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sabato 1 marzo 2014
Shabbat Shalom – Ghetto di Roma
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Al Ghetto di Roma ci sono luoghi senza tempo, vicoli nei quali riecheggiano ancora i pianti dei bambini e delle loro madri durante il rastrellamento. Targhe che a leggerle mettono i brividi. Come quella che ricorda la spietata caccia agli ebrei da parte dei nazisti agli ordini di Kappler, del 16 ottobre 1943, davanti al Portico D’Ottavia. Oggi il Ghetto, a parte la Comunità Ebraica, è un quartiere per ricchi e vip di tutte le razze, con attici milionari, un’intensa vita notturna e turisti con l’aria stralunata. Poi ci sono loro, ai margini. Quelli che nessuno vede. Gli accattoni…
di Fabio Palumbo (foto di Marco Palladino)
Enzo Condelli è pittore su legno. Tavole, cubi, scarti di falegnameria. Espone le sue opere davanti alla chiesa di Santa Caterina, in via dei Funari, angolo via Caetani, altro luogo che ricorda pagine infami di questo Paese. Beautiful! Grida Enzo, indicando i dipinti ai turisti che si avvicinano. Questi sbirciano di traverso, poi se ne vanno in fretta. Nella stessa via, al 16, tanti anni fa Enzo aveva bottega. È stato cacciato con la forza. Malmenato e sbattuto fuori, almeno così racconta. Oggi ci sono dei box auto, niente più botteghe. Quando gli chiedo come si vive al Ghetto, fa una smorfia, poi sottovoce dice che la gente non lo tratta bene, ma lui non se ne va, resiste. In via dei Funari c’è tutto il suo mondo. La casa di cartone, l’ufficio di palanche e chiodi, i dipinti in bella mostra.
Svolti l’angolo e t’imbatti in Geremia. Occhi e barba da profeta, ai piedi solo un paio di calzini di lana pesante. Sosta spesso davanti all’Antico Forno, senza disturbare, con la speranza di racimolare un pezzo di pizza. Al primo sguardo può sembrare uno dei tanti, ma se ti fermi a osservarlo non puoi fare a meno di riconoscergli un certo stile. Un portamento dignitoso, carismatico. Vive in una casa di cartoni e stracci non distante. È un mendicante vecchio stampo, di quelli che al massimo bofonchiano una mezza parola. Le parole non escono, gli rimangano incagliate in gola. Allunga la mano solo dopo che hai tirato via dalla tasca qualche spicciolo, mai prima. Se gli chiedi qualcosa non risponde, se ne va caracollando lento, avvolto in un pastrano scuro e lercio che gli arriva alle caviglie. Sfila verso Piazza Mattei come un fantasma pieno di paure e di parole non dette.
A via di Sant’Ambrogio c’è Franco. È un con-tetto, lui. Mendicante sì, ma con una casa sulla testa. Vive in periferia ma è qui che tira su la giornata. Racconta che al Ghetto la gente è generosa. Lavorava come pony express in nero. Fu licenziato dopo una caduta in motorino che ancora lo costringe a girare con una stampella. Franco ha la barba bianca, gli occhiali spessi e un cappello di almeno due taglie più piccolo. Non si ferma mentre parla, continua a battere tutto il quartiere, senza sosta. Saluta con una pacca sulla spalla, ride di gusto. Ficca la testa nel “Museo del Louvre”, in via della Reginella, notevole libreria antiquaria e galleria con oltre trentamila foto, la maggior parte di autori sconosciuti. Rimedia qualche moneta anche lì e poi riparte.
Davanti al Portico D’Ottavia, nascosta tra macchine e spazzatura, vive la senzatetto più famosa del Ghetto. Sta lì da sempre, nel suo inespugnabile fortino di buste, carrelli, ombrelli e cianfrusaglie varie. Anche lei non parla mai, il suo nome è un mistero. C’è chi azzarda e la chiama Bianca, ma forse solo per i suoi capelli che sembrano fiocchi di neve. È ostica come la faccia, piena di segni che si porta dietro, e ti guarda truce se provi a fotografarla. Se ne sta stravaccata su una sedia bianca a due passi dalla Sinagoga, in un posto strategico, dove può vedere tutto e pochi vedono lei. A volte la cacciano via, si allontana oltre il Tevere per qualche ora, poi quando torna il sereno si piazza di nuovo a casa sua, davanti all’immensa bellezza del Portico D’Ottavia.
