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martedì 26 maggio 2015

Salvarsi dal marketing degli alti ISO. Ovvero come vivere felici con la nostra vecchia fotocamera per molti anni

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Siamo ormai abituati alla veloce evoluzione tecnologica nel comparto fotografico e al consumo di informazioni sull’ultimo ritrovato uscito. La curiosità in effetti ci spinge a voler sapere subito ma nei fatti, salvo pochi fortunati, la gran parte di noi acquista fotocamere e obiettivi diversi mesi dopo la loro uscita, nel caso degli obiettivi anche anni (se non addirittura usati). I lettori del magazine sanno che amo fare delle recensioni tardive, che ritengo più utili per l’acquirente reale, spesso confrontando oggetti che si possono trovare ormai solo usati, o comunque accessibili al pubblico più vasto. Ad esempio questa recensione comparativa tra la fotocamera Canon EOS 1Ds Mark2 e la fotocamera Canon EOS 5d Mark2 oppure un confronto particolarmente critico tra EOS 7D ed EOS 30D soltanto per gli alti ISO. Difatti molte innovazioni tecnologiche sono troppo facilmente chiamate “rivoluzioni” quando tutt’al più si tratta di leggeri miglioramenti nel comparto tecnologico (per le fotocamere spesso si tratta di un processore migliore e un firmware aggiornato) .



C’è decisamente una componente spiccatamente psicologica e consumistica nel marketing aggressivo che ha caratterizzato l’ultimo decennio, dico l’ultimo decennio perché nel comparto reflex ad esempio si può dire che le innovazioni tecnologiche sostanziali sono state raggiunte già nel 2006/2007. La competizione è stata spietata e ha investito inizialmente la corsa ai megapixel. Per un lungo periodo, e ancora oggi, la fotocamera con più megapixel aveva un appeal da ultimo ritrovato tecnologico, capace di prestazioni superiori. Questa idea è dura a morire ma tutto sommato ormai anche il pubblico meno smaliziato si è stancato. Esistono cellulari con fotocamere da 40MP. L’idea che i molti megapixel siano sinonimo di qualità è finalmente scemata. Invito a leggere questo nostro articolo di un paio d’anni fa, le cose non sono cambiate di molto. Sappiamo quanto la Sony in congiunzione con Nikon abbia puntato sull’innovazione dei sensori, prima in risoluzione e infine in gamma dinamica, cui è seguito l’aggiornamento Canon con la EOS 5Ds capace di una risoluzione di ben 50 megapixel, benché ancora indietro quanto a gamma dinamica del sensore.

L’ultima frontiera poi è la miniaturizzazione degli apparecchi e la più grande innovazione è certamente quella delle fotocamere mirrorless, Fuji in testa a tutti. Le fotocamere mirrorless ormai hanno raggiunto livelli di qualità del sensore, per quanto riguarda risoluzione, alti ISO, gamma dinamica e output al pari se non superiore in taluni casi alle Reflex di fascia alta. Si legga un articolo come questo pubblicato da Ken Rockwell dove emerge bene che la Fuji X-Pro1 è al pari di mostri come la Nikon D800 o anche la D4.



Pur essendo la risoluzione un parametro che ha perso valore, resta ancora uno della “triade”, forse ormai il meno importante. Per triade intendo: RISOLUZIONE, ALTI ISO, GAMMA DINAMICA. Questi tre parametri ormai decidono il valore tecnologico di un sensore digitale, facendoci spesso dimenticare che attorno a un sensore c’è una fotocamera e che a questa si attaccano degli obbiettivi. É nota ormai la querelle che investe i punteggi assai bassi assegnati dal sito specializzato in analisi dei sensori digitali, DXOMARK, alle fotocamere della Canon. Tipicamente i sensori Canon restano parecchio indietro a causa di una più ristretta gamma dinamica, che non supera i 12 stop anche a bassi ISO, contro i circa 14 dei sensori Sony/Nikon. La gamma dinamica è un fattore importante certo, ma non indispensabile. Inoltre per le applicazioni più tipiche dove occorre ampia latitudine di posa nello scatto, ovvero il paesaggio, le fotocamere moderne danno la possibilità di attivare la modalità HDR (High Dynamic Range) per espandere la gamma dinamica anche oltre i 14 stop totali.

