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venerdì 20 settembre 2013

Un ragazzo africano tra tanti. Un venditore ambulante racconta la sua storia

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Mamadou è un ragazzo senegalese di 30 anni che come molti ambulanti si aggira con i suoi oggetti colorati tra la gente distratta della metropoli. E’ un centro commerciale il luogo in cui lo incontriamo, un luogo pieno di luci natalizie e di folla nervosa che ondeggia ipnotizzata tra negozi di vestiti e oggetti per la casa. Fuori di retorica c’è un che di dissonante tra i volti stressati dallo shopping domenicale, nel frenetico periodo commerciale di Natale...anticipato e il sorriso spontaneo di questo ragazzo africano che dopo un anno in Italia riesce a dire solo qualche parola nel nostro idioma ma si illumina totalmente quando gli chiedi della sua vita, in inglese, che padroneggia abbastanza bene avendolo imparato quando in Africa lavorava con i turisti.

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Mamadou vende i classici manufatti provenienti dall’Africa, collanine, monili e quelli più sofisticati, la motocicletta intarsiata nel legno, che sfoggia sempre con orgoglio, e le percussioni, che acquisto volentieri ricordandomi da dove proviene la mia antica passione per la batteria. Mi stupisce raccontandomi del suo lavoro che, in patria, era l’artigiano. Le costruiva lui stesso queste percussioni. Ora gliele mandano per venderle.

La sua socialità semplice e la voglia di parlare anche solo per guardarsi in faccia ed essere visto da qualcuno sono cose che ti catturano, è un’umanità distillata in espressioni che rispondono solo a una cosa: avere in mano la propria vita. Mamadou è un uomo povero ma libero. Non incolpa il mondo per la sua condizione, anche se dal suo paese è andato via per sottrarsi tra l’altro alla guerra. La sua frase mi cattura, quando gli chiedo più volte: allora, com’è la tua vita? Una domanda da occidentale ovviamente...la sua risposta si potrebbe tradurre così: mezzo e mezzo, o il nostro non mi lamento, si va avanti. Ma è un’altra cosa, lo dice con il sorriso, con la consapevolezza di un uomo del mondo, che non si fa troppe domande vuote. Che non si chiede sempre che cosa sia la felicità, né cosa gli manchi per raggiungerla. E’ la sua vita e basta. Ovviamente non se la immagina così per sempre.

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Ha costruito una rete di assistenza, tra amici e parenti che vivono a Roma e, mi dice, si sente protetto. Ma ancora una volta è una mia domanda un po’ vuota a indurre una risposta, non sembra turbato dal fatto di essere straniero e precario in una società consumistica e individualistica. Non ha più molti legami con la sua patria, non ha più una famiglia lì, i suoi pochi parenti stretti vivono a Roma. E’ chiaro che non deve essere facile riuscire a sbarcare il lunario in questa città dove si fa fatica ad arrivare a fine mese, ma lui ce la fa, in qualche modo. Evidentemente è possibile per tutti.

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Usciti dal centro commerciale viene intercettato da due ragazzotti spigliati che con faccia tosta gli chiedono in regalo due braccialetti, glieli dà immediatamente e sorridendo. Potremmo fare tante congetture sul significato di questo episodio, tanti parallelismi con la povertà d’animo di chi ha molto ma pensa sempre che gli manchi qualcosa e chi ha davvero poco ma ride. Cose che ti fanno venire il mal di pancia, ma ancora una volta sono mie proiezioni da occidentale.

E’ così che Mamadou vive la sua vita, incontra poi un suo amico che fa lo stesso lavoro e sono mille sorrisi, veri sorrisi, un’abitudine, magari difensiva in certe circostanze, ma di chi risponde col sorriso sempre a un incontro, quale che sia. Il sospetto, ancora una volta è che al confronto con quanto lasciato tutto questo sia un modo di vivere meno minaccioso. E’ qualcosa che si intuisce solo, ma di fondo c’è anche il desiderio di muoversi, di non immaginarsi la propria vita come una gabbia solo perché la sorte ti ha messo lì dentro. E’ questo che ti dice, ci parla dei suoi progetti come di cose che avverranno, semplicemente avverranno.

