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mercoledì 14 ottobre 2015

IostoconErri: Il mondo della musica con Erri De Luca

Un gruppo nutrito di artisti e di attori si è stretto intorno allo scrittore e poeta Erri De Luca in occasione di un concertone tenuto l'8 ottobre al Monk Club di Roma.

di Adriano Bellucci

L'evento ha avuto lo scopo di testimoniare la solidarietà e il supporto allo scrittore sottoposto a processo presso la procura di Torino per le sue opinioni relative alla TAV espresse nel corso di alcune interviste.

Erri De Luca rischia una condanna a 8 mesi per alcuni concetti espressi relativi al sabotaggio dell'alta velocità in cui il procuratore ha voluto ravvisare gli estremi del reato di istigazione a delinquere.

L'evento è stato organizzato da Francesco Fiore della Med Free Orkestra, da ICompany, da Cristiana Piraino e da Gino Castaldo e ha visto l'adesione quasi immediata di decine di artisti sotto varie forme, dal sostegno, al contributo video fino alla performance dal vivo al Monk Club. Nel contesto del club capitolino si sono esibiti artisti del calibro di Nicky Nicolai, Stefano di Battista, Roy Paci, Fabrizio Bosso, Diodato, Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito, Tetes De Bois, Francesco Forni, Ilaria Graziano, Kutso, Orchestra di Piazza Vittorio.

A questi artisti si sono aggiunti vari progetti inseriti nei generi folk, jazz, cantautori, hip hop e rock indipendente.

Ad elencarli tutti ZY Project, Mammoth, Mancusi e Gagliarini, Leo Folgori, Edoardo De Angelis, Pino Marino, Leo Pari, Sara Jane Ceccarelli, e infine Piotta insieme a Daniele Coccia e Alessandro Pieravanti del Muro del Canto. A chiudere la Med Free Orkestra che nel corso della serata è più volte salita sul palco ad accompagnare i musicisti.

IostoconErri e lo slogan "le parole non si processano, le parole si liberano" hanno rappresentato il denominatore comune di tutti gli interventi a ribadire il supporto a Erri De Luca contro un processo che sembra più incentrato su un reato di opinione che su una reale istigazione verso terzi a compiere reati.

Lo scrittore, presente alla serata, in un paio di interventi ha messo l'accento sul valore simbolico del processo intentato su reati che non si contestavano dall'epoca della fine del fascismo.

«Mi metteranno sul banco degli imputati e ci saprò stare. Vogliono censurare penalmente la libertà di parola. Processarne uno per scoraggiarne cento: questa tecnica che si applica a me vuole ammutolire. È un silenziatore e va disarmato»

giovedì 5 febbraio 2015

Dee Dee Bridgewater @ Roma Jazz Festival 2014 – Musica & Live

di Adriano Bellucci 
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Grande interprete del repertorio di Billie Holiday, Dee Dee Bridgewater nata 64 anni fa a Memphis (città d'oro per le interpreti black avendo dato i natali anche ad Aretha Franklin) si è affermata nel tempo come una cantante eclettica capace di interpretare con classe raffinata i classici del blues, jazz e soul con puntate nel pop.

sabato 1 marzo 2014

Shabbat Shalom – Ghetto di Roma

Al Ghetto di Roma ci sono luoghi senza tempo, vicoli nei quali riecheggiano ancora i pianti dei bambini e delle loro madri durante il rastrellamento. Targhe che a leggerle mettono i brividi. Come quella che ricorda la spietata caccia agli ebrei da parte dei nazisti agli ordini di Kappler, del 16 ottobre 1943, davanti al Portico D’Ottavia. Oggi il Ghetto, a parte la Comunità Ebraica, è un quartiere per ricchi e vip di tutte le razze, con attici milionari, un’intensa vita notturna e turisti con l’aria stralunata. Poi ci sono loro, ai margini. Quelli che nessuno vede. Gli accattoni…

di Fabio Palumbo (foto di Marco Palladino)

Enzo Condelli è pittore su legno. Tavole, cubi, scarti di falegnameria. Espone le sue opere davanti alla chiesa di Santa Caterina, in via dei Funari, angolo via Caetani, altro luogo che ricorda pagine infami di questo Paese. Beautiful! Grida Enzo, indicando i dipinti ai turisti che si avvicinano. Questi sbirciano di traverso, poi se ne vanno in fretta. Nella stessa via, al 16, tanti anni fa Enzo aveva bottega. È stato cacciato con la forza. Malmenato e sbattuto fuori, almeno così racconta. Oggi ci sono dei box auto, niente più botteghe. Quando gli chiedo come si vive al Ghetto, fa una smorfia, poi sottovoce dice che la gente non lo tratta bene, ma lui non se ne va, resiste. In via dei Funari c’è tutto il suo mondo. La casa di cartone, l’ufficio di palanche e chiodi, i dipinti in bella mostra.