Una cosa che caratterizza i sensori Sony/Nikon è la grande possibilità di recupero nelle ombre. Questo aspetto ci conduce direttamente all’argomento chiave, ovvero: gli alti ISO sono davvero una innovazione tecnologica? Un po’ lo sono, ma è davvero poca cosa. Non certo la rivoluzione tecnologica che vorrebbero farci credere. In buona sostanza gran parte dei miglioramenti sono nell’ottimizzazione del segnale in concomitanza con l’aumento della risoluzione. Questo si traduce in un miglioramento da una generazione di fotocamere all’altra di circa 1/2 – 2/3 di stop in assoluto e 1-1,5 stop, se consideriamo anche il maggiore fattore di risoluzione, ovvero che ad esempio riducendo un file da 36MP (Nikon D800) a 12MP (Nikon D700) anche a parità di rumore digitale l’immagine della Nikon D800 apparirà più pulita, ovviamente.

Funzioni aggiuntive nel menu di Magic Lantern

La più grande limitazione affinché la nostra vecchia EOS 5D (la versione I) o Nikon D700 che sfornano ancora file meravigliosi di dignitosissimi 12 MP (per sapere se ce ne servono davvero di più, invito ancora a leggere questo articolo) riesca ad eguagliare le prestazioni degli alti ISO di fotocamere più moderne, ebbene non è tecnologica, bensì: COMMERCIALE! Canon (così come gli altri brand) si guarda bene dall’offrire un aggiornamento del firmware che potrebbe sbloccare il limite degli alti ISO che nella EOS 5D è ancora a ISO3200. Come superare questo limite?

Esiste un software open source gratuito che è ormai arrivato a livelli di affidabilità notevoli. Si chiama MAGIC LANTERN e va a sostituire il firmware della Canon. Purtroppo funziona solo con Canon. Per le fotocamere Nikon sta nascendo una community simile, si veda il sito https://nikonhacker.com/. Questo firmware alternativo ovviamente fa molto di più, introduce strumenti e ottimizzazioni notevoli soprattutto nel comparto video. Le fotocamere molto vecchie, come la EOS 5D in questione non sono pienamente supportate. In generale anche la gamma dinamica, almeno dell’output di file JPEG viene aumentata e la limitazione degli alti ISO può essere rimossa.

GAMMA DINAMICA AUMENTATA CON MAGIC LANTERN
< Capiamo quindi che i limiti degli ISO sono piuttosto una questione di software che non di hardware. Allora perché non intervenire direttamente noi sul file? La prima regola da seguire è come sempre scattare in RAW (sul perché, leggere questo articolo) che ci consente un maggior recupero nelle ombre e in generale dell’esposizione e un aumento della gamma dinamica rispetto a un JPG 8 bit. In buona sostanza, senza entrare nei dettagli, anche la fotocamera di ultima generazione usa una specie di trucchetto software quando impostiamo gli ISO altissimi, quelli che prima erano chiamati ISO espansi. Anche nella nostra fotocamera di più vecchia generazione quando attiviamo dal MENU gli ISO ESPANSI avremo valori come H1 o H2 che sono valori superiori al massimo considerato accettabile. Quindi se la fotocamera arriva a ISO 3200, H1 sarà ISO 6400. Quello che non sappiamo però è che non sono valori “reali” ma interpolati dal software. La stessa cosa che possiamo fare noi se agiamo in questo modo:

1) IMPOSTARE LA FOTOCAMERA SUL FORMATO RAW

3) ATTIVARE I VALORI ISO ESPANSI E SCEGLIERE IL VALORE MASSIMO

3) SCATTARE CON DIAFRAMMI A MASSIMA APERTURA E UN VALORE DI COMPENSAZIONE (SOTTOESPOSIZIONE) DI “–1” (ottenuto diminuendo i tempi di scatto alla metà, ed esempio da 1/15 a 1/30). Infatti l’unico motivo per cui siamo disposti a sacrificare la qualità di immagine sia alzando gli ISO nativamente sia sottoesponendo è perché siamo già al limite  e i tempi di scatto non sono accettabili.

