini geografici ed etnici. Storie piccole ma universali, storie in cui lo spettatore può riconoscerci. È qualcosa che comporta da una parte un avvicinamento importantissimo, piccole storie significa che l’altrove ci è vicino, non alieno. Parlando di reportage ad esempio, la vita quotidiana di chi soffre dall’altra parte del mondo è forse più poetica e umanamente coinvolgente (ci accomuna) che la sua sofferenza ritratta e spiattellata a toni forti, che invece spinge lo spettatore verso un distanziamento. Ma c’è anche una certa dose di narcisismo in parte del pubblico (è una mia modesta opinione), che deve sentirsi rispecchiato nelle storie che vede fotografate e non tollera differenze di identità, religione, pensiero, insomma la diversità. Due rovesci della stessa medaglia. In ogni caso, l’altrove è demodè.

In questo senso secondo me troppo frettolosamente è stata relegata la fotografia di viaggio a qualcosa di appartenente a un mondo che non esiste più. La globalizzazione c’è, è vero, ma le realtà etniche e culturali permangono, aldilà di internet, connessioni virtuali ed economie di grande scala. Forse non basta più semplicemente vederle e fotografare, forse è necessario raccontarle. In questo senso solo un progetto rigoroso può restituire giustizia e conoscenza, anche laddove il pubblico è ormai disinteressato all’altrove che viene percepito come a portata di un volo lowcost. L’altrove esiste, ma è sempre meno esemplificabile da una fotografia. Nessuno si stupirebbe di un’immagine del Taj Mahal ai giorni nostri e dubito che Burrows vorrebbe ancora fare questa fotografia. E poi, a ben guardarla…il cliché della cornice, la luna sopra (è photoshoppata?), ne abbiamo viste troppe di foto così, signor Burrows. Quei neri così chiusi, perché non si iscrive a un corso di fotoritocco?

© 2015 Marco Palladinowww.fotobiettivo.it

martedì 25 novembre 2014

(auto)critica fotografica, ovvero tutto ciò che una foto non dice

Mi voglio avventurare in un percorso di critica fotografica che non mi compete, sono solo un fotografo. E proprio perché solo un fotografo posso soltanto tentarlo su una mia foto, su qualcosa che conosco bene. Una AUTO-critica appunto. Le riflessioni che farò sono pane quotidiano per chi lavora nel mondo della comunicazione ma ritengo interessante presentarle al pubblico più vasto, dato che oggi per certi versi siamo tutti editori nel mare della socialità/condivisione virtuale.

Nel 2009 durante un percorso di ricerca fotografica su divere questioni legate alle minoranze etniche, non solo curde, in particolare in Anatolia orientale, ho soggiornato a Istanbul, città assai interessante sotto moltissimi punti di vista, non solo storici o turistici. La storia recente della Turchia, e in particolare le tensioni che la attraversano da sempre tra aspirazione alla modernità, intesa come appartenenza alla cultura Occidentale (basti ricordare l’adozione dell’alfabeto latino all’inizio del ‘900) e le origini asiatiche sempre sentite e anzi rivendicate (tra l’altro il ruolo di Ankara nello scacchiere mediorientale è stato centrale, non fosse altro come base di operazione militari), è particolarmente esemplificabile attraverso immagini che ritraggono le donne in questo paese.

Una cosa che colpisce chiunque visiti Istanbul è notare come ci siano donne vestite all’occidentale e altre totalmente coperte. In maniera assai iconica questo rappresenta la situazione culturale del paese. Ovviamente un’immagine non dice, non illustra, un’immagine allude, richiama, evoca. Assumere che una donna coperta sia di fede islamica è probabile, ma che questa richiami il ruolo della donna difeso da un certo fanatismo religioso è tutt’altra cosa.

La foto che segue è stata concepita avendo parecchie cose in testa, non certo verità, dubbi piuttosto. Ma se dubita troppo il fotografo finisce per non fare il suo mestiere. È chiaro che aldilà delle intenzioni razionali non controlliamo perfettamente ciò che una scena che si presenta agli occhi evoca nella mente, né come venga poi destrutturata e tradotta in un’immagine in quella (magica) frazione di secondo in cui la si concepisce, ma a posteriori possiamo ripercorrere il lavorio dell’inconscio (che spesso si associa a un inconscio collettivo).