Enzo Condelli, pittore su legno - vai alla gallery >>

Svolti l’angolo e t’imbatti in Geremia. Occhi e barba da profeta, ai piedi solo un paio di calzini di lana pesante. Sosta spesso davanti all’Antico Forno, senza disturbare, con la speranza di racimolare un pezzo di pizza. Al primo sguardo può sembrare uno dei tanti, ma se ti fermi a osservarlo non puoi fare a meno di riconoscergli un certo stile. Un portamento dignitoso, carismatico. Vive in una casa di cartoni e stracci non distante. È un mendicante vecchio stampo, di quelli che al massimo bofonchiano una mezza parola. Le parole non escono, gli rimangano incagliate in gola. Allunga la mano solo dopo che hai tirato via dalla tasca qualche spicciolo, mai prima. Se gli chiedi qualcosa non risponde, se ne va caracollando lento, avvolto in un pastrano scuro e lercio che gli arriva alle caviglie. Sfila verso Piazza Mattei come un fantasma pieno di paure e di parole non dette.

Tramonto infuocato sul teatro di Marcello, al Ghetto - vai alla gallery >>

A via di Sant’Ambrogio c’è Franco. È un con-tetto, lui. Mendicante sì, ma con una casa sulla testa. Vive in periferia ma è qui che tira su la giornata. Racconta che al Ghetto la gente è generosa. Lavorava come pony express in nero. Fu licenziato dopo una caduta in motorino che ancora lo costringe a girare con una stampella. Franco ha la barba bianca, gli occhiali spessi e un cappello di almeno due taglie più piccolo. Non si ferma mentre parla, continua a battere tutto il quartiere, senza sosta. Saluta con una pacca sulla spalla, ride di gusto. Ficca la testa nel “Museo del Louvre”, in via della Reginella, notevole libreria antiquaria e galleria con oltre trentamila foto, la maggior parte di autori sconosciuti. Rimedia qualche moneta anche lì e poi riparte.

Davanti al Portico D’Ottavia, nascosta tra macchine e spazzatura, vive la senzatetto più famosa del Ghetto. Sta lì da sempre, nel suo inespugnabile fortino di buste, carrelli, ombrelli e cianfrusaglie varie. Anche lei non parla mai, il suo nome è un mistero. C’è chi azzarda e la chiama Bianca, ma forse solo per i suoi capelli che sembrano fiocchi di neve. È ostica come la faccia, piena di segni che si porta dietro, e ti guarda truce se provi a fotografarla. Se ne sta stravaccata su una sedia bianca a due passi dalla Sinagoga, in un posto strategico, dove può vedere tutto e pochi vedono lei. A volte la cacciano via, si allontana oltre il Tevere per qualche ora, poi quando torna il sereno si piazza di nuovo a casa sua, davanti all’immensa bellezza del Portico D’Ottavia.

Musicista di strada al Ghetto - vai alla gallery >>

A pochi metri suona la fisarmonica uno zingaro con la faccia sorridente e i baffetti neri. Saluta tutti dicendo Shalom, Shabbat Shalom! e a ogni foto suona il suo strumento con più energia, come per far entrare la musica dentro lo scatto. Nella scatola di cartone che ha davanti ci sono pochi centesimi: qui passa tanta gente, ma nessuno lo vede. Uno dei tanti invisibili. La fisarmonica sembra accompagnare le persone che passano, un adagio per i turisti dal passo lento e un andante per i romani svelti e indifferenti. L’ultimo è Alvaro. Chiede l’elemosina ma non pare un accattone. È pure vestito decentemente, con la barba di pochi giorni e la faccia lavata ogni mattina. È figlio di questa crisi economica, o forse padre di quella precedente. Camicia manica corta a quadrettoni, come le tovaglie della Sora Margherita, la trattoria più casereccia del Ghetto, con i suoi grandiosi carciofi alla giudia. Ha gli occhi spiritati.

C’è chi azzarda e la chiama Bianca - vai alla gallery >>

Chiedo anche a lui come vive un mendicante al Ghetto, ci pensa su, poi dice che gli Ebrei non gli piacciono perché si sentono i padroni del mondo. Sembra voler continuare, ma si mette la mano davanti alla bocca e cambia strada. Per un attimo lo seguo, mi fa cenno di lasciarlo in pace. Sparisce inghiottito dal caos di Piazza Delle Cinque Scole. Tanti altri vagano come fantasmi per le strette vie del Ghetto, invisibili, così come tutti i fantasmi che aleggiano in questo pezzo di Roma. I morti ammazzati, sterminati dalla soluzione finale nazista.

© 2015 Fabio Palumbo – www.fotobiettivo.it

“Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico.” (Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942)

































Carnevale a Venezia
Un rito ancestrale che risale ai Saturnalia latini

Il Carnevale di Venezia è sicuramente il più conosciuto per il fascino che esercita e il mistero percepibile anche ora a 900 anni dal primo scritto che fa riferimento a questa famosissima festa.
Si hanno ricordi delle festività del Carnevale fin dal 1094, sotto il dogato di Vitale Falier, in un documento che menziona i festeggiamenti pubblici nei giorni che precedevano la Quaresima. Il documento ufficiale dichiara che il Carnevale una celebrazione pubblica e risale al 1296 quando il Senato della Repubblica dichiarò festivo l’ultimo giorno della Quaresima.