Ricordiamo che i tempi di scatto al limite possono essere ancora tollerabili se è presente uno stabilizzatore nella fotocamera o nell’obbiettivo (leggere questo articolo). In caso di soggetti in movimento i tempi di scatto sicuri potrebbero comunque non bastare, anche se lo stabilizzatore è attivo, come nel caso della FOTOGRAFIA SPORTIVA. In generale la necessità di ISO molto alti si fa sentire per la fotografia a teatro o ai concerti.

4) APRIRE IL FILE RAW CON UN SOFTWARE EVOLUTO COME DPP (solo Canon), LIGHTROOM O PHOTOSHOP.
Qui possiamo intervenire semplicemente sul valore di esposizione generale e riportare l’immagine a valori di +1 (o +10 se la scala è in centesimi). in alternativa, dato che molto spesso le immagini sottoesposte soffrono soprattutto nelle ombre che risultano molto chiuse, è sufficiente intervenire solo sulla porzione a sinistra dell’istogramma, ovvero possiamo recuperare solo i neri e le ombre (e quindi un po’ i mezzi toni), lasciando inalterate le luci e le alte luci (bianchi). Questo intervento è particolarmente felice con i sensori Nikon/Sony che permettono un grande recupero nelle ombre senza troppo rumore digitale.



Gli interventi possibili in camera oscura digitale sono diversi. Non sempre spostare il selettore dell’esposizione è la soluzione migliore. In generale tutti gli interventi sulla luminosità, tra l’altro su file già scattati a ISO molto alti, introducono una notevole quantità di rumore digitale. Molto meglio intervenire sulle curve (vedi questo articolo). O come nell’immagine sopra, aprendo Photoshop e lo strumento CURVE. Impostiamo il tipo di opacità su “LUMINOSITA’” in modo che l’intervento non vada ad alterare i colori dell’immagine ma soltanto la luminosità. Nell’immagine di esempio, il recupero interviene in modo graduale agendo soprattutto sui mezzitoni. Con le curve possiamo modificare la luminosità dell’immagine in modo più accurato, dato che ogni immagine è diversa dall’altra.

Anche una fotocamera vecchia come la EOS 30D può arrivare a ISO 6400 in questa maniera, come nell’immagine a seguire:



Come si nota in questa foto (e si spiega meglio in quest’articolo) non c’è una grande differenza nella qualità dell’immagine tra una EOS 30D spinta a ISO 6400 in postproduzione e il file nativamente ISO 6400 di una EOS 7D. La differenza c’è ma non è molta. Inoltre incide di più la maggiore risoluzione della EOS 7D (18MP) rispetto ai soli 8MP della EOS 30D. La reale differenza si ha con un sensore FULL FRAME anche di una “vecchia” EOS 5D Mark2 che essendo grande il doppio ha una densità di pixel molto minore e quindi un rapporto segnale/disturbo decisamente più favorevole.

Questo ci dice un’altra cosa: se ad esempio fare foto ai concerti o comunque usare gli alti ISO è una nostra priorità, piuttosto che rincorrere l’ultima fotocamera uscita nel segmento amatoriale, con sensore APS-c (Canon EOS 600D, 700D 60D, 70D, 7D, ecc), è una scelta assai più sensata l’acquisto di una fotocamera full frame anche usata, di più vecchia generazione. Con tutte le migliorie tecnologiche a livello di sensore e processore, un sensore più grande è semplicemente migliore, anche se di due generazioni precedenti. Con 500 eu oggi possiamo acquistare una EOS 5D primo tipo o una Nikon D700. Se possiamo accettarne le limitazioni (che sono tutte in altri comparti ma NON nella qualità di immagine), non c’è nessuna ragione per spendere il doppio su una fotocamera di ultima generazione che nemmeno raggiunge tale qualità, pure se con una risoluzione superiore. Soldi che possono essere spesi su un’ottica di qualità.

©2015 Marco Palladino - www.fotobiettivo.it  - all rights reserved

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martedì 24 febbraio 2015

Fotografe. Wanda Wulz. Fotografie, Futurismo e Sperimentazione



Un volto di donna, un gatto: due immagini restituiscono nitido e perfetto un modello di archetipo femminile, che fece epoca e che proiettò la sua creatrice, Wanda Wulz, nella scena fotografica internazionale.