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Giovane donna per le strade di Taksim, Istanbul

Il discorso è complesso. Come fotografi abbiamo talvolta il controllo editoriale sulle nostre immagini, laddove queste facciano parte di un progetto specifico, ma l’uso che viene fatto delle immagini (nostre e in generale) è del tutto arbitrario, ovvero sfugge al controllo. Ho scelto questa foto perché è paradigmatica, in una giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, con notizie del premier turco che nel 2014 fa ancora dichiarazioni misogine, è perfetta. Questa foto è nell’archivio di agenzia, qualsiasi testata potrebbe usarla per raccontare qualcosa che va ben oltre le intenzioni del fotografo. Ovvero, quello che la fotografia non dice.

Che cosa dice questa foto? Semplice, una giovane donna con un foulard in testa, ma le dita smaltate (che sia nelle strade del quartiere più moderno di Istanbul lo dice solo la didascalia) cammina da sola circondata da una folla anonima (notare che nessun altro volto appare). La folla è composta da sagome solo maschili. Tutte in ombra. Il volto della ragazza è illuminato, ma triste. Tra queste sagome una si palesa in maniera quasi minacciosa dietro la ragazza, un uomo di una certa età, nascosto dietro di lei, come una figura maschile opprimente. La ragazza è evidentemente pensierosa, quasi triste. Indossa un foulard in testa, segno di non far parte né delle ultramoderne né delle donne più conservatrici (per quanto riguarda il mostrarsi in pubblico). In quanto tale rappresenta benissimo la doppia anima del paese.

La foto non dice altro (a me anzi pare che dica anche troppo). Potrebbe benissimo rappresentare la condizione di parziale, incompleta emancipazione femminile in paesi come la Turchia. Ma il volto pensieroso e triste potrebbe dipendere da ben altro tipo di afflizioni personali. Ovviamente al fotografo questo non importa. Non laddove una foto non sia meramente descrittiva ma porti dei riferimenti, dei significati, che poi possono essere o meno  decodificati dal pubblico. Ma che succede se questa foto viene utilizzata con una notizia che ne travisa totalmente i contenuti? Riferita a un contesto che non è quello di Istanbul ad esempio (a tutto quello che abbiamo raccontato sopra). È possibile. Avviene continuamente. E il fotografo non ha alcun controllo a meno che decida di non pubblicare le sue foto se non in regime di totale controllo editoriale (il che praticamente ne uccide il lavoro).

Oggi la fotografia micro-stock sta soppiantando (anzi direi che lo ha già fatto) un certo tipo di immagini “concettuali” di stampo più giornalistico. Se devi pubblicare un articolo sulla violenza di genere, ad esempio, compri a 0,20 centesimi un’immagine realizzata artatamente in studio che ritrae, che so, il volto di una donna che piange, con una mano maschile, e il gioco è fatto. Il cliché è servito.  Non serve scomodare un fotogiornalista né un’agenzia. Forse per certi versi è un bene che certe immagini siano ridiventate illustrazioni. Alle origini della fotografia e del giornalismo, questo ruolo era chiarissimo. Prima della fotografia d’azione i giornali usavano illustratori, disegnatori. Poi la fotografia, con l’invenzione dell’otturatore e di strumentazione portatile, ha preso quel ruolo. Di illustrare appunto, didascalicamente, quel che si dice in un articolo. Nell’epoca d’oro del fotogiornalismo il rapporto si è invece invertito, laddove sono le foto a creare notizia e/o significato, liberando la fotografia dal suo vincolo di illustrare, portandola finalmente ad alludere, significare, emozionare.

L’uso che viene fatto delle immagini sfugge al controllo e il problema ormai non riguarda soltanto i professionisti, dato che la stragrande maggioranza delle immagini circola in contesti non editoriali. L’uso improprio delle immagini non è un rischio è una realtà. Come difendersi? Francamente non ne ho la più pallida idea. La sensazione è che ci sia una sorta di ritrosia generale a soffermarsi su immagini che alludono a cose più complesse di quanto nei pochi secondi che dedichiamo alla visione delle fotografie si possa tollerare. Questo fa sì che più facilmente si possa associare un’immagine a qualsiasi cosa, così come avviene nella pubblicità.

In questi giorni passa a tambur battente una presunta pubblicità “progresso” sulle reti nazionali in cui si invita a donare soldi a un fantomatico “progetto amore” (già il titolo stucchevole e capzioso dice tanto), per farlo si utilizza la drammatica fotografia di una donna sfigurata dall’acido. Il messaggio è fraudolento perché associa un dramma documentato dal fotografo e relativo a un tema importante con qualcosa di assai diverso, che cavalca una tendenza mediatica e mira a raccogliere denaro. Mi chiedo se il fotografo lo sa e se pur sapendolo è contento di aver venduto la sua foto. .