Il Newroz dei Curdi nelle Province Orientali della Turchia

Il Newroz dei curdi nelle province orientali della Turchia
Kurds celebrate Newroz in Eastern Anatolia
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I Curdi rappresentano quasi un terzo dell’intera popolazione ma la Costituzione della Turchia continua a non riconoscere l’esistenza di altre culture, lingue e popoli diversi dalla maggioranza turca. Per anni i festeggiamenti del Newroz sono stati repressi nel sangue e tuttora le sue celebrazioni sono fortemente osteggiate dal governo di Ankara.

Calcio Storico Fiorentino
una tradizione di oltre cinque secoli

Antiche rivalità e la voglia di vincere sempre e comunque: quattro squadre per quattro quartieri, nella cornice di una fantastica Firenze: “C’È UN GIOCO ANTICO, UN GIOCO SENZA REGOLE, DOVE I COMPAGNI SONO FRATELLI DI SANGUE, E GLI AVVERSARI NEMICI GIURATI. QUATTRO SQUADRE, QUATTRO COLORI, GIOCANO PER LE PROPRIE DONNE, VINCONO PER IL PROPRIO QUARTIERE. MOLTI UOMINI, UN SOLO DESIDERIO: VINCERE LA PAURA, SCOPRIRE SE STESSI, FRA PUGNI, CAREZZE E FUOCHI D’ARTIFICIO”. Con queste poche, ma significative, parole viene introdotto nel sito ufficiale quello che viene considerato l’origine di alcuni sport che a oggi sono tra i più famosi nel mondo, come il calcio, il football ed il rugby.

di Luca Vangelista

Apparso attorno alla fine del Quattrocento, le partite di Calcio Storico si svolgevano solitamente nel periodo del Carnevale, e venivano giocate da due squadre, presumibilmente con un pallone ripieno di stracci o di pelle su terreni sabbiosi, il cui solo obiettivo era quello di portare la palla oltre il campo dell’avversario con qualsiasi mezzo.
Il fenomeno si diffuse rapidamente tra i giovani fiorentini, al punto che questi lo praticavano frequentemente in ogni strada o piazza della città; era talmente popolare che nel gennaio del 1490, trovandosi l’Arno completamente ghiacciato, su di esso venne delimitato un campo e giocate alcune partite.

la parata prima della partita - vai alla gallery >>

Con il passare del tempo, però, soprattutto per problemi di ordine pubblico, si andò verso una maggiore organizzazione, ed il calcio cominciò ad essere praticato soprattutto nelle piazze più importanti della città, portando i fiorentini a cimentarsi in vere e proprie sfide. Le squadre vantavano nelle loro compagini nomi altisonanti di nobili, illustri personaggi della vita pubblica cittadina e delle casate più importanti di Firenze (ad esempio, i Medici), che vestivano le sfarzose uniformi dell'epoca, le quali diedero poi il nome a questo sport.

Sono molte le partite passate alla storia, vuoi per il contesto in cui sono state giocate, vuoi per i fatti avvenuti durante il loro svolgimento e riportati dalle cronache del tempo, oppure soltanto per le personalità illustri che vi presero parte. Ma "la partita" per eccellenza, a cui si ispirano le sfide di oggi, è quella che venne giocata in piazza di Santa Croce a Firenze il 17 febbraio 1530 durante l'assedio della città; in quell’occasione, infatti, venne lanciata una delle più grandi sfide dalla Repubblica fiorentina all’imperatore Carlo V, quando la popolazione assediata da molti mesi dalle truppe imperiali, diede sfoggio di coraggio e indifferenza mettendosi a giocare al Calcio Storico in piazza Santa Croce, dando l’impressione di non considerare l’esercito dell’Impero degno di attenzione. La popolarità di questo gioco durò per tutto il Seicento, ma nel secolo successivo cominciò un lento declino che lo portò di lì a poco alla scomparsa, almeno come evento organizzato.


La partita che diede il via alla rinascita del gioco nel XX secolo si giocò nel maggio del 1930 quando, per la ricorrenza del quattrocentenario dall'Assedio di Firenze, su iniziativa del gerarca fascista Alessandro Pavolini, venne organizzato il primo torneo tra i quartieri della città; da allora, salvo che per il periodo bellico, ogni anno, solitamente nel mese di giugno, si sono svolte puntualmente fra le secolari mura cittadine le sfide fra i calcianti dei quattro quartieri storici di Firenze: i "Bianchi" di Santo Spirito, gli "Azzurri" di Santa Croce, i "Rossi" di Santa Maria Novella e i "Verdi" di San Giovanni. Il calcio in costume è sempre stato caratterizzato da un forte agonismo, che talvolta sconfina in violente risse al di là di ogni regolamento; questa caratteristica non è scomparsa col tempo: l'11 giugno 2006, il primo incontro del torneo 2006, tra la squadra dei Bianchi (del quartiere di Santo Spirito) e quella degli Azzurri (di Santa Croce) è stato sospeso subito dopo l'inizio a causa dei pestaggi che avevano trasformato la partita in una vera e propria rissa. La gravità del fatto ha costretto la giunta comunale ad annullare l'intero torneo 2006, e l’anno successivo il torneo è stato annullato per l’assenza di sufficienti garanzie di sicurezza.

