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lunedì 16 novembre 2015

The Dream, di Fabio Bucciarelli. Un libro sui profughi e migranti scappati dalle Primavere Arabe

The Dream", di Fabio Bucciarelli, è un libro che raccoglie gli ultimi 5 anni di documentazione sui profughi e migranti scappati dalle Primavere Arabe. Il sogno come viaggio emozionale attraverso la condizione umana di coloro che non hanno più punti di riferimento. Fabio Bucciarelli, fotografo freelance, documenta dal 2011 le storie dei profughi e dei migranti in fuga dalle guerre e rivoluzioni conosciute come Primavere Arabe. Nel 2013 il suo lavoro sul conflitto siriano è stato premiato con la prestigiosa Robert Capa Gold Medal.

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Cinque anni fa, quando i primi rifugiati - lavoratori immigrati provenienti dal Bangladesh e dai paesi sub sahariani - scappavano dagli scontri di Benghazi in Libia, Bucciarelli comincia a documentare la loro terribile sofferenza e l’inumana situazione. Già prima dell’intervento NATO in Libia, centinaia di uomini e donne lottavano per fuggire dagli scontri: un fiume di anime venute in Libia per trovare lavoro e incastrate in un limbo, in una nazione straniera dilaniata dalla guerra e senza possibilità di tornare indietro.

Un anno dopo, Fabio ha ritrovato gli stessi sogni spezzati lungo il confine tra Siria e Turchia, dove intere famiglie fuggivano dai violenti scontri tra le forze di Assad e l’esercito libero siriano. Era l’inizio di un esodo di massa che ad oggi conta più di 7 milioni e mezzo di sfollati e che rappresenta la più grande diaspora di profughi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

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Negli ultimi cinque anni, Fabio ha dedicato una parte importante del suo lavoro di documentazione alle vittime delle Primavere Arabe, viaggiando lungo il Mediterraneo e il Medio Oriente, dall’isola italiana di Lampedusa alla Siria, dall’Egitto all'Iraq, in Libia e in Turchia e attraverso la Macedonia e la Serbia, fino ad arrivare alla isola greca di Lesbo dove ogni giorno centinaia di persone attraversano il mare Egeo per entrare in Europa.

Il libro di Fabio si chiama "The Dream," perché è proprio il sogno il punctum di questo viaggio. Il sogno di milioni di persone in fuga dai conflitti e dalla fame, diventato motore dello straziante cammino in cerca di rifugio. ”The Dream" racconta l’umanità di tutte queste persone, con un focus sullo status del profugo, indipendentemente dalla sua provenienza o dal suo destino, dal suo background culturale o dalla sua appartenenza sociale.

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Il libro avrà la copertina rigida e conterrà circa 180 immagini in bianco e nero, oltre che diverse storie personali. Le immagini di 'The Dream' sono state scattate con diversi tipi di macchine fotografiche, compresa una stenopeica realizzata artigianalmente. Verrà stampato su carta di alta qualità presso il laboratorio Ofset Yapemevi di Istanbul, dove sono stati realizzati con successo tutti i libri di FotoEvidence. Verrà inoltre fatta un’edizione speciale numerata e limitata di 100 copie che includerà anche una stampa fine art di 30cmX20cm firmata e dedicata dall'artista.

Philip Blenkinsop scriverà la prefazione fotografica del libro.
Peter Bouckaert, Direttore Emergenza di Human Rights Watch (HRW), che lavora da anni sulla crisi profughi e migranti, scriverà l'introduzione del libro.

Chi è Fabio Bucciarelli:

TIME Magazine

Huffington Post

Overseas Press Club | Robert Capa Gold Medal

RAI 3 | Che Tempo che Fa

© Foto e testi by FotoEvidence – all rights reserved

mercoledì 14 ottobre 2015

IostoconErri: Il mondo della musica con Erri De Luca

Un gruppo nutrito di artisti e di attori si è stretto intorno allo scrittore e poeta Erri De Luca in occasione di un concertone tenuto l'8 ottobre al Monk Club di Roma.

di Adriano Bellucci

L'evento ha avuto lo scopo di testimoniare la solidarietà e il supporto allo scrittore sottoposto a processo presso la procura di Torino per le sue opinioni relative alla TAV espresse nel corso di alcune interviste.

Erri De Luca rischia una condanna a 8 mesi per alcuni concetti espressi relativi al sabotaggio dell'alta velocità in cui il procuratore ha voluto ravvisare gli estremi del reato di istigazione a delinquere.

L'evento è stato organizzato da Francesco Fiore della Med Free Orkestra, da ICompany, da Cristiana Piraino e da Gino Castaldo e ha visto l'adesione quasi immediata di decine di artisti sotto varie forme, dal sostegno, al contributo video fino alla performance dal vivo al Monk Club. Nel contesto del club capitolino si sono esibiti artisti del calibro di Nicky Nicolai, Stefano di Battista, Roy Paci, Fabrizio Bosso, Diodato, Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito, Tetes De Bois, Francesco Forni, Ilaria Graziano, Kutso, Orchestra di Piazza Vittorio.

A questi artisti si sono aggiunti vari progetti inseriti nei generi folk, jazz, cantautori, hip hop e rock indipendente.

Ad elencarli tutti ZY Project, Mammoth, Mancusi e Gagliarini, Leo Folgori, Edoardo De Angelis, Pino Marino, Leo Pari, Sara Jane Ceccarelli, e infine Piotta insieme a Daniele Coccia e Alessandro Pieravanti del Muro del Canto. A chiudere la Med Free Orkestra che nel corso della serata è più volte salita sul palco ad accompagnare i musicisti.

IostoconErri e lo slogan "le parole non si processano, le parole si liberano" hanno rappresentato il denominatore comune di tutti gli interventi a ribadire il supporto a Erri De Luca contro un processo che sembra più incentrato su un reato di opinione che su una reale istigazione verso terzi a compiere reati.

Lo scrittore, presente alla serata, in un paio di interventi ha messo l'accento sul valore simbolico del processo intentato su reati che non si contestavano dall'epoca della fine del fascismo.

«Mi metteranno sul banco degli imputati e ci saprò stare. Vogliono censurare penalmente la libertà di parola. Processarne uno per scoraggiarne cento: questa tecnica che si applica a me vuole ammutolire. È un silenziatore e va disarmato»

giovedì 18 giugno 2015

Fotografare ai concerti live, una fotografia fatta di tecnica e cuore – parte 3

DISCUSSIONE NEL FORUM >>

di Gabriele Bientinesi

Presentiamo ai lettori di Fotobiettivo una serie di articoli dedicati alla fotografia di concerti. Gabriele Bientinesi, responsabile per la comunicazione e la fotografia al Festival Musicastrada e fondatore della scuola Fotografando, accomunando la sua passione tanto per la musica che per la fotografia, ci apre al mondo della fotografia live con un taglio didatticamente rigoroso e al contempo coinvolgente…

…continua da : Fotografare ai concerti  – parte 1

…continua da : Fotografare ai concerti  – parte 2

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8 - Quando si deve e quando si può... ovvero keep calm & shoot RAW [cit.].

I vantaggi del negativo digitale e della camera chiara..

Il file RAW (trad. grezzo) è la registrazione di tutto quello che è stato recepito dal sensore prima di passare attraverso i filtri della fotocamera. Cose come bilanciamento del bianco, tono colore, ottimizzazione delle luci, riduzione del rumore, contrasto, nitidezza, saturazione, spazio colore, etc, etc...

Giustamente avete acquistato una fotocamera di ultima generazione, pagandola anche parecchi soldini e il minimo che pretendete da lei è che faccia delle foto strepitose, pronte subito e adatte per qualsiasi utilizzo.

E così è, in più di dieci anni di fotografia digitale sensori e processori di immagine hanno fatto passi avanti incredibili e sono in grado di regalare immagini di altissima qualità che spesso non hanno davvero bisogno di nulla... perché passare ore davanti al computer a fare cose che la macchina fa già molto bene da sola?

Vi invito però a riflettere su un po’ di cosette...

Primo: l’algoritmo che processa il file RAW attraverso tutte le regolazione necessarie, dalle luci alla riduzione del rumore, ai colori, alla compressione del file JPEG è iterativo, ovvero deve ripetere la stessa operazione più e più volte per raggiungere il risultato previsto. La potenza e la precisione del calcolo valutativo di un elaboratore “grande” sarà per forza di cose superiore a quella di qualsiasi processore che sta dentro la fotocamera, per il semplice motivo che ha tutto il tempo che vuole a disposizione e non deve restituirvi un’immagine immediata come la macchina.

Secondo: le possibilità di regolazione, in fase di sviluppo, di “camera chiara”, sono infinitamente superiori a quanto può fare la fotocamera, anche solo per una questione di grandezza dello schermo di visualizzazione e di livelli di intervento. Vi faccio un esempio, sulla mia 5D posso regolare la riduzione del rumore di luminanza agli alti ISO su basso standard o alto, su Camera RAW (o su qualsiasi altro software) la regolazione va solitamente da 0 a 100.

Stessa cosa vale per nitidezza, bilanciamento colore, e tutto il resto.

Terzo: il bilanciamento del bianco è un filtro come tutti gli altri, se avete usato il JPEG e scattato una foto blu o magenta potete intervenire fino a un certo punto, se agite sul file RAW è esattamente come aver scattato con un’impostazione di temperatura differente.