A pochi metri suona la fisarmonica uno zingaro con la faccia sorridente e i baffetti neri. Saluta tutti dicendo Shalom, Shabbat Shalom! e a ogni foto suona il suo strumento con più energia, come per far entrare la musica dentro lo scatto. Nella scatola di cartone che ha davanti ci sono pochi centesimi: qui passa tanta gente, ma nessuno lo vede. Uno dei tanti invisibili. La fisarmonica sembra accompagnare le persone che passano, un adagio per i turisti dal passo lento e un andante per i romani svelti e indifferenti. L’ultimo è Alvaro. Chiede l’elemosina ma non pare un accattone. È pure vestito decentemente, con la barba di pochi giorni e la faccia lavata ogni mattina. È figlio di questa crisi economica, o forse padre di quella precedente. Camicia manica corta a quadrettoni, come le tovaglie della Sora Margherita, la trattoria più casereccia del Ghetto, con i suoi grandiosi carciofi alla giudia. Ha gli occhi spiritati.
Chiedo anche a lui come vive un mendicante al Ghetto, ci pensa su, poi dice che gli Ebrei non gli piacciono perché si sentono i padroni del mondo. Sembra voler continuare, ma si mette la mano davanti alla bocca e cambia strada. Per un attimo lo seguo, mi fa cenno di lasciarlo in pace. Sparisce inghiottito dal caos di Piazza Delle Cinque Scole. Tanti altri vagano come fantasmi per le strette vie del Ghetto, invisibili, così come tutti i fantasmi che aleggiano in questo pezzo di Roma. I morti ammazzati, sterminati dalla soluzione finale nazista.
© 2015 Fabio Palumbo – www.fotobiettivo.it
“Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico.” (Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942)
di Fabio Palumbo (foto di Marco Palladino)
Enzo Condelli è pittore su legno. Tavole, cubi, scarti di falegnameria. Espone le sue opere davanti alla chiesa di Santa Caterina, in via dei Funari, angolo via Caetani, altro luogo che ricorda pagine infami di questo Paese. Beautiful! Grida Enzo, indicando i dipinti ai turisti che si avvicinano. Questi sbirciano di traverso, poi se ne vanno in fretta. Nella stessa via, al 16, tanti anni fa Enzo aveva bottega. È stato cacciato con la forza. Malmenato e sbattuto fuori, almeno così racconta. Oggi ci sono dei box auto, niente più botteghe. Quando gli chiedo come si vive al Ghetto, fa una smorfia, poi sottovoce dice che la gente non lo tratta bene, ma lui non se ne va, resiste. In via dei Funari c’è tutto il suo mondo. La casa di cartone, l’ufficio di palanche e chiodi, i dipinti in bella mostra.
Enzo Condelli, pittore su legno - vai alla gallery >>
Svolti l’angolo e t’imbatti in Geremia. Occhi e barba da profeta, ai piedi solo un paio di calzini di lana pesante. Sosta spesso davanti all’Antico Forno, senza disturbare, con la speranza di racimolare un pezzo di pizza. Al primo sguardo può sembrare uno dei tanti, ma se ti fermi a osservarlo non puoi fare a meno di riconoscergli un certo stile. Un portamento dignitoso, carismatico. Vive in una casa di cartoni e stracci non distante. È un mendicante vecchio stampo, di quelli che al massimo bofonchiano una mezza parola. Le parole non escono, gli rimangano incagliate in gola. Allunga la mano solo dopo che hai tirato via dalla tasca qualche spicciolo, mai prima. Se gli chiedi qualcosa non risponde, se ne va caracollando lento, avvolto in un pastrano scuro e lercio che gli arriva alle caviglie. Sfila verso Piazza Mattei come un fantasma pieno di paure e di parole non dette.