Botte da orbi - vai alla gallery >>

Nel 2008 la manifestazione sportiva è stata reintrodotta con delle modifiche delle regole di gioco per garantire un regolare svolgimento ed evitare risse incontrollate: i calcianti ora devono avere meno di 40 anni e non devono aver riportato condanne penali gravi. La finale viene disputata in occasione degli annuali festeggiamenti di San Giovanni, patrono della città, preceduta da un corteo nel centro di Firenze (composto per l’occasione da 530 figuranti, vestiti di rigorosi costumi militari di epoca rinascimentale, rievocando le gesta e le Armi della Repubblica, quando Firenze era governata dal popolo), ed il premio in palio è una vitella bianca di razza Chianina. Possiamo affermare con certezza che oggi il Calcio Storico Fiorentino è una vera e propria tradizione, molto radicata nel tessuto sociale cittadino, basta osservare le immagini per percepire negli occhi di ogni fiorentino come la difesa e la rappresentanza del proprio quartiere sia vissuta con assoluta partecipazione ed estremo senso di appartenenza.

© 2015 Luca Vangelista – www.fotobiettivo.it


































Bujh (Gujarat) – Matrimoni, terremoto, santurari, ritratti di strada

ARCHIVIO FOTOBIETTIVO

Una storia minore tratta dal libro Elegance and Dignity - Stories from India, dal capitolo 4 dedicato alla storia del  giovane imprenditore dell’acciaio reciclato in Gujarat…

Parata di Costumi Tradizionali in Salento

Dopo 30 anni a Diso in Salento viene riproposta una parata con costumi della civiltà contadina, che fanno riferimento a tradizioni ancora presenti come la coltura del tabacco. I costumi sono stati molto fedelmente riprodotti in una cornice urbana assai credibile.































Le sacre montagne del Nord. Wutai Shan. Cina

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Le sacre montagne del Nord.  Che cosa rimane dei luoghi sacri nella Cina odierna
Reportage dal Wutai Shan, nella Cina settentrionale
(estratto dal libro: La Terra Sospesa, storia di un viaggio in Cina, 297pp. Roma 2002)
di Marco Palladino

Il Wu Tai, nella provincia settentrionale dello Shanxi, è una delle quattro montagne considerate sacre dal buddismo. Altre cinque nel resto della Cina settentrionale, altrettanto famose, sono consacrate al Taoismo. Anticamente luoghi come questi erano destinati a profonda venerazione perché si riteneva che qui dimorassero gli dèi; più esattamente, le montagne stesse avevano nomi divini, erano dèi esse stesse, assimilate a entità viventi e perciò strettamente vincolate alle necessità dell’uomo, secondo il consueto rispecchiamento cinese dell’ordine sociale su quello naturale e cosmico.

lunedì 9 dicembre 2013

Inquinamento e overfishing minacciano i villaggi di pescatori in Gujarat (India).

 
Ancora una storia tratta dal libro di M.Palladino Elegance and Dignity. Stories from india che mette in connessione la tradizione con la modernità, non nelle zone agricole bensì costiere..
 

venerdì 20 settembre 2013

Un ragazzo africano tra tanti. Un venditore ambulante racconta la sua storia

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Mamadou è un ragazzo senegalese di 30 anni che come molti ambulanti si aggira con i suoi oggetti colorati tra la gente distratta della metropoli. E’ un centro commerciale il luogo in cui lo incontriamo, un luogo pieno di luci natalizie e di folla nervosa che ondeggia ipnotizzata tra negozi di vestiti e oggetti per la casa. Fuori di retorica c’è un che di dissonante tra i volti stressati dallo shopping domenicale, nel frenetico periodo commerciale di Natale...anticipato e il sorriso spontaneo di questo ragazzo africano che dopo un anno in Italia riesce a dire solo qualche parola nel nostro idioma ma si illumina totalmente quando gli chiedi della sua vita, in inglese, che padroneggia abbastanza bene avendolo imparato quando in Africa lavorava con i turisti.

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Mamadou vende i classici manufatti provenienti dall’Africa, collanine, monili e quelli più sofisticati, la motocicletta intarsiata nel legno, che sfoggia sempre con orgoglio, e le percussioni, che acquisto volentieri ricordandomi da dove proviene la mia antica passione per la batteria. Mi stupisce raccontandomi del suo lavoro che, in patria, era l’artigiano. Le costruiva lui stesso queste percussioni. Ora gliele mandano per venderle.