IO+Gatto, ottenuta dall'assemblaggio di due negativi, presentata proprio a una mostra futurista tenutasi a Trieste nell'aprile del 1932, è senz'altro il lavoro più noto di Wanda Wulz, conservato oggi al Metropolitan Museum di New York.

Per Wanda la fotografia è pane quotidiano.

Palazzo Hirshl, al numero 19 di Corso Italia a Trieste, dove nasce nel 1903, è anche la sede dell'atelier fotografico fondato dal nonno Giuseppe, importante esponente della vita culturale triestina. Wanda e la sorella Marion, istruite dal padre Carlo, famoso per i suoi ritratti femminili, vi lavorano sia come modelle che come fotografe.

In epoca di profonde trasformazioni culturali e sociali, Wanda, pur continuando la tradizione di famiglia e il lavoro in studio, sente il bisogno di trovare una propria via fotografica nel mondo e sperimenta.

Sul finire degli anni Venti,  comincia ad interessarsi al fotodinamismo.
Il principio è affascinante: liberare la fotografia dalla staticità e restituirle il naturale senso del movimento.
Le foto non sono "mosse", per dirla da profani, ma concepite per rendere l'intera traiettoria del gesto: non la singola nota di un concerto ma l'intera sinfonia.

Il passaggio successivo sono i fotomontaggi con effetto dinamico.

Scattare la foto è il primo passo, e per Wanda l'indagine sul movimento perde la propria connotazione fisica, per trasformarsi in una riflessione sul divenire e sul cambiamento.

Io+gatto ne è l'esempio perfetto.



Nell'immagine risulta infatti impossibile separare le due fisionomie: ci troviamo di fronte ad un nuovo essere, una perfetta simbiosi tra umano e felino, una Eva diversa, una nuova visione della donna che rifugge gli schemi tradizionali e cerca liberamente la propria espressione.

La breve ma interessante stagione artistica di Wanda Wulz si conclude sul finire degli anni Trenta, quando la donna abbandona l'arte per dedicarsi alla professione, che lascia solo pochi anni prima di morire.

Wanda Wulz nasce a Trieste il 25 luglio 1903. Le prime esperienze nel campo della fotografia le fa con il padre nello studio fotografico fondato dal nonno. Rimasta orfana a 25 anni, comincia la sua personale carriera artistica ma il suo cammino futurista vede gli inizi solo nel 1931, in seguito all'incontro dell'artista triestina con Marinetti. Alla fine degli anni '30 abbandona il futurismo per dedicarsi alla fotografia professionale. Wanda Wulz muore a Tireste il 16 aprile 1984, dopo aver lavorato come fotografa fino all'età di 77 anni.
Antonietta Usardi

martedì 17 settembre 2013

Corsi di Fotografia Fotobiettivo a Roma 2013

BANNER-CORSI

Ci siamo, il tanto atteso corso completo di fotografia reflex digitale dell'autunno 2013 è in partenza.

Il corso è unico nel suo genere infatti contiene al suo interno ben quattro workshop con tre uscite fotografiche, pratica di fotografia di ritratto con modella, fotografia di paesaggio in Abruzzo, workshop di sviluppo e fotoritocco, workshop di fotografia notturna.

giovedì 30 maggio 2013

Che bella questa foto…merito certamente di Photoshop. Postproduzione e ritocco.

di Marco Palladino

Che bella foto, chissà che interventi hai fatto in Photoshop? Volente o nolente qualsiasi fotografo si trova oggi a confrontarsi con domande del genere. Basti pensare alla foto vincitrice del World Press Photo Award 2013, la bella fotografia di Paul Hansen che tante reazioni ha suscitato, come è giusto che sia, la gran parte però rivolte al fotoritocco, secondo molti eccessivo, e ancora una volta tutti a scagliarsi contro il fotografo, reo secondo molti di aver calcato la mano per spettacolizzare una sua foto solo attraverso un uso quasi pittorico della luce e del colore, sicuramente ottenuto in maniera fasulla in postproduzione, secondo i molti detrattori.