Non tutti prendono e partono, non tutti se ne vanno. Tendiamo a dimenticare troppo facilmente che gli africani che incontriamo nelle nostre città molto spesso sono un’élite. Alcuni anche culturale, altri solo per vocazione e consapevolezza. Sguardi miti ma non rassegnati, volti sereni quanto basta, cittadini del mondo, loro sì.

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Ci ho messo molto del mio in questo incontro, che ho voluto vivere senza alcuna pretesa giornalistica, un incontro che avviene al momento giusto, come una riprova che basta uscire e vestirsi solo con la voglia di vedere, ascoltare, sorridere e dimenticare ciò che crediamo ci manchi...per essere ripagati dalla semplicità dirompente di chi non ha niente ma ti riempie il cuore con un sorriso.

Il mio amico, altro protagonista silenzioso di questo episodio, è folgorato. I suoi problemi affettivi che ne avevano spento lo sguardo altrimenti sempre molto solare, spariscono di colpo, il suo rispecchiamento con un ragazzo che viene da così lontano è totale. Finisce con attribuirgli virtù quasi eroiche, di chi è libero e ha il potere di scegliere, di chi guarda avanti con fiducia, cose che lui sta imparando a difendere con orgoglio in un mondo opulento e pavido.

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Vorrei dissuaderlo, dargli il mio punto di vista, che forse è sempre troppo cinico, di un cinismo esteriore in parte, acquisito nella vita. Ma non lo faccio. Non credo affatto nel “mito del buon selvaggio” riproposto sempre da una cultura occidentale troppo alla riscoperta di cose ovvie. Credo davvero che gli uomini siano tutti identici, coraggiosi o meschini a seconda delle circostanze. Ma stavolta non riesco a sentirmi nel giusto. Si salutano con un grande e spontaneo abbraccio. Io semplicemente non ci riesco.

©2013 www.fotobiettivo.it  – all rights reserved



Three colors for everything and an African boy among many

social reportage by M.Palladino
Mamadou is a Senegalese young man of 30 years who, like many street vendors here, hovers with his colored objects among the distracted people of the metropolis. It 's a commercial center the place where we meet him accidentally, a place full of Christmas lights and nervous crowd swaying hypnotized between clothing stores and items for the home. Out of rhetoric, there is something dissonant between these faces stressed by the shopping on Sundays, in the busy Christmas shopping period (too early opened) and the spontaneous smile of this African boy who, after a year in Italy, only manages to say a few words in our idiom but lights completely when asked about his life, in English, which he has mastered quite well having learned it when working in Africa with tourists.

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Mamadou sells the classical artifacts from Africa, necklaces, jewelry and more sophisticated ones, the motorcycle, inlaid in the wood, that he shows off with pride, and the percussions, that I happly purchase remembering where it came from my old passion for the drums. It amazes me by telling me of his work, that at home was the craftsman indeed. He constructed himself these drums. Now they send them to him to be sold in the streets.

His simple socializing smile and wish to talk maybe just to look at each in the eyes and to be seen by someone, these are things that capture you, his humanity is distilled in expressions that only respond to one thing: he is owner of his life. Mamadou is a poor  man but a free one. Does not blame the world for his condition, even though he went away from his country to escape the war, among other things. His phrase catches me, when I ask again: So how is your life? A question from western point of view, of course ... his response could be translated as follows: half and half, or I'm not complaining, it goes on. But it sounds different here, he says it  with a smile, with the awareness of a man of the world, who is not asking himself too many blank questions . Who does not always keep asking what happiness is, nor what he lacks to reach it. This is his life and that's all. Obviously he is not resigned to this way forever.