La sua socialità semplice e la voglia di parlare anche solo per guardarsi in faccia ed essere visto da qualcuno sono cose che ti catturano, è un’umanità distillata in espressioni che rispondono solo a una cosa: avere in mano la propria vita. Mamadou è un uomo povero ma libero. Non incolpa il mondo per la sua condizione, anche se dal suo paese è andato via per sottrarsi tra l’altro alla guerra. La sua frase mi cattura, quando gli chiedo più volte: allora, com’è la tua vita? Una domanda da occidentale ovviamente...la sua risposta si potrebbe tradurre così: mezzo e mezzo, o il nostro non mi lamento, si va avanti. Ma è un’altra cosa, lo dice con il sorriso, con la consapevolezza di un uomo del mondo, che non si fa troppe domande vuote. Che non si chiede sempre che cosa sia la felicità, né cosa gli manchi per raggiungerla. E’ la sua vita e basta. Ovviamente non se la immagina così per sempre.

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Ha costruito una rete di assistenza, tra amici e parenti che vivono a Roma e, mi dice, si sente protetto. Ma ancora una volta è una mia domanda un po’ vuota a indurre una risposta, non sembra turbato dal fatto di essere straniero e precario in una società consumistica e individualistica. Non ha più molti legami con la sua patria, non ha più una famiglia lì, i suoi pochi parenti stretti vivono a Roma. E’ chiaro che non deve essere facile riuscire a sbarcare il lunario in questa città dove si fa fatica ad arrivare a fine mese, ma lui ce la fa, in qualche modo. Evidentemente è possibile per tutti.

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Usciti dal centro commerciale viene intercettato da due ragazzotti spigliati che con faccia tosta gli chiedono in regalo due braccialetti, glieli dà immediatamente e sorridendo. Potremmo fare tante congetture sul significato di questo episodio, tanti parallelismi con la povertà d’animo di chi ha molto ma pensa sempre che gli manchi qualcosa e chi ha davvero poco ma ride. Cose che ti fanno venire il mal di pancia, ma ancora una volta sono mie proiezioni da occidentale.

E’ così che Mamadou vive la sua vita, incontra poi un suo amico che fa lo stesso lavoro e sono mille sorrisi, veri sorrisi, un’abitudine, magari difensiva in certe circostanze, ma di chi risponde col sorriso sempre a un incontro, quale che sia. Il sospetto, ancora una volta è che al confronto con quanto lasciato tutto questo sia un modo di vivere meno minaccioso. E’ qualcosa che si intuisce solo, ma di fondo c’è anche il desiderio di muoversi, di non immaginarsi la propria vita come una gabbia solo perché la sorte ti ha messo lì dentro. E’ questo che ti dice, ci parla dei suoi progetti come di cose che avverranno, semplicemente avverranno.

Non tutti prendono e partono, non tutti se ne vanno. Tendiamo a dimenticare troppo facilmente che gli africani che incontriamo nelle nostre città molto spesso sono un’élite. Alcuni anche culturale, altri solo per vocazione e consapevolezza. Sguardi miti ma non rassegnati, volti sereni quanto basta, cittadini del mondo, loro sì.

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Ci ho messo molto del mio in questo incontro, che ho voluto vivere senza alcuna pretesa giornalistica, un incontro che avviene al momento giusto, come una riprova che basta uscire e vestirsi solo con la voglia di vedere, ascoltare, sorridere e dimenticare ciò che crediamo ci manchi...per essere ripagati dalla semplicità dirompente di chi non ha niente ma ti riempie il cuore con un sorriso.

Il mio amico, altro protagonista silenzioso di questo episodio, è folgorato. I suoi problemi affettivi che ne avevano spento lo sguardo altrimenti sempre molto solare, spariscono di colpo, il suo rispecchiamento con un ragazzo che viene da così lontano è totale. Finisce con attribuirgli virtù quasi eroiche, di chi è libero e ha il potere di scegliere, di chi guarda avanti con fiducia, cose che lui sta imparando a difendere con orgoglio in un mondo opulento e pavido.

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Vorrei dissuaderlo, dargli il mio punto di vista, che forse è sempre troppo cinico, di un cinismo esteriore in parte, acquisito nella vita. Ma non lo faccio. Non credo affatto nel “mito del buon selvaggio” riproposto sempre da una cultura occidentale troppo alla riscoperta di cose ovvie. Credo davvero che gli uomini siano tutti identici, coraggiosi o meschini a seconda delle circostanze. Ma stavolta non riesco a sentirmi nel giusto. Si salutano con un grande e spontaneo abbraccio. Io semplicemente non ci riesco.

©2013 www.fotobiettivo.it  – all rights reserved



Three colors for everything and an African boy among many

social reportage by M.Palladino
Mamadou is a Senegalese young man of 30 years who, like many street vendors here, hovers with his colored objects among the distracted people of the metropolis. It 's a commercial center the place where we meet him accidentally, a place full of Christmas lights and nervous crowd swaying hypnotized between clothing stores and items for the home. Out of rhetoric, there is something dissonant between these faces stressed by the shopping on Sundays, in the busy Christmas shopping period (too early opened) and the spontaneous smile of this African boy who, after a year in Italy, only manages to say a few words in our idiom but lights completely when asked about his life, in English, which he has mastered quite well having learned it when working in Africa with tourists.