Tramonto infuocato sul teatro di Marcello, al Ghetto - vai alla gallery >>
A via di Sant’Ambrogio c’è Franco. È un con-tetto, lui. Mendicante sì, ma con una casa sulla testa. Vive in periferia ma è qui che tira su la giornata. Racconta che al Ghetto la gente è generosa. Lavorava come pony express in nero. Fu licenziato dopo una caduta in motorino che ancora lo costringe a girare con una stampella. Franco ha la barba bianca, gli occhiali spessi e un cappello di almeno due taglie più piccolo. Non si ferma mentre parla, continua a battere tutto il quartiere, senza sosta. Saluta con una pacca sulla spalla, ride di gusto. Ficca la testa nel “Museo del Louvre”, in via della Reginella, notevole libreria antiquaria e galleria con oltre trentamila foto, la maggior parte di autori sconosciuti. Rimedia qualche moneta anche lì e poi riparte.
Davanti al Portico D’Ottavia, nascosta tra macchine e spazzatura, vive la senzatetto più famosa del Ghetto. Sta lì da sempre, nel suo inespugnabile fortino di buste, carrelli, ombrelli e cianfrusaglie varie. Anche lei non parla mai, il suo nome è un mistero. C’è chi azzarda e la chiama Bianca, ma forse solo per i suoi capelli che sembrano fiocchi di neve. È ostica come la faccia, piena di segni che si porta dietro, e ti guarda truce se provi a fotografarla. Se ne sta stravaccata su una sedia bianca a due passi dalla Sinagoga, in un posto strategico, dove può vedere tutto e pochi vedono lei. A volte la cacciano via, si allontana oltre il Tevere per qualche ora, poi quando torna il sereno si piazza di nuovo a casa sua, davanti all’immensa bellezza del Portico D’Ottavia.
Musicista di strada al Ghetto - vai alla gallery >>
A pochi metri suona la fisarmonica uno zingaro con la faccia sorridente e i baffetti neri. Saluta tutti dicendo Shalom, Shabbat Shalom! e a ogni foto suona il suo strumento con più energia, come per far entrare la musica dentro lo scatto. Nella scatola di cartone che ha davanti ci sono pochi centesimi: qui passa tanta gente, ma nessuno lo vede. Uno dei tanti invisibili. La fisarmonica sembra accompagnare le persone che passano, un adagio per i turisti dal passo lento e un andante per i romani svelti e indifferenti. L’ultimo è Alvaro. Chiede l’elemosina ma non pare un accattone. È pure vestito decentemente, con la barba di pochi giorni e la faccia lavata ogni mattina. È figlio di questa crisi economica, o forse padre di quella precedente. Camicia manica corta a quadrettoni, come le tovaglie della Sora Margherita, la trattoria più casereccia del Ghetto, con i suoi grandiosi carciofi alla giudia. Ha gli occhi spiritati.
C’è chi azzarda e la chiama Bianca - vai alla gallery >>
Chiedo anche a lui come vive un mendicante al Ghetto, ci pensa su, poi dice che gli Ebrei non gli piacciono perché si sentono i padroni del mondo. Sembra voler continuare, ma si mette la mano davanti alla bocca e cambia strada. Per un attimo lo seguo, mi fa cenno di lasciarlo in pace. Sparisce inghiottito dal caos di Piazza Delle Cinque Scole. Tanti altri vagano come fantasmi per le strette vie del Ghetto, invisibili, così come tutti i fantasmi che aleggiano in questo pezzo di Roma. I morti ammazzati, sterminati dalla soluzione finale nazista.
© 2015 Fabio Palumbo – www.fotobiettivo.it
“Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico.” (Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942)
Carnevale a Venezia Un rito ancestrale che risale ai Saturnalia latini
Il Carnevale di Venezia è sicuramente il più conosciuto per il fascino che esercita e il mistero percepibile anche ora a 900 anni dal primo scritto che fa riferimento a questa famosissima festa.
Si hanno ricordi delle festività del Carnevale fin dal 1094, sotto il dogato di Vitale Falier, in un documento che menziona i festeggiamenti pubblici nei giorni che precedevano la Quaresima. Il documento ufficiale dichiara che il Carnevale una celebrazione pubblica e risale al 1296 quando il Senato della Repubblica dichiarò festivo l’ultimo giorno della Quaresima.