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He built a network of support, including friends and relatives who live in Rome and, he says, he feels protected. But again my question is a bit 'empty’ and induced to a response by someone who does not seem troubled by the fact of being a foreigner and precarious man in a consumer and individualistic society. He no longer has many ties with his homeland, no longer has a family there, his few close relatives live in Rome. It 's clear that it must not be easy to be able to make it in this city where it is hard for many to live in wellfare, but he makes it, in some way. Obviously it must be possible for everyone then.

After leaving the hall he is intercepted by two rude boys that ask him a gift of two bracelets, he's giving them immediately and with a smile. We could do a lot of speculation about the significance of this episode, many parallels with the poverty of mind of those who have much but always think that something is missing and those who have very little but smile. Things that make you have a stomach ache, but once again these are my projections, from a Western point of view. It 's so that Mamadou lives his life.

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After this, he meets a friend who does the same job and there are a thousand smiles between them, real smiles, a habit, even defensive in certain circumstances, but of who always responds with a smile to a meeting, whatever that is. The suspect, once again, is that in comparison with what he has left all this must be a less threatening way of life . It 's something that we can only imagine, but basically you see also the desire to move, not to imagine own life as a cage just because fate has put you there. That 's what you say yuourself, he simply talks about his projects as of things that will happen, just will take place.

Not all people from Africa take their life and go away, not everyone does it. We tend to forget too easily that the Africans we encounter in our cities often are an elite. Cultural elite sometimes, others only by vocation and awareness. So they look: mild but not resigned, serene faces, citizens of the world, indeed.

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I put a lot of me at this spontaneous encounter that I live without any journalistic pretense, a meet that takes place at the right time for me, as a proof that the right thing is always to just go out and to be  dressed only with the desire to see, hear, smile and forget what we believe we miss ... to be rewarded by the simplicity  of those who have nothing but fill your heart with a smile.

My friend, another silent protagonist of this episode, is amazed by the meet. His emotional problems that had  troubled his face, otherwise always very cheerful, suddenly disappear , his reflection with a guy who comes from so far away is total. He finishes with attributing to Mamadou some almost heroic virtues, those of who is free and has the power to choose, who is able to always look ahead with confidence, things that he is learning to defend with pride in a world full of opulent and scared people.

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I would like to dissuade him, to give him my point of view, which is perhaps still too cynical, it’s a cynicism of the exteriority, acquired in my life. But I do not. I do not believe in the "myth of the noble savage" always revived by a Western culture aiming to the rediscovery of the obvious. I truly believe that men are all the same, brave or meserable depending on the circumstances. But this time I can not feel right. The two greet each other with a big and spontaneous hug. I simply can not.

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EGITTO - PIAZZA TAHIR A UN ANNO DALLA RIVOLUZIONE

ARCHIVIO FOTOBIETTIVO
 

A un anno di distanza dalla rivoluzione l’Egitto si trova dinnanzi a un ritorno al potere di oligarchie, stavolta di impronta islamica, disinteressate a risolvere i gravi problemi che attanagliano il paese . Piazza Tahir è il cuore pulsante della primavera araba in Egitto ed è diventato un presidio permanente. L’11 febbraio si sono avuti scontri davanti alla residenza presidenziale.

Paesaggi Agricoli: Le Murge” (Puglia) – Rural Landscapes of Italy

gallery nell'archivio fotobiettivo

Laddove si palesa la simbiosi dell'uomo con la terra, laddove gli stili di vita arcaici si integrano col paesaggio naturale, emerge una bellezza non solo estetica, come se una mente pittorica ci ricordasse che innanzitutto siamo custodi del territorio in cui viviamo, non padroni.

Le Murge sono un sistema paesaggistico che occupa la parte centrale della Puglia, confinando ad Est con il Mare Adriatico, ad Ovest con la Fossa Bradanica, a Nord con la Valle dell’Ofanto, a Sud con il Salento e l’arco Jonico Tarantino.