Quarto: la gamma dinamica del file RAW è più ampia dell’equivalente JPEG, ciò vi consente prima di tutto di avere un range di intervento sull’esposizione di 1 o 2 stop senza praticamente perdita di qualità, poi di fare regolazioni mirate su una parte dell’immagine senza compromettere il resto. Potete agire separatamente sulle luci o sulle ombre riuscendo a recuperare dettagli impensabili sull’immagine finalizzata.

Quinto, ultimo, e probabilmente più importante: lo sviluppo del file RAW non è fotoritocco! Provate a pensate alla camera chiara come un tempo vi relazionavate sia alla scelta della pellicola che allo sviluppo analogico, con ingranditore, acidi e ammennicoli vari. Lavorando il file RAW non facciamo altro che riproporre in digitale ciò che il professionista faceva in camera oscura, con esposizioni, maschere, bagni e così via. Ogni grande fotografo è stato o ha avuto alle spalle anche un grande stampatore, non si ottengono risultati professionali con una Kodacolor 200 comperata al chioschetto sulla spiaggia e sviluppata e stampata dal tabacchino! Lo sviluppo digitale vi consente prima di tutto un controllo estremamente preciso di ogni parametro, e in più, non dimenticatelo, fa sì che ognuno di noi, anche attraverso questo passaggio, possa imprimere uno stile unico e personale al suo lavoro. Fa si che l’immagine non venga solo da una qualsiasi 5D o D800 o giù di lì, ma anche da un sapiente e accurato lavoro di interpretazione dei dati a disposizione.

Le conclusioni diventano ovvie. Se avete a disposizione il tempo e la voglia di “processare” il file in un secondo momento, a casa o in studio, con calma, otterrete risultati impensabili per la fotocamera.

Unica pecca... nella precedente frase c’era un piccolo “se”... Quel “se avete tempo e voglia” diventa una fondamentale discriminate al vostro lavoro. Prendere un file RAW e non lavorarlo, ovvero fare una conversione diretta sul pc senza nessuna regolazione può restituire un’immagine peggiore della jpg fatta dalla macchina, magari senza nitidezza, con i colori impastati e poco brillante, attenti a non fare questo errore. D’altro canto se siete dei giornalisti che hanno bisogno dell’immagine pronta subito per la pubblicazione, magari non avete proprio il tempo materiale di rivedere e correggere gli scatti. In questi casi diventa fondamentale affidarsi alla propria fotocamera e imparare a conoscerla al meglio, in ogni suo dettaglio, menù e sottomenù, in modo da conoscerne le reazioni a qualsiasi regolazione possiate fare in camera per ottenere il meglio. Ovvio, ogni macchina ha storia a sé e ogni sensore ha le sue peculiarità, così come anche gli obiettivi. Molto dipende dalla sensibilità personale e dagli scopi che vogliamo raggiungere.

Per concludere questo paragrafo torno al titolo...

quando potete, quando avete a disposizione tempo e possibilità, il file RAW vi regala più di un asso nella manica, da poter giocare con calma e riflessività anche tutte le volte che volete.

Se invece dovete consegnare lo scatto subito o non volete saperne di sviluppo e post-produzione vi consiglio un’approfondita lettura del manuale della fotocamera e, soprattutto, tante prove sul campo. Alla fine la legge dei grandi numeri è ancora valida!

9 - L’importanza del segno.

Ovvero il bianco e nero e la fotografia digitale, quando? E soprattutto... Perché?

Premetto che ciò che scriverò in questo paragrafo, a parte alcune considerazioni finali prettamente tecniche, è la mia opinione assolutamente personale, per cui prendetela come tale.

Con l’avvento del digitale ho notato un significativo aumento delle produzioni in bianco e nero, anche da parte di professionisti di alto livello. In particolar modo nella fotografia di spettacolo. Il bianco e nero ha un fascino unico e incredibile che è rimasto immutato, se non addirittura accresciuto, anche dopo l’avvento della fotografia a colori. È evocativo, etereo, lascia alla mente spazi per immaginare e sognare, è in grado di creare un flusso di simbolismo comunicativo anche più complesso di una composizione a colori. Molto spesso, ai nostri occhi, una fotografia in bianco e nero è semplicemente “più bella” di una fotografia a colori.

Il colore però è importante. Ha un significato preciso e concreto sia a livello di composizione che di simbolismo. I colori evocano sensazioni e provocano reazioni.

Il giallo è il colore della luce, racconta pienezza e suscita leggerezza ed espansione. L’azzurro è un colore introspettivo e interiorizzante, aiuta la meditazione e la concentrazione. il verde è il colore della natura, evoca speranza e freschezza, ma può anche essere associato alla paura e all’angoscia (avete presente il detto “verde di terrore”?). Il rosso è un colore aggressivo, rappresenta il sangue e la passione, la collera e il fuoco. L’arancio è un colore energetico, spesso è sinonimo di successo e gloria. Il viola è un colore oscillante e quasi irreale (è composto dai due estremi dello spettro), esprime maestà e fasto, evoca potere e suscita timore... Non voglio fare un trattato di semiologia sul colore e sulla sua percezione, ma è immediato capire che l’argomento è abbastanza importante, in particolar modo nella comunicazione visiva.

Una fotografia, in quanto mezzo di comunicazione, è fatta di tanti particolari messi assieme, colore, forma, segno, posizione, soggetto, sfondo, prospettiva etc., fanno di una composizione il nostro racconto della realtà.

Nel momento in cui decidiamo di rinunciare al colore e al suo significato ci proponiamo un’interpretazione del segno e della luce che non deve aver bisogno di ulteriori informazioni. Oppure, se preferite, scegliamo di dare più importanza alle linee, alle forme, ai contrasti, alle luci e alle ombre che non al colore e alla sua simbologia.

È una scelta. E come tale credo che dovrebbe essere consapevole e ragionata.

Troppo spesso sento dire (e purtroppo vedo fare) “Mmh... non è venuta benissimo, proviamo a portarla in bianco e nero”.

Credo che questo sia un modo perfetto per riuscire a fare una foto con poco senso.

Vi porto due esempi in ambito musicale (o quasi) che è molto facile visualizzare nella mente anche senza averli davanti agli occhi.

Il primo: avete presente la foto fatta da Joel Brodsky a Jim Morrison con lui giovanissimo, a petto nudo, collanina al collo e braccia aperte, immagine del singolo The unknown soldier? È diventata un’icona degli anni ‘60 e ancora oggi è stampata sulle t-shirt di tutto il mondo. Quell’immagine (in bianco e nero) non ha assolutamente bisogno di niente in più della figura di Morrison e della sua espressività.

Il colore non darebbe all’osservatore nessuna informazione in più di quella che già ha.

Il secondo: alla fine degli anni ‘80 (se non ricordo male) Fabrizio de André chiudeva i suoi concerti con la canzone La guerra di Piero. Sulle ultime note e sulle parole finali “ma sono mille papaveri rossi” le luci di accento del retropalco si accendevano di rosso, si alzavano e illuminavano completamente la platea, proprio come se gli spettatori divenissero quel simbolico campo di papaveri rossi.

Chiedetevi: «Avrei scattato quella foto in bianco e nero o a colori?».

A questo punto parliamo un po’ di tecnica... Il sensore registra i colori, non le tonalità di grigio. Tonalità, saturazione e luminanza di ogni singolo pixel dell’immagine in riferimento ai valori RGB (CMY per pochi). La risultante è ovviamente un’immagine a colori, se impostate la macchina in bianco e nero avrete solo uno sviluppo, direttamente in camera, che converte il colore in scala di grigi per valori numerici costanti o desatura completamente tutto (vedere questo articolo).

La conversione digitale da colori a bianco e nero è un processo delicato che può essere eseguito in molti modi e con diverse tecniche. Se fatto con cognizione di causa può regalare risultati eccezionali. Il consiglio che do è quello di scattare sempre a colori ed eseguire la conversione in post produzione, del RAW quando possibile. In questo modo preserverete tutte le tonalità dell’immagine che vi consentiranno una riproduzione in bianco e nero con la massima accuratezza e precisione. Evitate di desaturare semplicemente o convertire in scala di grigio, qualsiasi software vi consente di miscelare i colori, vuoi per dominanti, vuoi per addizione e sottrazione, in modo da agire accuratamente sulle diverse parti dell’immagine. Esistono poi metodi ancora più avanzati (come miscelare i canali RGB con diverse fusioni) e software specifici che sono addirittura in grado di ricreare la grana e la densità della più famose pellicole in bianco e nero.

Un consiglio che dò spesso ai miei studenti quando parliamo di bianco e nero è di provare a scattare in RAW con la macchina impostata su monocromatico, il file sarà ovviamente a colori ma l’anteprima sul display sarà in bianco e nero. Questo consente di valutare subito l’impatto e la funzionalità della composizione a livello di forme, spazi, luci e ombre, e consente di eseguire la conversione in un secondo momento con tutte le attenzioni del caso, possibili solo in sviluppo.

10 - Impariamo ad andare a tempo!

il senso del ritmo in fotografia..

Spesso vedo concerti affollati di fotografi. Spesso tali fotografi (o presunti tali, perdonatemi il cinismo) perdono metà spettacolo a litigare tra di loro per accaparrarsi il posto che credono migliore e che sta utilizzando il loro collega, e un buon quarto a discutere con l’organizzazione per entrare negli spazi transennati e vietati all’accesso (come se solo da li potessero fare la foto della vita). Il resto del tempo sembra che lo passino a provare dodici ottiche e trentasei tecniche diverse. Mi chiedo... Ma il concerto lo vedono? Lo ascoltano? Lo vivono? E soprattutto... Ma qualche foto la fanno?