C’è chi è arrivato ad ipotizzare che la luce sui volti, che arriva da sinistra, sia stata ricreata artificialmente dal fotografo in postproduzione, che fosse “impossibile” avere una simile luce. Senza nemmeno bisogno di ricordare che la luce rimbalza e che nulla di irreale appare in questa foto, mi chiedo perché ci sia tanta attenzione al fotoritocco e poca a ciò che la fotografia comunica e soprattutto racconta, trattandosi di immagine giornalistica. Quasi che il “teatro di posa” che è diventata la Palestina ormai faccia parte di una storia infinita, nell’immaginario collettivo, un fatto immutabile: “Toh guarda un’altra foto sui morti ammazzati in Palestina…mah, vediamo che postproduzione ha usato il fotografo…”



Questa la foto incriminata, che molti ormai conoscono


Alleggeriamo il tutto e parliamo di un contesto personale. Mi arrivano spesso domande da parte degli allievi circa la postproduzione dei miei scatti. Registro sempre tra chi inizia la sua avventura fotografica una convinzione che il passaggio in Photoshop sia ciò che dona a una foto la sua atmosfera e la sua intensità. A malincuore arrivano più domande in tal senso che non sulla visione del fotografo, o su ciò che lo ha portato a scegliere una determinata prospettiva, a mettere in risalto determinati elementi, o più semplicemente l’ora del giorno, la luce, ecc.

La postproduzione è un passaggio obbligato, si sa, ma appare agli occhi dei più la scorciatoia, quasi il “trucco di magia” con cui anche un fotografo mediocre può creare quasi dal nulla immagini spettacolari. Che ciò avvenga è risaputo, ma le foto mediocri appaiono spettacolari solo a chi non s’intende di fotografia , anche se ne consuma molta, il che oggi significa una moltitudine di persone. Anche in ambito di fotogiornalismo, si sa, la spinosa questione del fotoritocco fa passare notti insonni alle giurie più prestigiose. Tuttavia ritengo che chi, come nell’esempio della foto di Hansen, spara bordate contro la scelta di postproduzione sia decisamente in malafede. Possiamo ragionare tutt’al più sulla necessità di “finalizzare” (mi piace il termine inglese “tuning” che rende bene l’idea, lo utilizzerò in questo post), dare quel tocco finale a un’immagine, ma in il rischio è che oggi il fotografo “deve” esagerare per farsi notare. Mi chiedo se i fotografi non siano piuttosto vittime, tra l’altro sempre pronti ad aizzarsi l’uno contro l’altro.

Torniamo al ragionamento. Il fotoritocco come alternativa al saper fotografare, in un certo senso è questo che emerge. Non a caso nel fotogiornalismo, anche per tradizione, c’è una scuola di pensiero che sostiene le immagini grezze, dure e dirette e non solo pochissimo elaborate, anche pochissimo “pensate”. Di contro fotografi che hanno fatto della loro firma stilistica particolarmente evidente, spesso ottenuta in camera oscura (tradizionale), un segno di distinzione. In un certo senso la replicabilità del processo digitale ha fatto perdere valore a questo aspetto. I “trucchi” di camera oscura erano tratti distintivi di un fotografo, oggi un plug-in di Photoshop o altri software possono replicare “esattamente” un processo di sviluppo digitale utilizzato da un determinato autore, facendogli così perdere unicità. Chi non ha sentito parlare dell’effetto “Dave Hill” o dell’effetto “Dragan”? Basta cercare su youtube e i tutorial si sprecano.

Se una cosa è replicabile, si sa, non è più arte. Eppure ai posteri il “tocco” tipico delle immagini di questi anni apparirà come una moda. Personalmente vedo nella bella foto di Hansen il tipico “tuning” di questi anni, mi chiedo anche se non ne sia artefice qualcun altro, uno studio, un grafico di redazione. Anzi oggi che siamo tutti free-lance, più che di redazione, un grafico di qualche studio a pagamento. A pensarci bene, questa foto (come altre) è praticamente monocromatica, è un bianco e nero che però non vuol esserlo, con una nota di colore che di per sé suscita delle emozioni (generalmente un viraggio o verso tinte seppia o verso il blu, tipicamente da bilanciamento del bianco o da filtro) ma senza la distrazione indotta dai colori (ad esempio il blu elettrico della tuta indossata dall’uomo a destra).