La parola Murgia deriva dal latino MUREX cioè pietra aguzza, e termine più indicato non poteva esserci giacché l’altopiano è caratterizzato dalla presenza di roccia calcarea che ha dato origine a numerosi fenomeni di carsismo ipogeo ed epigeo come le doline, le gravine, le lame, gli inghiottitoi e le grotte.

Nel territorio mancano totalmente corsi d’acqua superficiale a carattere permanente mentre è presente una circolazione idrica sotterranea con una ricca falda profonda e numerose piccole falde superficiali sfruttate per l’irrigazione dei campi.

Il Parco Nazionale dell'Alta Murgia, istituito nel 1998 con la legge n.426, si estende su un territorio compreso tra la fossa Bradanica e le depressioni vallive che si adagiano verso la costa adriatica, un quadrilatero allungato esteso per più di 100.000 ettari, con i paesi che si posizionano solo lungo il suo perimetro.

Il territorio del Parco è caratterizzato dalla presenza diffusa e stratificata di segni della civiltà dell’uomo e della natura, dal sistema delle masserie e degli iazzi di altissimo valore storico e culturale, oltremodo diversificato, al sistema di tratturi della transumanza, dai sistemi per la raccolta delle acque alle emergenze archeologiche, dalla trama dei muri a secco al sistema dei centri storici, dai boschi di querce alla pseudosteppa mediterranea con le sue stupende fioriture primaverili di orchidee, dalle 1500 differenti specie vegetali ai grillai che affollano i centri storici agli eccezionali e diversificati fenomeni carsici ipogei e superficiali.

Le Murge sono un deserto soltanto per chi non ne conosce la straordinaria varietà delle sue forme di vita. Nei suoi cieli si possono seguire i rapaci che volteggiano in attesa di catturare qualche preda (piccoli rettili, roditori o grilli); mentre nelle sue distese, verdi d'inverno e ocra d'estate, sbocciano decine di specie vegetali dalle colorate infiorescenze.   Le Murge anticamente erano ricoperte da foreste di querce, oggi ridotte a piccoli e preziosi boschi come quello di Corato o il bosco di Acquatetta nei pressi di Minervino.

Da un punto di vista prettamente fotografico, si rimane particolarmente colpiti dall’aspetto che questo territorio prende nel periodo silente dell’inverno, laddove i campi restano inerti, come un’opera d’arte creata dall’uomo nei secoli, quiescenti e pettinati da un vento forte e incessante. I colori saturi dopo la pioggia restituiscono la valenza pittorica di queste visioni.




Le Murge is a landscape system that occupies the central part of Puglia, bordering to the east by the Adriatic Sea to the west with the Fossa Bradanica, to the North with the Ofanto Valley, to the south by the Salento and the arc Jonico Tarantino.

The word comes from the Latin Murgia MUREX ie sharp stone, and there could be no more appropriate term because the plateau is characterized by the presence of limestone that has given rise to numerous karst and hypogeum phenomena such as sinkholes, ravines, the blades, sinkholes and caves.

Totally lacking in the territory are permanent surface watercourses, while there is a groundwater flow with a rich deep aquifer and numerous small shallow groundwater exploited for irrigation of the fields.

The Alta Murgia National Park, established in 1998 by Law 426, covers an area between the Bradanica valleys and depressions which lie towards the Adriatic coast, a quadrilateral extended for more than 100,000 hectares, with towns that are positioned only along its perimeter.

The Park is characterized by widespread and stratified signs of man’s civilization and nature, from the system of farms and iazzi of high historical and cultural value, the system of sheep tracks, of transhumance, systems for water collection, the archaeological sites.

Murge are a desert only for those who do not know the extraordinary diversity of its life forms. In its skies you can follow the birds flying in circle waiting to catch some prey (small reptiles, rodents or crickets). The Murge were once covered with forests of oak, now reduced to small, precious woods such as Corato or Acquatetta forest near Minervino.