© 2015 www.fotobiettivo.it / Marco Palladino

sabato 1 marzo 2014

Bujh (Gujarat) – Matrimoni, terremoto, santurari, ritratti di strada

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Una storia minore tratta dal libro Elegance and Dignity - Stories from India, dal capitolo 4 dedicato alla storia del  giovane imprenditore dell’acciaio reciclato in Gujarat…

venerdì 24 gennaio 2014

Lo Scempio di Bresson. Fotografia di strada, l’ultima frontiera del marketing fotografico.

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Molti anni fa insegnavo Italiano agli adulti nelle università popolari in Germania (eh sì non ho sempre fatto il fotografo per lavoro, una volta era un piacevole e sereno hobby). Ricordo che c’era una frase che ricorreva spesso tra i miei allievi, per rompere il ghiaccio si chiedeva loro perché fossero così interessati all’Italiano e non, che so, al Francese, che studiano pure a scuola, o allo Spagnolo che è parlato in mezzo mondo. La risposta che ricorreva, oltre ai soliti cliché pizza sole e mandolino era questa: “perché è facile”.

venerdì 20 settembre 2013

“Salento Report” – Omaggio fotografico alle Olimpiadi del Salento

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Proiettato in anteprima all’inaugurazione delle Olimpiadi del Salento, ecco il video con cui ho voluto omaggiare questa iniziativa speciale e i luoghi che ospitano le manifestazioni sportive.

giovedì 12 settembre 2013

GERDA TARO – SCATTI ALL’OMBRA DI UN MITO

di Silvio Zappi

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Gerda Taro, dinamitardi repubblicani nel distretto di Carabanchel a Madrid, giugno del 1937

Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohorylle) nasce in Germania nel 1911. Viene definita come tra le prime fotoreporter di guerra e viene ancora oggi ricordata soprattutto per il suo impegno politico legato all’antifascismo. Ebrea e di famiglia borghese, viene arrestata nel 1933 con l’accusa di propaganda contro il regime nazista e attività sovversiva; una volta in libertà trova presto rifugio in quella Parigi degli anni ‘30 sede di un entusiasmo artistico e culturale alimentato dalle motivazioni di svariati artisti, intellettuali e fotografi di tutto il mondo.

lunedì 9 settembre 2013

Vallepietra, sui Montri Simbruini. Un paese dal sapore medioevale.

di Roberto Giancaterina
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Nascosto nei Monti Simbruini, all'estrema provincia di Roma, sorge un piccolo paese dal sapore  medioevale. Vallepietra è un piccolo abitato posto a circa 800 mt. slm.con circa 200 residenti fissi. Posto a circa 800 mt slm. è circondato da verdi montagne che possono arrivare anche a 2000 mt. La più conosciuta è probabilmente Monte Autore. Con le sue sette sorgenti rappresenta uno dei più ampi bacini idrici d'Europa. Situato all'interno del Parco Naturale dei Monti Simbruini, il paese è sicuramente noto per il Santuario della SS. Trinità.

martedì 3 luglio 2012

La street photography, una riflessione sul genere e sugli sviluppi recenti nell’era dei social network, aspetti giuridici e significato delle “foto rubate” per strada

Sul portale di Fotografia&Informazione, una risorsa molto importante per riflettere sul ruolo della fotografia nella società attuale, si fa il punto su un genere fotografico che ha fatto la Storia della Fotografia, oggi che la possibilità di ripresa fotografica e la diffusione delle immagini è tanto capillare quanto scarso il valore storico che queste conserveranno.

Sottolinea correttamente Vincenzo Cottinelli quanto sia sempre più frequente un atteggiamento di resistenza o anche di violenza da parte di chi, in luogo pubblico, vede nel fotografo un aggressore da fermare, cui proibire la ripresa, considerata come una illecita intrusione nella vita privata del cittadino. Come sembri riemergere una concezione rozza, primitiva, superstiziosa della fotocamera come strumento che ruba l’anima.

Eppure oggi tutti fotografano, nella più totale ignoranza della storia della Fotografia; tutti mostrano cumuli di immagini private in quel grande “bar all’aperto” che è Facebook, ma nessuno sembra accettare che qualcuno voglia seriamente fotografare la vita della comunità, come facevano la Street Photography, il fotoreportage sociale, nati in America e in Francia e diffusi in tutto il mondo sull’onda delle straordinarie storie visive raccontate da William Klein, Robert Frank, Eugene Smith, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, per citare solo i più pubblicati.

Grazie ai loro scatti sappiamo come erano i nostri genitori, come eravamo noi da piccoli, come erano la vita e il costume nella realtà sociale. Nel futuro, forse si conoscerà solo come erano i nostri set, i nostri spettacoli, le inaugurazioni di boutiques, le sfilate di moda.

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