Si hanno ricordi delle festività del Carnevale fin dal 1094, sotto il dogato di Vitale Falier, in un documento che menziona i festeggiamenti pubblici nei giorni che precedevano la Quaresima. Il documento ufficiale dichiara che il Carnevale una celebrazione pubblica e risale al 1296 quando il Senato della Repubblica dichiarò festivo l’ultimo giorno della Quaresima.
Il Newroz dei Curdi nelle Province Orientali della Turchia
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Il Newroz dei curdi nelle province orientali della Turchia
Kurds celebrate Newroz in Eastern Anatolia
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Kurds celebrate Newroz in Eastern Anatolia
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Calcio Storico Fiorentino una tradizione di oltre cinque secoli
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Antiche rivalità e la voglia di vincere sempre e comunque: quattro squadre per quattro quartieri, nella cornice di una fantastica Firenze: “C’È UN GIOCO ANTICO, UN GIOCO SENZA REGOLE, DOVE I COMPAGNI SONO FRATELLI DI SANGUE, E GLI AVVERSARI NEMICI GIURATI. QUATTRO SQUADRE, QUATTRO COLORI, GIOCANO PER LE PROPRIE DONNE, VINCONO PER IL PROPRIO QUARTIERE. MOLTI UOMINI, UN SOLO DESIDERIO: VINCERE LA PAURA, SCOPRIRE SE STESSI, FRA PUGNI, CAREZZE E FUOCHI D’ARTIFICIO”. Con queste poche, ma significative, parole viene introdotto nel sito ufficiale quello che viene considerato l’origine di alcuni sport che a oggi sono tra i più famosi nel mondo, come il calcio, il football ed il rugby.
di Luca Vangelista
Apparso attorno alla fine del Quattrocento, le partite di Calcio Storico si svolgevano solitamente nel periodo del Carnevale, e venivano giocate da due squadre, presumibilmente con un pallone ripieno di stracci o di pelle su terreni sabbiosi, il cui solo obiettivo era quello di portare la palla oltre il campo dell’avversario con qualsiasi mezzo.
Il fenomeno si diffuse rapidamente tra i giovani fiorentini, al punto che questi lo praticavano frequentemente in ogni strada o piazza della città; era talmente popolare che nel gennaio del 1490, trovandosi l’Arno completamente ghiacciato, su di esso venne delimitato un campo e giocate alcune partite.
Con il passare del tempo, però, soprattutto per problemi di ordine pubblico, si andò verso una maggiore organizzazione, ed il calcio cominciò ad essere praticato soprattutto nelle piazze più importanti della città, portando i fiorentini a cimentarsi in vere e proprie sfide. Le squadre vantavano nelle loro compagini nomi altisonanti di nobili, illustri personaggi della vita pubblica cittadina e delle casate più importanti di Firenze (ad esempio, i Medici), che vestivano le sfarzose uniformi dell'epoca, le quali diedero poi il nome a questo sport.
Sono molte le partite passate alla storia, vuoi per il contesto in cui sono state giocate, vuoi per i fatti avvenuti durante il loro svolgimento e riportati dalle cronache del tempo, oppure soltanto per le personalità illustri che vi presero parte. Ma "la partita" per eccellenza, a cui si ispirano le sfide di oggi, è quella che venne giocata in piazza di Santa Croce a Firenze il 17 febbraio 1530 durante l'assedio della città; in quell’occasione, infatti, venne lanciata una delle più grandi sfide dalla Repubblica fiorentina all’imperatore Carlo V, quando la popolazione assediata da molti mesi dalle truppe imperiali, diede sfoggio di coraggio e indifferenza mettendosi a giocare al Calcio Storico in piazza Santa Croce, dando l’impressione di non considerare l’esercito dell’Impero degno di attenzione. La popolarità di questo gioco durò per tutto il Seicento, ma nel secolo successivo cominciò un lento declino che lo portò di lì a poco alla scomparsa, almeno come evento organizzato.