From a photographic point of view, I was particularly involved in the shape this territory takes during the silent period of winter, when the fields remain inert, like an artwork created by man over the centuries, fields are quiescent and combed by a strong and relentless wind. Sturated colors after the rain return the pictorial value of these visions.






































Peschici, il trabucco. Tra terra cielo e mare

di Stefano Baglioni

ARCHIVIO FOTOBIETTIVO

“Venghino signori venghino”. Nessuno urlava così, ma le parole erano nell’aria e nei volti della piccola fila di turisti che uno dietro l’altro camminavano su un ponticello di legno, tutti stupidamente titubanti della sua stabilità cosicché alternavano al passo una forte presa sui parapetti quasi che fossero su un ponte di corde ciondolante su un canyon. Una volta arrivati sulla piattaforma la soddisfazione che mostravano era come fosse spinta dalla liberazione da un pericolo imminente. Non si erano accorti, però, di aver perso il senso simbolico di quel tragitto dalla terra ferma a quella sospesa, dallo scoglio ad una “città invisibile”.

“Salento Report” – Omaggio fotografico alle Olimpiadi del Salento

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Proiettato in anteprima all’inaugurazione delle Olimpiadi del Salento, ecco il video con cui ho voluto omaggiare questa iniziativa speciale e i luoghi che ospitano le manifestazioni sportive.

venerdì 6 luglio 2012

Istanbul – Città e Minoranze Etniche

ISTANBUL GALLERY IN ARCHIVIO FOTOBIETTIVO

Il reportage da Istanbul presenta scatti al quartiere che si sviluppa intorno alla piazza di Taksim, l'anima più moderna e occidentale della città, dove si alternano boulevard praticamente identici a quelli di qualsiasi altra città europea, con i soliti negozi di marchi famosi e di catene multinazionali, e i vicoli della vecchia città ancora non del tutto ammodernati.

Ovunque giovani vestiti alla moda si alternano a donne velate o addirittura completamente coperte. Su questa via si trova anche il cuore pulsante della contro-cultura giovanile e la sede dell'associazione culturale dei Curdi.

Nel quartiere dietro Sultanhamet, il centro storico di Istanbul, si respira invece ancora l'atmosfera della vecchia città e soprattutto si incontra una rappresentanza di tutte le minoranze di questo paese, sia in senso etnico che sociale. E' un quartiere totalmente abbandonato dalle istituzioni probabilmente in vista di una serie di speculazioni edilizie per "rivalutarlo" turisticamente, ma intanto qui la gente vive in strada e nelle botteghe e ti accoglie con incredibile calore umano e intensità, pur essendo molto povera.






This gallery presents shots from Istanbul, the neighborhoods that are around the Taksim Square, where is the most modern and western soul of the city, where are boulevards identical to those of any other European city, the usual shops of famous brands and multinational chains, while the alleys of the old city are still not completely modernized. Here young fashionable clothes alternate with veiled women or even completely covered ones. On this street there is also the heart of the youth counter-culture and the seat of the cultural Kurds Association.


The historical center of Istanbul, on the other hand, still has the atmosphere of the old city, and above all you will find here a representation of all minorities in this country, both in the sense the ethnic and social sense. It's neighborhoods totally abandoned by the institutions most likely by plans of urban changes for tourism, but in the meantime the people here live on the streets and in the shops and welcome you with incredible warmth and intensity, despite being very poor.

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sabato 17 settembre 2011

Salonicco (Grecia) ai tempi della crisi economica

REPORTAGE PER SHOOT4CHANGE
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La crisi economica che sta investendo l’Europa e sembra aver messo in ginocchio economie di interi paesi, quasi in un vortice che lentamente dalla periferia si muove verso il centro, ha trovato nella Grecia un punto di svolta per le coscienze europee.