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Mamadou sells the classical artifacts from Africa, necklaces, jewelry and more sophisticated ones, the motorcycle, inlaid in the wood, that he shows off with pride, and the percussions, that I happly purchase remembering where it came from my old passion for the drums. It amazes me by telling me of his work, that at home was the craftsman indeed. He constructed himself these drums. Now they send them to him to be sold in the streets.

His simple socializing smile and wish to talk maybe just to look at each in the eyes and to be seen by someone, these are things that capture you, his humanity is distilled in expressions that only respond to one thing: he is owner of his life. Mamadou is a poor  man but a free one. Does not blame the world for his condition, even though he went away from his country to escape the war, among other things. His phrase catches me, when I ask again: So how is your life? A question from western point of view, of course ... his response could be translated as follows: half and half, or I'm not complaining, it goes on. But it sounds different here, he says it  with a smile, with the awareness of a man of the world, who is not asking himself too many blank questions . Who does not always keep asking what happiness is, nor what he lacks to reach it. This is his life and that's all. Obviously he is not resigned to this way forever.

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He built a network of support, including friends and relatives who live in Rome and, he says, he feels protected. But again my question is a bit 'empty’ and induced to a response by someone who does not seem troubled by the fact of being a foreigner and precarious man in a consumer and individualistic society. He no longer has many ties with his homeland, no longer has a family there, his few close relatives live in Rome. It 's clear that it must not be easy to be able to make it in this city where it is hard for many to live in wellfare, but he makes it, in some way. Obviously it must be possible for everyone then.

After leaving the hall he is intercepted by two rude boys that ask him a gift of two bracelets, he's giving them immediately and with a smile. We could do a lot of speculation about the significance of this episode, many parallels with the poverty of mind of those who have much but always think that something is missing and those who have very little but smile. Things that make you have a stomach ache, but once again these are my projections, from a Western point of view. It 's so that Mamadou lives his life.

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After this, he meets a friend who does the same job and there are a thousand smiles between them, real smiles, a habit, even defensive in certain circumstances, but of who always responds with a smile to a meeting, whatever that is. The suspect, once again, is that in comparison with what he has left all this must be a less threatening way of life . It 's something that we can only imagine, but basically you see also the desire to move, not to imagine own life as a cage just because fate has put you there. That 's what you say yuourself, he simply talks about his projects as of things that will happen, just will take place.

Not all people from Africa take their life and go away, not everyone does it. We tend to forget too easily that the Africans we encounter in our cities often are an elite. Cultural elite sometimes, others only by vocation and awareness. So they look: mild but not resigned, serene faces, citizens of the world, indeed.

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I put a lot of me at this spontaneous encounter that I live without any journalistic pretense, a meet that takes place at the right time for me, as a proof that the right thing is always to just go out and to be  dressed only with the desire to see, hear, smile and forget what we believe we miss ... to be rewarded by the simplicity  of those who have nothing but fill your heart with a smile.

My friend, another silent protagonist of this episode, is amazed by the meet. His emotional problems that had  troubled his face, otherwise always very cheerful, suddenly disappear , his reflection with a guy who comes from so far away is total. He finishes with attributing to Mamadou some almost heroic virtues, those of who is free and has the power to choose, who is able to always look ahead with confidence, things that he is learning to defend with pride in a world full of opulent and scared people.

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I would like to dissuade him, to give him my point of view, which is perhaps still too cynical, it’s a cynicism of the exteriority, acquired in my life. But I do not. I do not believe in the "myth of the noble savage" always revived by a Western culture aiming to the rediscovery of the obvious. I truly believe that men are all the same, brave or meserable depending on the circumstances. But this time I can not feel right. The two greet each other with a big and spontaneous hug. I simply can not.

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EGITTO - PIAZZA TAHIR A UN ANNO DALLA RIVOLUZIONE

ARCHIVIO FOTOBIETTIVO
 

A un anno di distanza dalla rivoluzione l’Egitto si trova dinnanzi a un ritorno al potere di oligarchie, stavolta di impronta islamica, disinteressate a risolvere i gravi problemi che attanagliano il paese . Piazza Tahir è il cuore pulsante della primavera araba in Egitto ed è diventato un presidio permanente. L’11 febbraio si sono avuti scontri davanti alla residenza presidenziale.

Paesaggi Agricoli: Le Murge” (Puglia) – Rural Landscapes of Italy

gallery nell'archivio fotobiettivo

Laddove si palesa la simbiosi dell'uomo con la terra, laddove gli stili di vita arcaici si integrano col paesaggio naturale, emerge una bellezza non solo estetica, come se una mente pittorica ci ricordasse che innanzitutto siamo custodi del territorio in cui viviamo, non padroni.