Se non ascoltate il concerto fotografate solo una piazza con un palco.
Se non osservate l’artista non lo potete ritrarre.
Se vi perdete in calcoli, funzioni della macchina, soluzioni particolari e consigli di ogni amico esperto presente invece di un reportage farete solo un libretto di istruzioni.

Senza avere niente da raccontare non si racconta proprio niente. E per avere qualcosa da dire bisogna vivere. Provare emozioni. Senza quelle farete solamente scatti sterili e fini a se stessi. Magari ben eseguiti ma senza vita.

Che sensazioni potranno mai dare? Cosa potranno raccontare?

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Provo a darvi qualche piccolo consiglio, prendeteli come uno scambio di idee tra persone che stanno provando a fare la stessa cosa. Alla fine si tratta di filosofie assolutamente personali..

Arrivate sul posto, guardatevi intorno.
Guardate la piazza, le luci, la gente.
Osservate il palco, gli strumenti che ci sono, i colori, le forme, i legni diversi e le finiture degli strumenti, la posizione dei musicisti.
A questo punto sedetevi e cominciate ad ascoltare la musica, iniziate a vivere il concerto, fatevi regalare dagli artisti la loro essenza e la loro capacità di interpretare quel momento e quel luogo.
Poi prendete la fotocamera e cominciate a guardare le luci e i movimenti, sempre immersi in ciò che state vivendo.

Usate la vostra macchina come loro usano gli strumenti. Loro vi offrono arte. Voi dovete acquisirla, farla vostra, interpretarla e stenderla sulla tela della pellicola.

Vi renderete conto che è più semplice farlo che leggerlo o scriverlo, dovete solo vivere il momento a cui state partecipando.

Un ultimo consiglio, forse il più banale o forse il più prezioso...

Scattate a tempo.
Ascoltate il ritmo, sentitelo e seguitelo.
Fate click sul colpo della cassa o del rullante, sull’acuto della voce o sul battere della chitarra.
Provate ad ascoltare il basso o le percussioni.
Seguire il tempo vi farà cogliere il momento, il gesto, l’espressione, l’essenza dell’esecuzione.

Senza rendervene conto, mentre lavorate, resterete immersi nella musica... La musica farà il resto.

© www.fotobiettivo.it / gabriele bientinesi

<< Fotografare ai concerti  – parte 2


Sulla fotografia ai live, si può leggere anche questo articolo >

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martedì 16 giugno 2015

Fotografare ai concerti live, una fotografia fatta di tecnica e cuore – parte 2

DISCUSSIONE NEL FORUM >>

di Gabriele Bientinesi

Presentiamo ai lettori di Fotobiettivo una serie di articoli dedicati alla fotografia di concerti. Gabriele Bientinesi, responsabile per la comunicazione e la fotografia al Festival Musicastrada e fondatore della scuola Fotografando, accomunando la sua passione tanto per la musica che per la fotografia, ci apre al mondo della fotografia live con un taglio didatticamente rigoroso e al contempo coinvolgente…

…continua da : Fotografare ai concerti – parte 1

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4 - Una finestra sul mondo.

Il sensore d’immagine, c’è poco da fare, è come una finestra: più grande è, più luce entra...

Ce ne rendiamo immediatamente conto quando guardiamo uno scatto fatto con una reflex o una mirrorless di ultima generazione rispetto alla stessa scena ripresa da una compatta o da uno smartphone. Finché c’è luce, quando c’è il sole, tant’è, spesso anche l’iphone fa miracoli, ma al buio...

Al buio è un’altra storia, c’è poco da fare. La differenza di dimensione del sensore si fa vedere, e tanto. La capacità di intrappolare la luce in ogni dettaglio diventa incredibilmente superiore e regala risultati eccezionali anche in condizioni davvero difficili.

Sulla differenza che c’è invece tra un sensore Full-Frame e un DX (o APS-C), magari vale la pena di spendere qualche parola.

Se dicessi che il sensore FF non è superiore sarei bugiardo. D’altronde se dicessi che il formato DX ha solo svantaggi sarei bugiardo allo stesso modo.

Ogni sistema ottico ha i suoi pro e i suoi contro. Al buio la differenza si vede, inutile negarlo, con il FF si lavora meglio, già a 1600 ISO la differenza è notevole. Il rumore è minore e più gestibile, i dettagli e la definizione sono superiori, la gamma dinamica più ampia. A sensibilità superiori lo scarto diventa ancora più netto.

Ma siamo sicuri di avere veramente sempre bisogno di sensibilità così elevate e di tanta definizione da poter stampare un’intera parete? Secondo me no.

Si possono ottenere risultati eccellenti e professionali anche con un sensore DX, a patto di essere consapevoli delle sue possibilità e dei suoi limiti. Senza contare naturalmente l’aspetto economico, che da solo basta e avanza come discriminante per tanti...

Il FF è superiore sotto tutti i punti di vista. È più preciso, più definito, e restituisce una gamma dinamica più ampia. Il DX è meno definito e più sporco, ma più economico e più gestibile, e spesso offre prestazioni più elevate in termini di velocità di scatto e di reazione. In termini di acutanza potremmo assimilare il formato DX alla vecchia pellicola 35mm, il FF al medio formato 6x4,5 o 6x6.

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Il cosiddetto “fattore di moltiplicazione della focale” (1,5x su Nikon, Sony, Pentax e Fuji; 1,58x su Canon; 2x su Olympus e Panasonic) ha invece pro e contro allo stesso tempo. Allo stesso modo in cui ha bisogno di focali più corte per inquadrature grandangolari, così aiuta non poco a focali elevate, consentendo di risparmiare in termini di costo e di peso quando si necessita di lunghi teleobiettivi.

Per fotografare un concerto avremo sicuramente bisogno di utilizzare alte velocità ISO, e dettaglio e nitidezza non sono mai troppi... credo però di potervi garantire personalmente che otterrete risultati migliori con un sapiente uso di un sensore DX e una buona ottica, che con un Full Frame usato approssimativamente abbinato magari a un obiettivo non proprio eccezionale.

Giusto per parlare di prestazioni... a lezione, a un corso di livello avanzato, mi trovai in mezzo a un’accorata discussione sul se e sul quanto una fotocamera fosse migliore dell’altra. Misi sul lettino da still-life il mio orologio da polso e feci ritrarre ai due “contendenti” lo stesso soggetto, con la stessa inquadratura e con lo stesso obiettivo. Canon 5D Mark II contro Canon 7D, due signore di alta classe, una FF l’altra APS-C. 24-70/2,8L, 200 ISO, cavalletto e luce continua per entrambe.

Risultato: praticamente impossibile distinguere gli scatti...

Morale (sempre quella):
la macchina aiuta, sicuramente...
Qualcosa può fare l’ottica...
La foto la fa il fotografo.

 

5 - Ottiche, ottiche delle mie brame...

Chi sono le migliori del reame?... Facile... Non ci sono!

O meglio, l’ottica migliore, la più adatta, è quella che vi consente di fare nel miglior modo possibile ciò che vi eravate prefissati o che avevate immaginato. Quella con cui vi trovate meglio, magari quel peletto più leggera o più pesante a gusto vostro. In poche parole quella o quelle che vi piacciono di più. Non c’è un “canone professionale” preciso e prefissato che dovete rispettare altrimenti non va bene, non state facendo un beauty o una riproduzione fedele in still-life, tutto dipende da dove siete, da quanto lontani siete, da quanto tempo avete, da quanta luce c’è a disposizione e, soprattutto, da cosa volete fare.

Ah, una piccola parentesi, io sono abituato a ragionare in 35mm, per cui se lavorate in DX o APS-C considerate il fattore di moltiplicazione.

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Dunque dicevamo... se siete accreditati come giornalisti o fotografi a un concerto relativamente grande avrete pochi minuti per scattare da sotto il palco, per cui il consiglio è semplice: un paio di macchine al collo con roba tipo 24-70 e 70-200 montati (ovvio se ne avete una sola tenete il secondo obiettivo a portata di cambio) e vedete quello che vi è possibile fare.

Se invece state lontani avrete bisogno di ottiche più lunghe, se siete ufficiali e potete magari salire anche sul palco vi serviranno magari anche grandangolari un pelo più spinti (tipo 20/24) per rendere la sensazione di “profondità” ed entrare nella scena. Se siete davanti al palco e volete essere precisi e accademici riconducetevi alla fotografia di figura: sopra i 70mm e giustezza nella profondità di campo. Se volete scatti ai volti o alle mani dei musicisti o magari particolari dello strumento o dell’esecuzione allora un tele medio alto (200/300 mm) sarà più utile.

Ovvio che più la vostra ottica è luminosa meno dovrete ricorrere ad alti ISO, sicuramente questa diventa una discriminante forte nella scelta di lavorare con un 2,8 invece che con un 5,6 o 6,3, senza contare che quasi sempre una maggiore apertura relativa è sinonimo di una più alta qualità ottica. Tenete sempre a mente che ogni ottica ha, fra virgolette, un tempo di otturazione minimo utilizzabile con tranquillità, indipendentemente da qual è la velocità di movimento del soggetto. Se state scattando a 200mm sarà dura scendere sotto 1/200sec., magari uno o due terzi di stop meno se siete stabilizzati. In ogni caso per usare tempi tipo 1/60, che di per se basterebbero a inchiodare magari il movimento del soggetto ma sono poco compatibili con l’angolo di oscillazione della focale, avrete bisogno di un cavalletto. Scattare dal treppiede vi permette tecniche di scatto creative, anche di movimento (avete presente Ernst Haas?) difficili da eseguire senza (e ricordatevi di spegnere lo stabilizzatore, io lo dimentico sempre!).