Per quanto marginale dal punto di vista economico, la Grecia è l’Europa; l’Europa è un idea greca, antichissima. < Questo particolare momento storico, visto da una città che non è Atene, ha un sapore tutto particolare, in buona parte perché Salonicco è una città molto più piccola e in qualche modo condensa in luoghi sovrapposti tutte le contraddizioni che vive il paese, con ovviamente delle caratteristiche tutte sue.


(clicca per la galleria)

La crisi diplomatica tra Germania e Grecia, ad esempio, mi viene raccontata da un disoccupato di 50 anni, ex operaio e tuttofare, che partecipa all’occupazione di piazza sul lungomare. Me la racconta in una telefonata, tra lui e sua moglie, tedesca, attualmente in Germania, la quale alla sua richiesta di mandargli del denaro reagisce con le parole della propaganda politica conservatrice, “tu greco vuoi i nostri soldi” mescolando alquanto piano privato e collettivo: un chiaro segno dei tempi.
Salonicco è una città davvero piena di contraddizioni, fuori da facili stereotipi lessicali. Ci sono andato tramite una nota compagnia di voli low-cost che ha appena attivato una tratta diretta da Roma, tutti i giorni, segno evidente del crescente richiamo turistico di questa meta, pur in tempi di crisi.



La cosa che non può non colpire subito, camminando anche solo sul lungomare, è l’impressionante sequenza di bar, cafè e locali notturni, aperti fino a tardi, tutti pieni di gente che sembra davvero vivere in una realtà parallela, forse perché in gran parte studenti universitari provenienti da tutta la Grecia, o forse semplicemente perché vivono questi tempi in un modo del tutto ellenico.

La lentezza, piacevole e levantina, è un tratto di questa città che non si vede affatto in Atene, che mi ricorda molto del Medio Oriente e in un certo senso mi fa sentire questa città come più europea, nel senso più ancestrale del termine. I ristoranti sono sempre pieni, non solo il weekend, la gente non rinuncia a questo modo di vivere che ricorda molto l’Italia di 20-30 anni fa, almeno per quanto riguarda le grandi città.

D’altronde si può sedere a un bar, ordinare un caffè e poi restare per ore, fumando liberamente ovunque, lasciando che il tempo scorra anche sulle preoccupazioni, una lentezza che a me sembra terapeutica. Gran parte degli amici greci che incontro hanno problemi di lavoro, disoccupati e pro-tempore, ma se ne discute seduti su divanetti sorseggiando caffè e fumando, mescolandoci dentro battute e discorsi leggeri, il che sembra rendere il tutto assai più sopportabile.

La scelta dei giovani occupanti è invece diversa, più che altro sembra una reazione, coordinata certo, ma del tutto disorganizzata, in cerca di una identità politica che non sia preda di alcun partito, tutti ugualmente colpevoli, per questi ragazzi, di aver abbandonato i poveri e le persone in difficoltà per seguire logiche monetarie e finanziarie. Quanto tutto ciò ricordi la situazione Italiana è evidente.

Tra l’altro gran parte di questi giovanissimi, ma anche cinquantenni rimasti senza lavoro e stanchi di starsene a casa depressi, imputa all’euro molti dei problemi economici attuali e chiederebbe, se potesse, il ritorno alle drakme. Ma ovviamente colpevole è l’intera classe politica, corrotta, senza eccezioni. Che governa il paese con fare dittatoriale, e qui il ricordo dei generali non è così sbiadito.


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Non a caso si sono registrate negli ultimi anni diverse aggressioni “spontanee” a personaggi politici, da parte della folla. La reazione del governo sembra andare verso un inasprimento della repressione. Una cosa che salta all’occhio anche di un nuovo arrivato è infatti l’aspetto della polizia. Non sembra tale.
Questa impressione mi viene confermata da un altro contestatore, un uomo di cinquanta anni, tecnico informatico disoccupato. Il governo sta trasformando la polizia in un esercito di picchiatori. E’ vero, sembrano dei buttafuori piuttosto che poliziotti, tutti palestrati, dai modi rozzi, vestiti in tenuta antisommossa estiva. Tutto questo fa davvero impressione.