Le Murge sono un sistema paesaggistico che occupa la parte centrale della Puglia, confinando ad Est con il Mare Adriatico, ad Ovest con la Fossa Bradanica, a Nord con la Valle dell’Ofanto, a Sud con il Salento e l’arco Jonico Tarantino.

La parola Murgia deriva dal latino MUREX cioè pietra aguzza, e termine più indicato non poteva esserci giacché l’altopiano è caratterizzato dalla presenza di roccia calcarea che ha dato origine a numerosi fenomeni di carsismo ipogeo ed epigeo come le doline, le gravine, le lame, gli inghiottitoi e le grotte.

Nel territorio mancano totalmente corsi d’acqua superficiale a carattere permanente mentre è presente una circolazione idrica sotterranea con una ricca falda profonda e numerose piccole falde superficiali sfruttate per l’irrigazione dei campi.

Il Parco Nazionale dell'Alta Murgia, istituito nel 1998 con la legge n.426, si estende su un territorio compreso tra la fossa Bradanica e le depressioni vallive che si adagiano verso la costa adriatica, un quadrilatero allungato esteso per più di 100.000 ettari, con i paesi che si posizionano solo lungo il suo perimetro.

Il territorio del Parco è caratterizzato dalla presenza diffusa e stratificata di segni della civiltà dell’uomo e della natura, dal sistema delle masserie e degli iazzi di altissimo valore storico e culturale, oltremodo diversificato, al sistema di tratturi della transumanza, dai sistemi per la raccolta delle acque alle emergenze archeologiche, dalla trama dei muri a secco al sistema dei centri storici, dai boschi di querce alla pseudosteppa mediterranea con le sue stupende fioriture primaverili di orchidee, dalle 1500 differenti specie vegetali ai grillai che affollano i centri storici agli eccezionali e diversificati fenomeni carsici ipogei e superficiali.

Le Murge sono un deserto soltanto per chi non ne conosce la straordinaria varietà delle sue forme di vita. Nei suoi cieli si possono seguire i rapaci che volteggiano in attesa di catturare qualche preda (piccoli rettili, roditori o grilli); mentre nelle sue distese, verdi d'inverno e ocra d'estate, sbocciano decine di specie vegetali dalle colorate infiorescenze.   Le Murge anticamente erano ricoperte da foreste di querce, oggi ridotte a piccoli e preziosi boschi come quello di Corato o il bosco di Acquatetta nei pressi di Minervino.

Da un punto di vista prettamente fotografico, si rimane particolarmente colpiti dall’aspetto che questo territorio prende nel periodo silente dell’inverno, laddove i campi restano inerti, come un’opera d’arte creata dall’uomo nei secoli, quiescenti e pettinati da un vento forte e incessante. I colori saturi dopo la pioggia restituiscono la valenza pittorica di queste visioni.




Le Murge is a landscape system that occupies the central part of Puglia, bordering to the east by the Adriatic Sea to the west with the Fossa Bradanica, to the North with the Ofanto Valley, to the south by the Salento and the arc Jonico Tarantino.

The word comes from the Latin Murgia MUREX ie sharp stone, and there could be no more appropriate term because the plateau is characterized by the presence of limestone that has given rise to numerous karst and hypogeum phenomena such as sinkholes, ravines, the blades, sinkholes and caves.

Totally lacking in the territory are permanent surface watercourses, while there is a groundwater flow with a rich deep aquifer and numerous small shallow groundwater exploited for irrigation of the fields.

The Alta Murgia National Park, established in 1998 by Law 426, covers an area between the Bradanica valleys and depressions which lie towards the Adriatic coast, a quadrilateral extended for more than 100,000 hectares, with towns that are positioned only along its perimeter.

The Park is characterized by widespread and stratified signs of man’s civilization and nature, from the system of farms and iazzi of high historical and cultural value, the system of sheep tracks, of transhumance, systems for water collection, the archaeological sites.

Murge are a desert only for those who do not know the extraordinary diversity of its life forms. In its skies you can follow the birds flying in circle waiting to catch some prey (small reptiles, rodents or crickets). The Murge were once covered with forests of oak, now reduced to small, precious woods such as Corato or Acquatetta forest near Minervino.

From a photographic point of view, I was particularly involved in the shape this territory takes during the silent period of winter, when the fields remain inert, like an artwork created by man over the centuries, fields are quiescent and combed by a strong and relentless wind. Sturated colors after the rain return the pictorial value of these visions.






































Peschici, il trabucco. Tra terra cielo e mare

di Stefano Baglioni

ARCHIVIO FOTOBIETTIVO

“Venghino signori venghino”. Nessuno urlava così, ma le parole erano nell’aria e nei volti della piccola fila di turisti che uno dietro l’altro camminavano su un ponticello di legno, tutti stupidamente titubanti della sua stabilità cosicché alternavano al passo una forte presa sui parapetti quasi che fossero su un ponte di corde ciondolante su un canyon. Una volta arrivati sulla piattaforma la soddisfazione che mostravano era come fosse spinta dalla liberazione da un pericolo imminente. Non si erano accorti, però, di aver perso il senso simbolico di quel tragitto dalla terra ferma a quella sospesa, dallo scoglio ad una “città invisibile”.