Possiamo gridare allo scandalo o alla mistificazione? Il colore della tuta è fondamentale per la comprensione della storia narrata dalla foto? Ci muoviamo allora in un ambito dove le scelte non sono più dettate dal “giusto o sbagliato” ma anche e soprattutto dalle intenzioni dell’autore, nella migliore delle ipotesi, o più probabilmente di una redazione. Sono convinto che molti miei colleghi oggi si uniformino a un certo gusto per due ragioni di fondo: moda e opportunità. Non me la sento di dargli torto. Moda perché il gusto corrente predilige e quindi richiede immagini con questo tipo di tuning. Opportunità perché se non ti adegui è possibile che le tue foto siano penalizzate rispetto ad altre, e la concorrenza oggi si sa è spietata, perché il photoeditor di turno (sempre che ce ne sia uno nelle redazioni) a sua volta è condizionato dal gusto corrente. A meno che tu non sia un mostro sacro della fotografia che fa scelte totalmente autonome, uniformarsi alla moda è necessario.

Forse, in conclusione, se il fotoritocco in un certo senso si standardizza, la cosa non è poi così da temere. Magari in questo modo sono le foto a parlare più che il tuning. Forse che in bianco e nero le foto erano/sono tutte uguali?

IMG_8791_B&W 
Foto che ha suscitato curiosità negli allievi per la postproduzione che si supponeva molto elaborata

Personalmente, negli anni sto tornando sempre più verso il bianco e nero, vero e proprio. Il colore mi disturba, talvolta è protagonista di un’immagine, come nelle note fotografie di Steve McCurry ma il più delle volte distrae. Sta al fotografo non introdurre colori invadenti nelle sue foto, ma oggettivamente, pensando alla foto di Hansen, avrebbe dovuto chiedere alle persone in lutto di indossare abiti meno colorati? Una riflessione sul colore non può certo ridursi a queste poche righe. Mi sento di aggiungere che ormai note di colore forti e nette sono un espediente per catturare l’attenzione di un gusto più di massa. Così facendo tuttavia si “distrae” l’osservatore e non lo si induce a percepire un’immagine nella sua essenza, di forma, spazio, luce.

Perché il rischio è questo, che se una foto appare ricca di intensità anche grafica, è opinione corrente che sicuramente la postproduzione l’ha resa tale. In un certo senso si rischia oggi che un bravo fotografo che ha scelto finemente momento, composizione, luce, ecc. sia ritenuto tutt’al più un bravo “fotoritoccatore”. Personalmente e per lavoro io devo dialogare anche con chi è inesperto di fotografia (e mi piace farlo) e devo tener conto di ciò che una foto suscita. Una forte dose di contrasto, che si sa regge bene solo su foto che sono perfette dal punto di vista di luce ed esposizione, può apparire come un fotoritocco elaborato e complicato, tale da far pensare: “bella…che cosa hai fatto in photoshop?”. Una sensazione che sarebbe bene non suscitare.

Potrà sembrare incredibile ma questa foto dentro photoshop non è nemmeno passata. Il lavoro c’è, tutto sul RAW, ma quel che è stato aggiustato finemente è il dosaggio di luminosità e di contrasti, niente è stato introdotto o alterato. La foto a colori da cui “partiva” (nel RAW i dati sul colore sono sempre presenti anche se abbiamo utilizzato un effetto monocromo nella fotocamera) è questa, un’immagine a colori sì ma, per meglio dire, l’immagine come era prima dell’ultimo intervento di passaggio al bianco e nero.

IMG_8791

La fotografia a colori lascia intravedere meglio come gli interventi correttivi siano avvenuti esclusivamente per un’ottimizzazione della luce, dove ricerco una curva tipicamente non digitale, con maggiore contrasto sui mezzitoni e compressione delle alteluci. Il digitale richiede una ottimizzazione di questo tipo perché registra la gamma tonale in maniera lineare, a differenza delle pellicole che hanno ciascuna una sua curva caratteristica.