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Questo che si raccoglie è un movimento del tutto diverso, democratico nel senso pieno del termine, quindi in termini di società attuale: inefficiente. Ma a loro non sembra interessare, intanto vogliono uscire dal guscio, rimarcare un’esistenza che ha dignità anche senza quattrini, infischiandosene di avere una voce in rappresentanza, avendo in diffidenza gran parte dell’establishment, media inclusi, anzi media per primi.

Anche a me non riservano una buona accoglienza all’inizio, solo dopo aver chiarito che il mio interesse per i loro problemi è sincero e non verrà distorto dalla propaganda, accettano di condividere qualche pensiero, in verità solo gli adulti, la cui consapevolezza viene da più lontano, non tanto i ragazzi, un po’ persi nel comporre la loro canzone, mi spiegano, chiedendomi addirittura di non fare rumore mentre la registrano con un cellulare, quasi che questa sia il canto omerico della loro storia, un canto sentimentale tra l’altro, non politico, una tessitura di parole ed emozioni di fronte alla quale interviste e fotografie non reggono, perché sono cose che hanno dimostrato di essere manipolabili dalla propaganda.
E come dargli torto.

Alla sera il lungomare si popola di bancarelle di dolciumi e pannocchie e persone a passeggio, il movimento di piazza si mescola con il popolo comune, si sovrappone, si confonde il senso ma si sente finalmente come questi siano solo la punta dell’iceberg, non facinorosi dei centri sociali, come li chiamerebbe sicuramente qualche rozzo politico nostrano.
Qui si tengono dei meeting aperti. Chiunque è libero di prendere la parola, non ci sono leader riconosciuti, le idee devono essere messe a confronto, tutte, sembra anzi che questo esercizio di democrazia sia lo scopo reale, non tanto per elaborare istanze da presentare a potenti verso cui si nutre solo disprezzo e pregiudizio, ma proprio per riappropriarsi di quell’antico esercizio di libero pensiero che in questa terra ha fondato la civiltà europea di cui ancora oggi ci fregiamo.


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Sabato mattina, il 4 giugno, i lavoratori dell’azienda idrica locale manifestano in piazza contro la privatizzazione. Non sono molti, riempiono a malapena un quarto di Piazza della Libertà, 200-300 persone al massimo. Il corteo che passa davanti Ote Tower, la torre sotto cui sono accampati i protestatori, non si ferma nemmeno sul lungomare dove questi tengono le loro libere assemblee cittadine, ma tira avanti, probabilmente non volendo mescolarsi con quelli che il governo considera facinorosi, quindi rinunciando a una dimensione generale per salvare la contrattazione sul loro problema particolare, anche questo un segno dei tempi, del” si salvi chi può” che segna la vita civile.


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Un brutto segno sicuramente, ma è qualcosa che accade spesso.

Ritornando, dopo pochissimi giorni, da questa realtà così esemplare, restano più domande che risposte, la consapevolezza di sapere pochissimo di questa terra che ha fondato la civiltà occidentale, le cui origini ho studiato largamente sui libri di storia, ma il cui presente sfugge alla ribalta, perché oggi il valore di una nazione si misura in pil e competitività con la Cina. Ma non qui, non in questo fazzoletto di civiltà, a ridosso di una torre antica, tra quattro tende che portano appesa una bandiera ellenica, in un caldo asfissiante e senza acqua, in questo angolino davanti al mare, strappato alla barbarie del consumismo e dell’edonismo con cui il potere ha sedotto le coscienze e spento le intelligenze, quasi portando avanti un piano ben preciso.

E hanno ragione, per non vederlo bisogna proprio impegnarsi.

© fotobiettivo.it/Marco Palladino/S4C