“Salento Report” – Omaggio fotografico alle Olimpiadi del Salento

SALENTO1
Proiettato in anteprima all’inaugurazione delle Olimpiadi del Salento, ecco il video con cui ho voluto omaggiare questa iniziativa speciale e i luoghi che ospitano le manifestazioni sportive.

lunedì 29 luglio 2013

Ritratti Indiani: dalle storie raccolte in Gujarat, Rajasthan e Karnataka

di Marco Palladino
 
mostra
 
 
Nel gennaio e febbraio del 2013 ho fatto un lungo viaggio in India alla ricerca di storie con cui raccontare un paese molto visitato sotto una luce inedita e a mio avviso più vera.

giovedì 21 marzo 2013

L’eleganza degli umili (videoanteprima) - Sfruttamento del lavoro femminile in India – Le donne muratrici

Vai all'archivio Fotobiettivo 
 
Donne e bambine che svolgono lavori usuranti in India
 

"Gli umili, gli sfruttati, gli ultimi sono portatori di una grande dignità. Essi incarnano il senso pieno di questa parola, perché vivono in una realtà dove la dignità non si ottiene facilmente."

Elegance and Dignity  raccoglie dieci reportage, che attraversano l’India dello sviluppo industriale recente, del lavoro e della classe povera, dei villaggi agricoli e arcaici, l’India sacra e storica.

Il libro è il risultato di un progetto che ha seguito un unico percorso diversificato, volto a raccontare fotograficamente uno dei paesi più importanti nella scena mondiale, la cui economia è ormai al pari di quella cinese. Ho indagato le relazioni tra lo sviluppo industriale ed economico recente e la tradizione agricola.

La condizione della donna in India è uno dei temi più importanti in questa fase di evoluzione che sta vivendo il paese-continente. Anche nel settore del lavoro le donne di classe sociale più umile o di villaggi poveri siano impiegate al pari degli uomini in lavori pesanti e usuranti, fatte salve tutte le altre incombenze quali la cura dei figli e della casa. Spesso si tratta di donne bambine, magari già sposate in età molto precoce.
 
Anche se la legge indiana dal 2006 vieta il lavoro di bambini al di sotto dei 14 anni, nei villaggi le comunità sopravvivono in un limbo estraneo alla società moderna. Sono organizzate in maniera collettiva e il lavoro è svolto da tutti, senza distinzione di sesso o età. Si tratta spesso di lavori sottopagati e usuranti. Non è infrequente che lo stesso governo locale, che dovrebbe tutelare i diritti dei più poveri, sfrutti queste persone come manovalanza a basso costo per costruire edifici pubblici, o per altri lavori che riguardano beni dello stato.
 
Qui i lavoratori ricevono stipendi pari a 50-100 euro al mese. La gallery racconta delle donne impiegate come muratori nella costruzione di un resort per ricchi, vicino il Tiger Lake in un villaggio povero nei pressi di Udaipur (Rajasthan). Donne che lavorano come muratori si vedono un po’ ovunque in India e sempre sono presenti minori che svolgono lo stesso lavoro, si tratta di bambini o giovani “prestati” dalle famiglie in difficoltà.
 
Presentiamo l’anteprima video del reportage sulle donne muratrici. La gallery a colori per uso editoriale è nell’archivio Fotobiettivo >>
 
©2013 Marco Palladino – all rights reserved

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giovedì 22 novembre 2012

La Cina moderna e il rischio ecologico. Indagine e reportage sul paese-continente protagonista della nuova globalizzazione mercantile.

da Modus Vivendi Nr.43 Aprile 2003
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pagina1

 
“A distanza di 10 anni da questo reportage che scrissi a seguito di una lunga permanenza nel “continente” Cina, dal 2000 al 2001, e iniziando una serie di retrospettive sul lavoro giornalistico svolto anni orsono…fa impressione vedere che non è cambiato assolutamente niente…”

domenica 18 novembre 2012

Ladakh: un piccolo baluardo dell’ultimo Tibet. Reportage etnografico e indagine sui mutamenti di una società ecosostenibile

Testo e foto di Marco Palladino
(da Modus Vivendi nr.50 Dicembre 2003)LehPalBandA>>>ENGLISH TEXT BELOW<<<

venerdì 28 settembre 2012

Ritratto di famiglia – società matriarcale araba a Midyat, Anatolia Orientale

di Marco Palladino

In una città del Kurdistan , Midyat, nei confini sud-orientali della Turchia, si trovano le vestigia di una comunità cristiana aramaica fino a qualche decennio fa molto florida. E’ un luogo crocevia di genti e culture da diversi secoli, dove solo recentemente gli ultimi afflussi di popoli di cultura araba hanno soppiantato (spesso con la forza) le comunità cristiane.

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