Se siete scolastici fino in fondo e usate ottiche fisse, io non rinuncerei a un buon grandangolo e almeno a un medio tele. Scelte che vi fanno camminare di più ma spesso aiutano a trovare la giusta inquadratura, proprio perché vi costringono a guardare bene il soggetto prima dello scatto, senza contare che garantiscono quasi sempre una qualità ottica e una luminosità superiori agli zoom.

In definitiva ogni obiettivo ha caratteristiche intrinseche, per progettazione e costruzione che lo rendono diverso da ogni altro. A parere mio la scelta migliore resta sempre la stessa: usate quello con cui vi trovate meglio...

6 - Al sole o a lume di candela?

Ma il flash? Serve davvero? Aiuta? O magari può anche peggiorare le cose?

«Pensiamo all’interno di una stanza, di un rifugio, di una tenda. Pensiamo al senso di intimità che solo la luce disponibile è in grado di suggerire. Pensiamo alla luce cruda e piatta del flash, agli occhi rossi, agli sguardi spiritati, agli oggetti della stanza impietosamente illuminati come se improvvisamente un gigante dispettoso avesse scoperchiato il tetto.

E chiediamoci: l’immagine che voglio comporre ha davvero bisogno di tutta quella luce?» [cit. Michele Vacchiano Il sole portatile” 2001]

Non è specifico sugli argomenti trattati qua ma credo che renda molto bene l’idea...

C’è da dire che in casi come il nostro, nella fotografia di spettacolo, il lampeggiatore è anche estremamente fastidioso, sia per l’artista, sia per il pubblico (in teatro, per esempio potreste anche venir buttati fuori!). Il flash, paradossalmente, al buio serve a poco, le cose che servono davvero sono ottiche veloci e un cavalletto.

Soprattutto il flash della vostra macchina e soprattutto se non siete abbastanza vicini. Fate un conto rapido: un piccolo flash come quello incorporato avrà una potenza si e no di NG 12, forse 14, questo vuol dire che per coprire una distanza di 6 metri a 50mm vi serve un’apertura relativa di f/2; alzate l’ISO e migliorate le cose... ma vi rendete conto subito che se dovete lavorare comunque a 800 ISO tanto vale tenerlo spento. Senza lampeggiatore alzato evitate la brutta “flashata” sulle parti chiare del soggetto, rendete meglio l’atmosfera delle luci di palco ed evitate di dar fastidio a chicchessia.

Può darsi che vediate usare il flash a qualche fotografo ufficialissimo su un grande palco che si mette accanto all’artista per fare un primo piano o un dettaglio, magari usando un deflettore o un diffusore per creare luce negli occhi, diversamente è davvero poco utile. Per cui vi direi: usatelo il meno possibile, e soprattutto evitate di dar retta alla vostra fotocamera quando vi dice di alzarlo.

7 - Bianco, rosso e...

Il miracolo del bilanciamento..

Settare il bilanciamento del bianco per la luce di spettacolo può sembrare un’impresa tanto sono variabili, molto dipende dalla bravura del tecnico e dalla capacità dell’impianto luci di offrire un “tappeto” neutro o quasi su cui poter lavorare, sfruttando i fasci di luce più colorati come luci secondarie o accenti.

Spesso però lo spazio è poco, o il concerto non si presta a troppi cambi di luce, per cui ci possiamo trovare a fare i conti con una forte dominante magari rossa o blu o di chissà quale colore.

Da un punto di vista tecnico le luci di palco sono quasi sempre faretti (par o simili) a incandescenza o fluorescenza, con una temperatura intorno ai 3500-45000 °K, con montate davanti delle gelatine per colorare la luce. Da qualche anno si cominciano a vedere anche molti fari a LED RGB, fonti di luce colorata direttamente all’origine. In entrambi i casi, se doveste ricreare il colore reale dello strumento o del dettaglio l’unica soluzione sarebbe un approccio da studio, fare il bilanciamento del bianco prima di ogni foto o attaccare un check all’artista... Direi che rasentiamo il ridicolo.

notturna

Se il tecnico o la band hanno scelto come luce principale una tonalità rossa, o blu, probabilmente avevano i loro motivi. Magari è una scelta stilistica per evocare una determinata sensazione, o forse si adattava meglio all’ambiente circostante. Oppure, banalmente, piaceva così o non c’erano gelatine di altri colori. In ogni caso, se l’artista è illuminato di blu non vedo il motivo per far sparire quel colore e riportare il tutto ai reali pigmenti. Se volete raccontare forme e contrasti rinunciando all’atmosfera del colore scattate o sviluppate in bianco e nero.

Nel 99% dei casi la vostra fotocamera si comporterà in maniera egregia con il bilanciamento del bianco impostato su automatico, se si tratta di una macchina particolarmente vecchia (che so una Nikon D100 o giù di lì) e proprio non ne vuol sapere di restituirvi un’immagine credibile, provate a farla lavorare su sole pieno, tungsteno o fluorescenza, una delle tre restituirà una foto corretta.

Un altro approccio può essere ragionato sulla tinta, ovvero sul colore della gelatina che è stata messa davanti alla fonte di illuminazione. Se la fotocamera vede una dominante preponderante sulle altre lunghezze d’onda può tendere a tagliarla per compensare e restituirci una foto priva di vividezza, “moscia” per intenderci. Per ovviare a questo potete agire sul bilanciamento colore della fotocamera o sullo “shift” del bilanciamento del bianco (dipende dai software dei costruttori). Se c’è troppo rosso e la macchina lo taglia, ditele che c’è sul serio e non sta vedendo male. Basta spostare il cursore nella direzione di quel colore in modo da esaltarlo e renderlo più vivo.

Detto tutto questo, potete sempre scattare in RAW, in modo da poter fare tutte le regolazioni e gli esperimenti del caso con calma in fase di sviluppo su ogni singolo scatto.

CONTINUA…

© www.fotobiettivo.it / gabriele bientinesi

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giovedì 11 giugno 2015

Fotografare ai concerti live, una fotografia fatta di tecnica e cuore – parte 1

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di Gabriele Bientinesi

Presentiamo ai lettori di Fotobiettivo una serie di articoli dedicati alla fotografia di concerti. Gabriele Bientinesi, responsabile per la comunicazione e la fotografia al Festival Musicastrada e fondatore della scuola Fotografando, accomunando la sua passione tanto per la musica che per la fotografia, ci apre al mondo della fotografia live con un taglio didatticamente rigoroso e al contempo coinvolgente…

Premessa: che cos’è Musicastrada?

Musicastrada nasce sedici anni fa, con la voglia di riunire in un unica realtà tutte quelle figure che lavorano intorno a un evento come un festival e alla musica in generale, non solo musicisti quindi, ma anche fonici, tecnici, grafici, esperti di comunicazione, fotografi, videomaker… Sedici anni fa nasce anche il MusicastradaFestival, una manifestazione itinerante che ogni anno si muove nei comuni della provincia di Pisa per portare musica autoriale di altissimo livello nelle piazze più suggestive dei comuni toscani; sono più di venti le amministrazioni che ogni anno, a turno, ospitano una tappa del Festival con il suo concerto. Negli anni Musicastrada è diventata anche un’agenzia di Booking e management e una casa discografica, che produce e propone i suoi artisti in Italia e in Europa. Nel contempo, la parte “fotografica” legata al Festival, che durante gli anni è stato documentato da importanti fotografi ed è anche diventato protagonista di un film-documentario, è cresciuta ed è diventata una scuola, Fotografando, attiva da diversi anni nella provincia di Pisa e punto di riferimento per fotografi e appassionati di tutta la Toscana.

Potete trovare ogni informazione sul calendario di Musicastrada 2015 che inizierà il 15 luglio nel sito del festival www.musicastrada.it

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1 - Perché fotografare un live?

Perché fotografare un concerto? Perché impiegare tempo ed energie con la fotocamera al collo, magari grossa e pesante, a produrre scatti invece di starcene seduti a guardare lo spettacolo per il semplice piacere di farlo?

Un concerto è qualcosa di più dell’ascoltare musica... 30 anni fa c’erano i dischi in vinile e i mangianastri, poi le musicassette e i walkman attaccati alla cintura, poi i cd, oggi gli mp3 e internet. Il concerto è sempre quello di tanti anni fa. Non è unicamente musica. È un insieme di emozioni, di suoni, di colori e di luci. È uno spettacolo che va ben oltre il brano musicale e l’esecuzione. È l’artista che è davanti a te, sul palco, che ti regala una parte di sé, del suo essere, del suo mondo, della sua vita.

Questo è forse ciò che ci fa sentire vicini a chi è davanti a noi su quel palco, che ci da la spinta a voler ricordare e quindi raccontare, da fotografi, un’emozione che è sempre diversa, sempre nuova, sempre forte.

Cito Vittorio Storaro: «Io credo che ognuno di noi dia una parte della propria vita quando tenta di scrivere con la luce.» [...]
«Proprio come fa l’autore musicale con le note, lo sceneggiatore con le parole, così facciamo noi scrivendo con la luce.».

Appunto. Fotografare vuol dire scrivere con la luce.

Tradurre in bianchi, neri, grigi, colori, sfumature e forme, quel turbinio di sensazioni ed emozioni che vola sopra di noi, attraverso di noi, dentro di noi. Raccontare con un’immagine, un tempo, uno spazio e un sentimento insieme. E se ci pensi bene sembra impossibile...