La partita che diede il via alla rinascita del gioco nel XX secolo si giocò nel maggio del 1930 quando, per la ricorrenza del quattrocentenario dall'Assedio di Firenze, su iniziativa del gerarca fascista Alessandro Pavolini, venne organizzato il primo torneo tra i quartieri della città; da allora, salvo che per il periodo bellico, ogni anno, solitamente nel mese di giugno, si sono svolte puntualmente fra le secolari mura cittadine le sfide fra i calcianti dei quattro quartieri storici di Firenze: i "Bianchi" di Santo Spirito, gli "Azzurri" di Santa Croce, i "Rossi" di Santa Maria Novella e i "Verdi" di San Giovanni. Il calcio in costume è sempre stato caratterizzato da un forte agonismo, che talvolta sconfina in violente risse al di là di ogni regolamento; questa caratteristica non è scomparsa col tempo: l'11 giugno 2006, il primo incontro del torneo 2006, tra la squadra dei Bianchi (del quartiere di Santo Spirito) e quella degli Azzurri (di Santa Croce) è stato sospeso subito dopo l'inizio a causa dei pestaggi che avevano trasformato la partita in una vera e propria rissa. La gravità del fatto ha costretto la giunta comunale ad annullare l'intero torneo 2006, e l’anno successivo il torneo è stato annullato per l’assenza di sufficienti garanzie di sicurezza.
Nel 2008 la manifestazione sportiva è stata reintrodotta con delle modifiche delle regole di gioco per garantire un regolare svolgimento ed evitare risse incontrollate: i calcianti ora devono avere meno di 40 anni e non devono aver riportato condanne penali gravi. La finale viene disputata in occasione degli annuali festeggiamenti di San Giovanni, patrono della città, preceduta da un corteo nel centro di Firenze (composto per l’occasione da 530 figuranti, vestiti di rigorosi costumi militari di epoca rinascimentale, rievocando le gesta e le Armi della Repubblica, quando Firenze era governata dal popolo), ed il premio in palio è una vitella bianca di razza Chianina. Possiamo affermare con certezza che oggi il Calcio Storico Fiorentino è una vera e propria tradizione, molto radicata nel tessuto sociale cittadino, basta osservare le immagini per percepire negli occhi di ogni fiorentino come la difesa e la rappresentanza del proprio quartiere sia vissuta con assoluta partecipazione ed estremo senso di appartenenza.
© 2015 Luca Vangelista – www.fotobiettivo.it
di Luca Vangelista
Apparso attorno alla fine del Quattrocento, le partite di Calcio Storico si svolgevano solitamente nel periodo del Carnevale, e venivano giocate da due squadre, presumibilmente con un pallone ripieno di stracci o di pelle su terreni sabbiosi, il cui solo obiettivo era quello di portare la palla oltre il campo dell’avversario con qualsiasi mezzo.
Il fenomeno si diffuse rapidamente tra i giovani fiorentini, al punto che questi lo praticavano frequentemente in ogni strada o piazza della città; era talmente popolare che nel gennaio del 1490, trovandosi l’Arno completamente ghiacciato, su di esso venne delimitato un campo e giocate alcune partite.
la parata prima della partita - vai alla gallery >>
Con il passare del tempo, però, soprattutto per problemi di ordine pubblico, si andò verso una maggiore organizzazione, ed il calcio cominciò ad essere praticato soprattutto nelle piazze più importanti della città, portando i fiorentini a cimentarsi in vere e proprie sfide. Le squadre vantavano nelle loro compagini nomi altisonanti di nobili, illustri personaggi della vita pubblica cittadina e delle casate più importanti di Firenze (ad esempio, i Medici), che vestivano le sfarzose uniformi dell'epoca, le quali diedero poi il nome a questo sport.
Sono molte le partite passate alla storia, vuoi per il contesto in cui sono state giocate, vuoi per i fatti avvenuti durante il loro svolgimento e riportati dalle cronache del tempo, oppure soltanto per le personalità illustri che vi presero parte. Ma "la partita" per eccellenza, a cui si ispirano le sfide di oggi, è quella che venne giocata in piazza di Santa Croce a Firenze il 17 febbraio 1530 durante l'assedio della città; in quell’occasione, infatti, venne lanciata una delle più grandi sfide dalla Repubblica fiorentina all’imperatore Carlo V, quando la popolazione assediata da molti mesi dalle truppe imperiali, diede sfoggio di coraggio e indifferenza mettendosi a giocare al Calcio Storico in piazza Santa Croce, dando l’impressione di non considerare l’esercito dell’Impero degno di attenzione. La popolarità di questo gioco durò per tutto il Seicento, ma nel secolo successivo cominciò un lento declino che lo portò di lì a poco alla scomparsa, almeno come evento organizzato.