I fotografi però sono persone caparbie e non si arrendono facilmente. Ritrarre un tale flusso di emozioni è forse una delle cose più difficili da fare. Eppure spesso, riescono a rendere immortale quell’attimo, quel momento, che permette di regalare a chi non c’era la grandezza di un evento che ha emozionato una piazza intera.
È la grandezza della fotografia.

E una fotografia è fatta di tecnica e di cuore...
Sulla tecnica possiamo provare a darvi una mano, senza pretese, magari raccontandovi la nostra esperienza professionale e personale.
Il cuore... dovete mettercelo voi!

2 - È buio (non ce lo scordiamo).

I concerti, a meno di occasioni particolari, si fanno di sera. Gli spettacoli di teatro, nella maggior parte dei casi sono al buio o quasi.

E buio lo è davvero, ed è alla fine quello che dobbiamo fotografare. La luce contrapposta alla non-luce.
Ovvero quella poca illuminazione che disegna sull’artista un’espressione, una smorfia o un gesto, o magari sullo strumento e sulla scenografia (naturale o artificiale che sia) un riflesso o un’ombra particolare che inevitabilmente si offrono allo spettatore come catalizzatori di attenzioni e regalano quell’emozione e quell’atmosfera particolari senza le quali lo spettacolo non sarebbe assolutamente lo stesso.

Uno degli errori che vengono fatti più di frequente è cercare di esporre, magari dando retta all’esposimetro della fotocamera, in modo da restituire una scena omogeneamente illuminata. Allo stesso modo qualche milione di blog, forum e “amici esperti” vari, ci raccontano di come esporre queste situazioni più difficili in modo da ottenere un istogramma “corretto”, ovvero senza picchi a destra e a sinistra (alte luci e ombre), altrimenti la foto è sbagliata...

Errato, un’esposizione con un istogramma “corretto” restituirebbe solo un’immagine confusa di una scena mediamente illuminata nel suo complesso, assolutamente irreale e sicuramente molto poco interessante.
L’esposizione più corretta è sulle luci, spot o media sottoesposta di un paio di stop che sia, quella è e quella dobbiamo utilizzare.
E il nostro istogramma dovrà essere per forza di cose “sparato” sulle ombre, il nero davanti a noi c’è, e deve essere nella foto. È nero o quasi il cielo, il muro, la quinta, la parete, parte del palco e via discorrendo.

istogramma

L’esposizione migliore di solito si ottiene con una lettura spot su un punto di alta luce riflessa presente sulla scena, nel nostro caso un piatto o un’asta della batteria, uno strumento come una chitarra con finitura verniciata lucida e di colore chiaro, un abito particolarmente “sgargiante” dell’artista... Se il palco è in legno e individuate un punto illuminato in pieno sarà un grigio 18 ideale...

In pratica ci serve qualcosa che rifletta gran parte della luce incidente, se poi senza grosse dominanti scure (rosso, blu, verde, magenta) ancora meglio. Così facendo porremo in zona 5/6 (dove dovrebbe essere il grigio medio) la luce riflessa al 50% circa, riuscendo a ottenere una gamma dinamica ottimale, in grado di restituire correttamente dal buio assoluto alla luce bruciata dei fari diretti verso l’obiettivo.

Il sensore reagirà alla luce anche in relazione ai valori tonali globali, garantendo tranquillamente una latitudine di posa di 3 - 4 stop abbondanti, di conseguenza un margine di errore abbastanza importante, paragonabile se volete a una pellicola pancromatica (con cui era buona regola, in questi casi, esporre sulle luci per sviluppare sulle ombre). Non ci dimentichiamo che le moderne fotocamere digitali che stiamo utilizzando sono estremamente performanti sotto questo punto di vista, sono in grado di coprire una gamma dinamica anche superiore a 10 stop con una latitudine di posa estremamente flessibile e adattabile.
Se ci trovassimo a dover fare la stessa cosa con un’invertibile a colori, flessibile quanto una corda di violino tirata, l’accuratezza dell’esposizione ci darebbe sicuramente più da pensare...

3 - Un tempo si chiamava ASA (o DIN).

Era la prima cosa da fare: comprare la pellicola adatta.

Oggi si chiama sensibilità o velocità ISO equivalente, ed è in pratica la quantità di “corrente elettrica” che diamo al sensore per funzionare. Più bassa è, più avremo bisogno di luce per scattare, più l’immagine restituita sarà precisa e pulita. Più alta è, meno luce sarà necessaria, ma la nostra immagine diverrà pian piano più imprecisa e “granulosa” con l’aumentare del valore.

Un po’ come succedeva in pellicola, dove più alta era la sensibilità più grossa era la grana, il sensore sviluppa, ad alte sensibilità ISO, una sorta di rumore digitale, tecnicamente chiamato “rumore di luminanza” che è visivamente abbastanza simile alla vecchia grana di una pellicola ad alta sensibilità (1600 ISO e superiori).

Cosa fare dunque? Usare altissimi ISO per avere maggiori possibilità di scatto con tempi veloci e diaframmi chiusi o cercare di ottimizzare il rapporto luce/rumore per avere un’immagine più precisa e pulita con il rischio di scattare al limite delle possibilità fisiche dell’ottica e della macchina?
La risposta giusta sta banalmente nel mezzo.

Le fotocamere più moderne sono in grado di scattare a sensibilità pazzesche senza problemi di rumore, quelle un po’ più datate si difendono comunque bene fino a 800/1600 ISO, e vi garantisco che in pellicola era veramente raro andare sopra questi valori, si ricorreva ai 3200/6400 ISO solo in condizioni veramente terribili... e le foto chissà come mai venivano fuori lo stesso.

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Ricordo una collega che una volta, parlando con un’allieva, pronunciò una frase che mi fece subito riflettere. In luce crepuscolare, alla domanda «Che ISO devo usare?», rispose in modo estremamente semplice: «Usa l’ISO come un Jolly» disse, «Se serve un tempo troppo lungo per usare il diaframma di cui hai bisogno alza l’ISO». Trovai questa risposta assolutamente geniale: non solo interpreta perfettamente il senso della velocità ISO, ma slega anche da tutti i preconcetti e le abitudini che i fotografi di vecchia generazione, come me, hanno magari verso un certo tipo di pellicola e di attrezzatura.

Io che ero solito, per questo tipo di scatti, usare Ektachrome o Superia, spesso ragiono direttamente a 1600 ISO, a prescindere da quello che sto realmente guardando, e che forse sarebbe meglio interpretato con altre soluzioni.

In conclusione: usate la sensibilità necessaria.

Partite da valori intermedi e verificate sul campo, cominciate ad alzare l’ISO quando vi rendete conto che la luce è troppo poca... Alla fine state scattando in digitale, una rapida occhiata allo schermo lcd fugherà ogni dubbio.

Se state scattando a 200mm con apertura relativa 5,6 e non riuscite a scendere al necessario 1/200 di secondo e proprio non ne volete sapere di portarvi dietro un cavalletto o siete fotografi “a mano libera”... semplicemente alzate l’ISO!

© www.fotobiettivo.it / gabriele bientinesi

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Sulla fotografia ai live, si può leggere anche questo articolo >

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martedì 26 maggio 2015

Salvarsi dal marketing degli alti ISO. Ovvero come vivere felici con la nostra vecchia fotocamera per molti anni

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Siamo ormai abituati alla veloce evoluzione tecnologica nel comparto fotografico e al consumo di informazioni sull’ultimo ritrovato uscito. La curiosità in effetti ci spinge a voler sapere subito ma nei fatti, salvo pochi fortunati, la gran parte di noi acquista fotocamere e obiettivi diversi mesi dopo la loro uscita, nel caso degli obiettivi anche anni (se non addirittura usati). I lettori del magazine sanno che amo fare delle recensioni tardive, che ritengo più utili per l’acquirente reale, spesso confrontando oggetti che si possono trovare ormai solo usati, o comunque accessibili al pubblico più vasto. Ad esempio questa recensione comparativa tra la fotocamera Canon EOS 1Ds Mark2 e la fotocamera Canon EOS 5d Mark2 oppure un confronto particolarmente critico tra EOS 7D ed EOS 30D soltanto per gli alti ISO. Difatti molte innovazioni tecnologiche sono troppo facilmente chiamate “rivoluzioni” quando tutt’al più si tratta di leggeri miglioramenti nel comparto tecnologico (per le fotocamere spesso si tratta di un processore migliore e un firmware aggiornato) .



C’è decisamente una componente spiccatamente psicologica e consumistica nel marketing aggressivo che ha caratterizzato l’ultimo decennio, dico l’ultimo decennio perché nel comparto reflex ad esempio si può dire che le innovazioni tecnologiche sostanziali sono state raggiunte già nel 2006/2007. La competizione è stata spietata e ha investito inizialmente la corsa ai megapixel. Per un lungo periodo, e ancora oggi, la fotocamera con più megapixel aveva un appeal da ultimo ritrovato tecnologico, capace di prestazioni superiori. Questa idea è dura a morire ma tutto sommato ormai anche il pubblico meno smaliziato si è stancato. Esistono cellulari con fotocamere da 40MP. L’idea che i molti megapixel siano sinonimo di qualità è finalmente scemata. Invito a leggere questo nostro articolo di un paio d’anni fa, le cose non sono cambiate di molto. Sappiamo quanto la Sony in congiunzione con Nikon abbia puntato sull’innovazione dei sensori, prima in risoluzione e infine in gamma dinamica, cui è seguito l’aggiornamento Canon con la EOS 5Ds capace di una risoluzione di ben 50 megapixel, benché ancora indietro quanto a gamma dinamica del sensore.

L’ultima frontiera poi è la miniaturizzazione degli apparecchi e la più grande innovazione è certamente quella delle fotocamere mirrorless, Fuji in testa a tutti. Le fotocamere mirrorless ormai hanno raggiunto livelli di qualità del sensore, per quanto riguarda risoluzione, alti ISO, gamma dinamica e output al pari se non superiore in taluni casi alle Reflex di fascia alta. Si legga un articolo come questo pubblicato da Ken Rockwell dove emerge bene che la Fuji X-Pro1 è al pari di mostri come la Nikon D800 o anche la D4.



Pur essendo la risoluzione un parametro che ha perso valore, resta ancora uno della “triade”, forse ormai il meno importante. Per triade intendo: RISOLUZIONE, ALTI ISO, GAMMA DINAMICA. Questi tre parametri ormai decidono il valore tecnologico di un sensore digitale, facendoci spesso dimenticare che attorno a un sensore c’è una fotocamera e che a questa si attaccano degli obbiettivi. É nota ormai la querelle che investe i punteggi assai bassi assegnati dal sito specializzato in analisi dei sensori digitali, DXOMARK, alle fotocamere della Canon. Tipicamente i sensori Canon restano parecchio indietro a causa di una più ristretta gamma dinamica, che non supera i 12 stop anche a bassi ISO, contro i circa 14 dei sensori Sony/Nikon. La gamma dinamica è un fattore importante certo, ma non indispensabile. Inoltre per le applicazioni più tipiche dove occorre ampia latitudine di posa nello scatto, ovvero il paesaggio, le fotocamere moderne danno la possibilità di attivare la modalità HDR (High Dynamic Range) per espandere la gamma dinamica anche oltre i 14 stop totali.

Una cosa che caratterizza i sensori Sony/Nikon è la grande possibilità di recupero nelle ombre. Questo aspetto ci conduce direttamente all’argomento chiave, ovvero: gli alti ISO sono davvero una innovazione tecnologica? Un po’ lo sono, ma è davvero poca cosa. Non certo la rivoluzione tecnologica che vorrebbero farci credere. In buona sostanza gran parte dei miglioramenti sono nell’ottimizzazione del segnale in concomitanza con l’aumento della risoluzione. Questo si traduce in un miglioramento da una generazione di fotocamere all’altra di circa 1/2 – 2/3 di stop in assoluto e 1-1,5 stop, se consideriamo anche il maggiore fattore di risoluzione, ovvero che ad esempio riducendo un file da 36MP (Nikon D800) a 12MP (Nikon D700) anche a parità di rumore digitale l’immagine della Nikon D800 apparirà più pulita, ovviamente.

Funzioni aggiuntive nel menu di Magic Lantern

La più grande limitazione affinché la nostra vecchia EOS 5D (la versione I) o Nikon D700 che sfornano ancora file meravigliosi di dignitosissimi 12 MP (per sapere se ce ne servono davvero di più, invito ancora a leggere questo articolo) riesca ad eguagliare le prestazioni degli alti ISO di fotocamere più moderne, ebbene non è tecnologica, bensì: COMMERCIALE! Canon (così come gli altri brand) si guarda bene dall’offrire un aggiornamento del firmware che potrebbe sbloccare il limite degli alti ISO che nella EOS 5D è ancora a ISO3200. Come superare questo limite?

Esiste un software open source gratuito che è ormai arrivato a livelli di affidabilità notevoli. Si chiama MAGIC LANTERN e va a sostituire il firmware della Canon. Purtroppo funziona solo con Canon. Per le fotocamere Nikon sta nascendo una community simile, si veda il sito https://nikonhacker.com/. Questo firmware alternativo ovviamente fa molto di più, introduce strumenti e ottimizzazioni notevoli soprattutto nel comparto video. Le fotocamere molto vecchie, come la EOS 5D in questione non sono pienamente supportate. In generale anche la gamma dinamica, almeno dell’output di file JPEG viene aumentata e la limitazione degli alti ISO può essere rimossa.

GAMMA DINAMICA AUMENTATA CON MAGIC LANTERN
< Capiamo quindi che i limiti degli ISO sono piuttosto una questione di software che non di hardware. Allora perché non intervenire direttamente noi sul file? La prima regola da seguire è come sempre scattare in RAW (sul perché, leggere questo articolo) che ci consente un maggior recupero nelle ombre e in generale dell’esposizione e un aumento della gamma dinamica rispetto a un JPG 8 bit. In buona sostanza, senza entrare nei dettagli, anche la fotocamera di ultima generazione usa una specie di trucchetto software quando impostiamo gli ISO altissimi, quelli che prima erano chiamati ISO espansi. Anche nella nostra fotocamera di più vecchia generazione quando attiviamo dal MENU gli ISO ESPANSI avremo valori come H1 o H2 che sono valori superiori al massimo considerato accettabile. Quindi se la fotocamera arriva a ISO 3200, H1 sarà ISO 6400. Quello che non sappiamo però è che non sono valori “reali” ma interpolati dal software. La stessa cosa che possiamo fare noi se agiamo in questo modo:

1) IMPOSTARE LA FOTOCAMERA SUL FORMATO RAW

3) ATTIVARE I VALORI ISO ESPANSI E SCEGLIERE IL VALORE MASSIMO

3) SCATTARE CON DIAFRAMMI A MASSIMA APERTURA E UN VALORE DI COMPENSAZIONE (SOTTOESPOSIZIONE) DI “–1” (ottenuto diminuendo i tempi di scatto alla metà, ed esempio da 1/15 a 1/30). Infatti l’unico motivo per cui siamo disposti a sacrificare la qualità di immagine sia alzando gli ISO nativamente sia sottoesponendo è perché siamo già al limite  e i tempi di scatto non sono accettabili.

Ricordiamo che i tempi di scatto al limite possono essere ancora tollerabili se è presente uno stabilizzatore nella fotocamera o nell’obbiettivo (leggere questo articolo). In caso di soggetti in movimento i tempi di scatto sicuri potrebbero comunque non bastare, anche se lo stabilizzatore è attivo, come nel caso della FOTOGRAFIA SPORTIVA. In generale la necessità di ISO molto alti si fa sentire per la fotografia a teatro o ai concerti.

4) APRIRE IL FILE RAW CON UN SOFTWARE EVOLUTO COME DPP (solo Canon), LIGHTROOM O PHOTOSHOP.
Qui possiamo intervenire semplicemente sul valore di esposizione generale e riportare l’immagine a valori di +1 (o +10 se la scala è in centesimi). in alternativa, dato che molto spesso le immagini sottoesposte soffrono soprattutto nelle ombre che risultano molto chiuse, è sufficiente intervenire solo sulla porzione a sinistra dell’istogramma, ovvero possiamo recuperare solo i neri e le ombre (e quindi un po’ i mezzi toni), lasciando inalterate le luci e le alte luci (bianchi). Questo intervento è particolarmente felice con i sensori Nikon/Sony che permettono un grande recupero nelle ombre senza troppo rumore digitale.



Gli interventi possibili in camera oscura digitale sono diversi. Non sempre spostare il selettore dell’esposizione è la soluzione migliore. In generale tutti gli interventi sulla luminosità, tra l’altro su file già scattati a ISO molto alti, introducono una notevole quantità di rumore digitale. Molto meglio intervenire sulle curve (vedi questo articolo). O come nell’immagine sopra, aprendo Photoshop e lo strumento CURVE. Impostiamo il tipo di opacità su “LUMINOSITA’” in modo che l’intervento non vada ad alterare i colori dell’immagine ma soltanto la luminosità. Nell’immagine di esempio, il recupero interviene in modo graduale agendo soprattutto sui mezzitoni. Con le curve possiamo modificare la luminosità dell’immagine in modo più accurato, dato che ogni immagine è diversa dall’altra.

Anche una fotocamera vecchia come la EOS 30D può arrivare a ISO 6400 in questa maniera, come nell’immagine a seguire:



Come si nota in questa foto (e si spiega meglio in quest’articolo) non c’è una grande differenza nella qualità dell’immagine tra una EOS 30D spinta a ISO 6400 in postproduzione e il file nativamente ISO 6400 di una EOS 7D. La differenza c’è ma non è molta. Inoltre incide di più la maggiore risoluzione della EOS 7D (18MP) rispetto ai soli 8MP della EOS 30D. La reale differenza si ha con un sensore FULL FRAME anche di una “vecchia” EOS 5D Mark2 che essendo grande il doppio ha una densità di pixel molto minore e quindi un rapporto segnale/disturbo decisamente più favorevole.

Questo ci dice un’altra cosa: se ad esempio fare foto ai concerti o comunque usare gli alti ISO è una nostra priorità, piuttosto che rincorrere l’ultima fotocamera uscita nel segmento amatoriale, con sensore APS-c (Canon EOS 600D, 700D 60D, 70D, 7D, ecc), è una scelta assai più sensata l’acquisto di una fotocamera full frame anche usata, di più vecchia generazione. Con tutte le migliorie tecnologiche a livello di sensore e processore, un sensore più grande è semplicemente migliore, anche se di due generazioni precedenti. Con 500 eu oggi possiamo acquistare una EOS 5D primo tipo o una Nikon D700. Se possiamo accettarne le limitazioni (che sono tutte in altri comparti ma NON nella qualità di immagine), non c’è nessuna ragione per spendere il doppio su una fotocamera di ultima generazione che nemmeno raggiunge tale qualità, pure se con una risoluzione superiore. Soldi che possono essere spesi su un’ottica di qualità.

©2015 Marco Palladino - www.fotobiettivo.it  - all rights reserved

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lunedì 25 maggio 2015

Cent’Anni di Fotografia Italiana in Mostra a Torino.