La mischia - vai alla gallery >>
La partita che diede il via alla rinascita del gioco nel XX secolo si giocò nel maggio del 1930 quando, per la ricorrenza del quattrocentenario dall'Assedio di Firenze, su iniziativa del gerarca fascista Alessandro Pavolini, venne organizzato il primo torneo tra i quartieri della città; da allora, salvo che per il periodo bellico, ogni anno, solitamente nel mese di giugno, si sono svolte puntualmente fra le secolari mura cittadine le sfide fra i calcianti dei quattro quartieri storici di Firenze: i "Bianchi" di Santo Spirito, gli "Azzurri" di Santa Croce, i "Rossi" di Santa Maria Novella e i "Verdi" di San Giovanni. Il calcio in costume è sempre stato caratterizzato da un forte agonismo, che talvolta sconfina in violente risse al di là di ogni regolamento; questa caratteristica non è scomparsa col tempo: l'11 giugno 2006, il primo incontro del torneo 2006, tra la squadra dei Bianchi (del quartiere di Santo Spirito) e quella degli Azzurri (di Santa Croce) è stato sospeso subito dopo l'inizio a causa dei pestaggi che avevano trasformato la partita in una vera e propria rissa. La gravità del fatto ha costretto la giunta comunale ad annullare l'intero torneo 2006, e l’anno successivo il torneo è stato annullato per l’assenza di sufficienti garanzie di sicurezza.
Botte da orbi - vai alla gallery >>
Nel 2008 la manifestazione sportiva è stata reintrodotta con delle modifiche delle regole di gioco per garantire un regolare svolgimento ed evitare risse incontrollate: i calcianti ora devono avere meno di 40 anni e non devono aver riportato condanne penali gravi. La finale viene disputata in occasione degli annuali festeggiamenti di San Giovanni, patrono della città, preceduta da un corteo nel centro di Firenze (composto per l’occasione da 530 figuranti, vestiti di rigorosi costumi militari di epoca rinascimentale, rievocando le gesta e le Armi della Repubblica, quando Firenze era governata dal popolo), ed il premio in palio è una vitella bianca di razza Chianina. Possiamo affermare con certezza che oggi il Calcio Storico Fiorentino è una vera e propria tradizione, molto radicata nel tessuto sociale cittadino, basta osservare le immagini per percepire negli occhi di ogni fiorentino come la difesa e la rappresentanza del proprio quartiere sia vissuta con assoluta partecipazione ed estremo senso di appartenenza.
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Bujh (Gujarat) – Matrimoni, terremoto, santurari, ritratti di strada
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Una storia minore tratta dal libro Elegance and Dignity - Stories from India, dal capitolo 4 dedicato alla storia del giovane imprenditore dell’acciaio reciclato in Gujarat…
Parata di Costumi Tradizionali in Salento
Dopo 30 anni a Diso in Salento viene riproposta una parata con costumi della civiltà contadina, che fanno riferimento a tradizioni ancora presenti come la coltura del tabacco. I costumi sono stati molto fedelmente riprodotti in una cornice urbana assai credibile.
Le sacre montagne del Nord. Wutai Shan. Cina
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Le sacre montagne del Nord. Che cosa rimane dei luoghi sacri nella Cina odierna
Reportage dal Wutai Shan, nella Cina settentrionale
(estratto dal libro: La Terra Sospesa, storia di un viaggio in Cina, 297pp. Roma 2002)
(estratto dal libro: La Terra Sospesa, storia di un viaggio in Cina, 297pp. Roma 2002)
di Marco Palladino
Il Wu Tai, nella provincia settentrionale dello Shanxi, è una delle quattro montagne considerate sacre dal buddismo. Altre cinque nel resto della Cina settentrionale, altrettanto famose, sono consacrate al Taoismo. Anticamente luoghi come questi erano destinati a profonda venerazione perché si riteneva che qui dimorassero gli dèi; più esattamente, le montagne stesse avevano nomi divini, erano dèi esse stesse, assimilate a entità viventi e perciò strettamente vincolate alle necessità dell’uomo, secondo il consueto rispecchiamento cinese dell’ordine sociale su quello naturale e cosmico.
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