Dal 29 maggio fino al 26 luglio presso la Sala Ipogea dell’Archivio di Stato si tiene la mostra “Una storia della fotografia italiana 1841 – 1941 dalle collezioni Alinari”. 

Oltre 200 fotografie, originali d’epoca, per un percorso che inizia dal Risorgimento e termina con la seconda guerra mondiale.

Le fotografie esposte nella mostra raccontano due storie: quella della fotografia in Italia, che comprende anche opere di fotografi stranieri, e quella dei fotografi italiani, con scatti realizzati anche all’estero. 

La mostra include dagherrotipi, preziosi sia per il supporto su lastra d’argento sia per il fatto che rappresentano un “unicum” non riproducibile; calotipi, negativi su carta, inventati nel 1841 da Fox Talbot; carte salate, albumine, platinotipie, gelatine bromuro d’argento, stampe colorate a mano, autochromes. 

Dalla nascita della fotografia in Francia nel 1839, grazie all’ingegno di Daguerre, passò veramente pochissimo tempo perché quest’arte venisse appresa e sviluppata in Italia. Tra i primi dagherrotipisti troviamo Amici e Duroni e l’esposizione si apre proprio con un dagherrotipo italiano, un paesaggio fiorentino, datato 1841.

Esposti anche gli scatti di Brogi, Caneva, Ponti e dei Fratelli Alinari, che nel 1852 fondarono la famosa casa fotografica fiorentina. 

La nascita dello Stato Italiano nel 1861 fu accompagnato dalla volontà di ritrarre l’unificazione nazionale attraverso una documentazione fotografica dei diversi patrimoni regionali, del folklore e delle tradizioni popolari, produzione che continuerà fino al 1910. 

Il primo Novecento italiano è rappresentato da alcuni tra i più noti fotografi delle diverse correnti artistiche del periodo come il Pittorialismo, con le opere di Guido Rey, Peretti Griva e gli autochrome di Roster, e dagli scatti delle avanguardie come il Futurismo, con Paladini, Wanda Wulz, Castagneri, Parisio, fino ad arrivare agli autori del Neorealismo che si espresse magnificamente nella fotografia e nel cinema italiano. 

Tra i materiali esposti in mostra si possono ammirare alcune delle icone della storia della fotografia italiana: i “Campi di Annibale” di Altobelli, i “Ritratti giapponesi” di Felice Beato, l’”Autoritratto” di von Gloeden, “Io+gatto” di Wanda Wulz, “Mussolini e Hitler” dell’Istituto Luce. 

Nel percorso espositivo è stato incluso anche il patrimonio di fotografie conservato presso le Raccolte Museali Fratelli Alinari. Altri prestiti importanti provengono dalle collezioni torinesi: due stampe in collotipia, Alberobello e il ponte girevole di Taranto, dell’album “Nelle Puglie” realizzato da Vittorio Alinari nel 1914, conservato presso la Biblioteca Reale di Torino; l’Archivio di Stato di Torino ha offerto alcune fotografie sulla famiglia reale, realizzate da Ambrosetti negli anni Ottanta dell’Ottocento, e scatti che ritraggono il lavoro nelle Officine di Savigliano, una delle più importanti società italiane di meccanica, elettronica e carpenteria metallica del XX secolo. 

La mostra è curata da Anne Cartier Bresson, Capo conservatore del Patrimonio, Direttrice del Laboratorio di restauro e conservazione delle fotografie di Parigi, e da Monica Maffioli, storica della fotografia, già Direttrice del Museo di Storia della Fotografia Fratellii Alinari di Firenze. 

@Stefania Cappelletti

venerdì 22 maggio 2015

Paesaggi Industriali alla Mast PhotoGallery di Bologna


Fino al 6 settembre la Mast PhotoGallery di Bologna ospita la mostra fotografica “Industria oggi”, un percorso per immagini nell’industria contemporanea.
La mostra presenta 70 scatti di 24 artisti e fotografi che presentano una riflessione sulla rappresentazione del paesaggio industriale, interessandosi ai processi produttivi e al loro legame con la società, un’indagine sui rapporti di forza e sull’influenza dell’industria sull’uomo e gli effetti sulla natura.

Esposti lavori di grande impatto come la fotografia di Olivo Barbieri, lunga sette metri, che ritrae l’interno di uno stabilimento Ferrari, mostrando come i capannoni ormai siano luoghi molto luminosi e arredati con grandi piante d’appartamento ma completamente deserti; Henrik Spohler e Vincent Fournier hanno fotografato un mondo di dati e prodotti, automatizzati e robotizzati, in cui solo i cartelli aiutano a orientarsi. Nelle foto di Carlo Valsecchi gli impianti produttivi sembrano sculture di una “industrial fiction”.

Il fotografo Trevor Paglen ritrae il cielo e svela, nelle strisce bianche che lo attraversano, la presenza di orbite satellitari e di sistemi di sorveglianza militare a elevata tecnologia.
Thomas Struth nella sua opera “Tokamak Asdex Upgrade Interior 2” si occupa della ricerca tecnologica del Max – Planck – Institut. Le scure immagini stenoscopiche di Vera Lutter rappresentano la ancora presente oppressione e imponenza degli impianti industriali.


Il giapponese Miyako Ishiuchi immortala la centenaria produzione della seta in Giappone.
Esposte anche fotografie che ci ricordano come nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, altamente tecnologica, esistano ancora molteplici diseguaglianze sociali create dal possesso e dall’uso dei mezzi di produzione e dalla competenze, tema affrontato da Jacqueline Hassink, Allan Sekula e Bruno Serralongue.

Ad van Denderen e Jim Goldberg mostrano le variopinte e flemmatiche correnti migratorie in contrapposizioni alle bianche fabbriche vuote. Le immagini scattate da Ed Burtinsky mostrano i luoghi e le attività di riciclaggio delle grandi navi da carico. Gli scatti di Sebastião Salgado ci ricordano che esistono ancora luoghi nel mondo in cui viene intensamente sfruttata la forza lavoro senza limiti.

La mostra include la proiezione di due film: “..Stromness…” di Simon Faithfull, che mostra la stazione baleniera nella Georgia del Sud raggiunta dall’esploratore Sir Ernest Shackleton nel 1917, attualmente abbandonata. “The forgotten space” di Allan Sekula e Noël Burch, film d’essay che documenta il sistema, spesso obsoleto e gravemente dannoso per il pianeta, del trasporto per mare dei containers, vincitore nel 2010 del Premio Speciale della Giuria Orizzonti alla Biennale del Cinema di Venezia.

@Stefania Cappelletti

martedì 19 maggio 2015

Istogramma ed esposizione: comprendere la mappa tonale e la gamma dinamica. Tutorial

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L’istogramma di un’immagine, sia in fase di ripresa (se si utilizza la simulazione di esposizione) che di visualizzazione, è uno degli strumenti di analisi dello scatto tra i più importanti. Un istogramma può dirvi se l'immagine è stata correttamente esposta, se l'illuminazione è dura o piatta, e ciò che si può fare sia in fase di scatto che successivamente in postproduzione. Le due fasi sono strettamente correlate.

Ogni pixel di un'immagine riproduce un colore che è il risultato di una combinazione dei colori primari, rosso, verde e blu (RGB). Ognuno di questi colori può avere un valore di luminosità da 0 a 255 per un'immagine digitale con profondità di 8-bit (tipicamente il jpeg è 8 bit, il formato Tiff è 16 bit, il formato RAW è 14 bit). Un istogramma RGB è la sovrapposizione dei tre canali attraverso i rispettivi valori di luminosità e si conta in intervalli di luce da 0 (puro nero) a 255 (puro bianco).

istogramma

martedì 10 marzo 2015

Donne e Fotografia. Dorothea Lange. Sofferenza ed Estetica



Lei è Florence Thompson.

Quando Dorothea Lange le scattò questa foto nel 1936, la donna si trovava a Nipomo (California) in un campo per raccoglitori di piselli, aveva trentadue anni e sette figli da nutrire.
Florence era una dei molti lavoratori migranti, che negli anni della Grande Depressione attraversavano gli Stati Uniti in cerca di lavori temporanei.
Questa Madonna proletaria, circondata dai figli e con lo sguardo lontano, fa parte di un impressionante lavoro che la fotografa svolse per l’FSA (Farm Security Administration) che l'aveva incaricata di registrare il movimento migratorio dei disperati verso la California tra il 1935 e il 1939.

L’intento giornalistico dell’intero corpus di immagini è innegabile.

Dorothea non si limita a scattare, ma fa interviste, aggiunge note e riflessioni personali, tiene memoria di chi fotografa e perché.
Della protagonista di Migrant Mother - questo il titolo dell'opera - possediamo molte informazioni, più di quante ne abbiamo per altre immagini di altri autori, allo stesso modo iconograficamente note.
Conosciamo il suo nome, la sua età, la sua residenza precaria.
Sappiamo che nel 1938 venne aperta una sottoscrizione pubblica per permetterle di curare il cancro che l'aveva colpita e che una delle sue figlie cercò qualche anno più tardi di impedire ulteriori pubblicazioni della fotografia.
Un lavoro di indagine e approfondimento che, in tal senso, diventerà completo grazie anche all’apporto del secondo marito, l’economista Paul Schuster Taylor, che vi aggiungerà statistiche e analisi dei dati.

Così la fotografa descriveva il suo lavoro: “Qualunque cosa io fotografi, io non disturbo il mio soggetto… io cerco di scattare una foto come parte di un insieme, come se avesse delle radici… cerco di collocarla nel passato o nel presente in modo da renderla perfettamente riconoscibile”.



L’indagine di Dorothea Lange tuttavia non si ferma al fotogiornalismo.

Le sue fotografie sono pervase da una profonda empatia verso i soggetti: il dolore e la disperazione di Florence sono immediate, un pugno nello stomaco per chi la guarda, anche ad anni di distanza e persino estrapolandola dal suo contesto specifico.

Tuttavia il soggetto non diventa iconico solo perché smuove nell'animo sentimenti comuni, il soggetto diventa icona perché è bello, perché estetico.

Affascinata dal movimento culturale della Nuova Oggettiva Tedesca, Dorothea Lange curava con estrema attenzione la composizione dell'immagine fornendo poi, in fase di stampa e di pubblicazione, precise istruzioni su quale dovesse essere il risultato visivo per il pubblico, come dimostrano le diverse versioni della stessa fotografia.



Spesso paragonata nel corso degli anni alle raffigurazioni della Vergine con il Bambino, Migrant Mother trasmette, in tutta la sua cruda durezza, la volontà di ricreare un’evidenza visuale attraverso un’immagine suggestiva, sulla base dell'idea che trasformando la sofferenza in un oggetto estetico questa divenga immediatamente comprensibile.





@Antonietta Usardi

martedì 24 febbraio 2015

Lo zen della fotografia in viaggio: fotografare con gli occhi, ricordare coi sensi.

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Prendo spunto da questo interessante articolo di Leonello Bertolucci su Il Fatto Quotidiano, introduce una riflessione che fa parte dei miei pensieri da diverso tempo. Ho deciso di scrivere un articolo per approfondire (potenza dell’ipertesto!) oltre il piano soggettivo che poi non è mai meramente soggettivo ma sempre epistemologico ed è una riflessione che viene fatta non a caso da molti fotografi della vecchia guardia.

ELEGANCE AND DIGNITY - STORIES FROM INDIA

La fotografia è cambiata in tanti modi ma non nella sostanza. Quello che è cambiato davvero è il suo pubblico, la sua diffusione, il suo motivo d’essere, il senso del fotografare. L’articolo citato fa notare giustamente che per chi si sente fotografo (e non turista dotato di fotocamera), “fotografare – come asseriva Henri Cartier-Bresson – è un modo di vivere; dunque se vivere e fotografare sono inscindibili e si alimentano a vicenda, il tentativo di separarli appare eretico”.

Questa frattura è una cosa che i fotografi sentono, perché è avvenuta e certificata. L’avvento della fotografia di massa, e la diffusione di massa della fotografia, che non è la stessa cosa (la rivoluzione digitale è stato soprattutto questo) ha letteralmente scippato interi settori della fotografia professionale per relegarli (dal punto di vista del fotografo che si sente tale) oppure donarli (se vediamo il processo come una “democrazia dell’immagine”) a chiunque sia dotato di fotocamera e un minimo di tecnica. Sia chiaro che io non prendo posizione, non sono nessuno per farlo e poi chiunque lo faccia è un pazzo, il processo è inarrestabile, ma mi limito da sempre nei miei articoli a notare i pro e i contro dei fenomeni.

Parlando di fotografia di viaggio, anche il turista ha la facoltà di immortalare immagini di ottima fattura che in linea di massima restano alla superficie delle cose. Mai come oggi in un mondo così globalizzato e trasversale nell’economia  e nel mainstream culturale, viaggiare significa andare a scoprire angoli di diversità sempre più nascosti alla superficie, che siano sotto casa o all’altro capo del mondo non fa differenza. Mi sorprende parecchio quando ad esempio vengo contattato da indiani incuriositi dal mio lavoro sulle classi povere dell’India. Una realtà di “casa loro” che a quanto pare ignorano. Così come un fotoreporter indiano potrebbe aver raccontato una realtà nascosta ai nostri occhi, proprio sotto casa nostra, e conoscerla meglio di noi che qui viviamo.

La fotografia di viaggio, democratica o relegata che sia, non è più appannaggio del fotografo professionista, il che la espone a vantaggi e svantaggi. I vantaggi sono presto detti, una quantità  enorme di immagini di ottima fattura e a costo zero. Gli svantaggi sono tutti a carico del senso del fotografare, dell’annoso problema dei cliché fotografici, della difficoltà di leggere in un’immagine qualcosa oltre lo stereotipo che aleggia nella mente del turista. O meglio, che data l’invasione di tante immagini, è più difficile scovare l’originalità del vedere fotografico.  Eppure all’occorrenza anche il fotografo occasionale può trasformarsi in reporter e documentare quello che vede magari per caso. Non che succeda spesso, in fondo rispetto alla quantità di strumenti fotografici in viaggio è sorprendente quanto siano pochi i materiali documentali. Ma qui parliamo dell’opposto, ovvero del fotogafo che come dice Bertolucci è sempre tale e che all’occorrenza vuole immortalare qualcosa che prescinde dall’incarico o progetto.

Che cosa è successo in questi anni? Semplice, il fotografo professionista ha smesso di fare le foto che chiamerei “fuori progetto”, ovvero quelle immagini che il sentirsi fotografo fa sì che si cerchino sempre, anche solo per una mera ricerca estetica. Perché essere fotografo non ti abbandona mai. Ma oggi che lo voglia o no, con una rete che straborda di belle foto a costo zero che coprono ogni angolo del mondo, un fotografo che pure lo è sempre, avrebbe motivo di fare foto svincolate da un progetto? Ecco un esempio, la bellissima foto di Larry Burrows, noto fotoreporter che ha documentato la guerra in Vietnam e che certamente non lavorava come fotografo di viaggio se non occasionalmente, per la rivista Life, perché appunto all’epoca un certo tipo di fotografia non era alla portata di chiunque.

Larry Burrows Taj Mahal 

Non solo Life (che tra l’altro ha chiuso, almeno nella versione cartacea, proprio perché una simile rivista ha perso certe ragioni d’essere) non commissionerebbe più queste foto ai suoi fotoreporter, probabilmente anche il fotografo, come andiamo dicendo dall’inizio, non sente più il bisogno di farle. Chi fotografa per il mondo ha bisogno di una motivazione esterna, non gli basta portarsi a casa un ricordo, desidera portare delle testimonianze, filtrate e concettualizzate in modo studiato, rigoroso e unico, anche se slegate da un discorso organizzato, o progetto che dir si voglia. Per quale altra ragione se non donarla al mondo dovrei creare un’immagine? Il principio di fondo accomuna tutti, è un’esigenza umana condivisa tanto dal dilettante quanto dal professionista (categorie ormai fluide), il che spiega perché i fotoamatori siano tanto pronti a regalare le proprie foto a giornali e riviste, a inondare il web delle proprie creature, senza altro motivo se non il piacere di farle vedere, ma è proprio il professionista a rendersi maggiormente conto del ruolo della fotografia e a fare scelte in totale controtendenza. In un certo senso fa parte della maturità anche stilistica, si arriva appunto allo zen della fotografia. Si fotografa con gli occhi, si continua ad esercitare il proprio sentire di fotografo, irrinunciabile, ma si sa che certe fotografie ormai non hanno più ragione di esistere. Se ne decreta il lutto pubblico. Ma se ne trattiene la memoria e il senso. Si fotografa con gli occhi, si ricorda con tutti i sensi.

D’altronde il fotogiornalismo contemporaneo ha abbandonato già da un po’ certi generi. O si occupa di eventi di cronaca, politica, guerre, ecc. che sono sempre nell’agenda di ogni redazione, oppure è alla ricerca continua di storie minori ma dense di umanità, di spunti di riflessione sull’uomo che prescindono dalle differenze culturali, dai confini geografici ed etnici. Storie piccole ma universali, storie in cui lo spettatore può riconoscerci. È qualcosa che comporta da una parte un avvicinamento importantissimo, piccole storie significa che l’altrove ci è vicino, non alieno. Parlando di reportage ad esempio, la vita quotidiana di chi soffre dall’altra parte del mondo è forse più poetica e umanamente coinvolgente (ci accomuna) che la sua sofferenza ritratta e spiattellata a toni forti, che invece spinge lo spettatore verso un distanziamento. Ma c’è anche una certa dose di narcisismo in parte del pubblico (è una mia modesta opinione), che deve sentirsi rispecchiato nelle storie che vede fotografate e non tollera differenze di identità, religione, pensiero, insomma la diversità. Due rovesci della stessa medaglia. In ogni caso, l’altrove è demodè.

In questo senso secondo me troppo frettolosamente è stata relegata la fotografia di viaggio a qualcosa di appartenente a un mondo che non esiste più. La globalizzazione c’è, è vero, ma le realtà etniche e culturali permangono, aldilà di internet, connessioni virtuali ed economie di grande scala. Forse non basta più semplicemente vederle e fotografare, forse è necessario raccontarle. In questo senso solo un progetto rigoroso può restituire giustizia e conoscenza, anche laddove il pubblico è ormai disinteressato all’altrove che viene percepito come a portata di un volo lowcost. L’altrove esiste, ma è sempre meno esemplificabile da una fotografia. Nessuno si stupirebbe di un’immagine del Taj Mahal ai giorni nostri e dubito che Burrows vorrebbe ancora fare questa fotografia. E poi, a ben guardarla…il cliché della cornice, la luna sopra (è photoshoppata?), ne abbiamo viste troppe di foto così, signor Burrows. Quei neri così chiusi, perché non si iscrive a un corso di fotoritocco?

© 2015 Marco Palladinowww.fotobiettivo.it