Il colore qui è importante per trasmetterci l’atmosfera, la luce calda sul metallo, trattandosi di foto fatte all’alba, il contrasto cromatico tra questa e il blu dello sfondo o delle tute degli operai. Tutto questo non si perde interamente nel viraggio al bianco e nero, perché i contrasti cromatici si trasformano in contrasti di luce. Uno scatto di partenza con passaggi tonali puliti rende immagini in bianco e nero altrettanto nette. Direi che anzi il bianco e nero rende visibili maggiormente i passaggi di luce altrimenti camuffati dal colore (rivedere la foto in B&N).

Spero che da questa trattazione evidentemente parziale e solo abbozzata nasca una riflessione ulteriore, non ho la pretesa di possedere la verità su un argomento così controverso ma spero di aver fatto un po’ di luce partendo dalla mia personale esperienza di fotografo alle prese continuamente con dubbi amletici circa la post-produzione.

Può tornare utile leggere anche questi articoli che ho scritto sul medesimo argomento, partendo da spunti differenti.


FOTORITOCCO E POSTPRODUZIONE: DOVE E' IL LIMITE?

LA CURVA DI CONTRASTO CARATTERISTICA: PELLICOLA E DIGITALE

Tutti i post sul tema FOTORITOCCO  >>>
Buona discussione…
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giovedì 27 settembre 2012

PHOTOSHOP CS6 e prova delle nuove potenzialità di Camera Raw 7.0

di Marco Palladino

Sto provando da alcuni giorni la versione CS6 di Photoshop. Il motivo che mi ha convinto non è tanto legato alle nuove funzioni di Photoshop in sé, sicuramente utili miglioramenti (come ad esempio l’interfaccia per il ritaglio, notevolmente ampliata nelle funzionalità) quanto piuttosto l’ottimizzazione degli algoritmi di esportazione dei file RAW, di cui s’è detto molto, e le nuove funzioni di calibratura delle luci che il nuovo camera raw così come Lightroom 4 ha introdotto.
 
cs6-croptool

martedì 18 settembre 2012

Fotoritocco e post-produzione fotografica: dove è il limite tra semplice sviluppo e alterazione? Esiste la foto naturale?

di Marco Palladino

anteprima

Dall’avvento della fotografia digitale, si è aperta la possibilità di interventi massicci in fase di post-produzione, gli stessi che prima richiedevano operazioni più laboriose in camera oscura. La cosiddetta post-produzione non è altro che ciò che veniva comunemente chiamato “sviluppo fotografico” con la pellicola, allorché la fase di elaborazione post-scatto non si limitava solo a “sviluppare” correttamente il film (o creativamente, si pensi ad es. al cross-processing), bensì anche a reinterpretare la foto fino alla fase di stampa.

domenica 1 aprile 2012

Fotografia paesaggistica: corretta esposizione - NOTE

di Marco Palladino

Uno scatto fatto "di sfuggita" mentre salivo a Forca D'Acero per recarmi alla mostra di Pescasseroli, un momento di particolare bellezza del cielo che non si è più ripetuto nei giorni seguenti. Posto questa foto per ragionare su alcuni aspetti della resa delle luci nel digitale.
 
_MG_3150
EXIF: CANON ESO 40D, EF 17-40L @17, F9, 1/200, ISO100
 
E' frequente in questo tipo di fotografia paesaggistica dover affrontare una scelta problematica sull'esposizione da usare.

venerdì 30 settembre 2011

Adobe rilascia gli ultimi aggiornamenti di Camera Raw 6.5 e Lightroom 3.5, disponibili al download


Adobe ha rilasciato Photoshop Lightroom 3.5 e Camera Raw 6.5. Queste sono le versioni finali degli aggiornamenti che sono stati originariamente pubblicati come 'RC' (release candidate) sul sito Adobe Labs, e sono disponibili per il download immediato. Le ultime versioni forniscono il supporto di conversione RAW per 15 nuove fotocamere, tra cui: Olympus E-P3, E-PL3 e E-PM1, Panasonic G3 e GF3, Pentax Q e Sony NEX-C3, NEX-5N, SLT-A35, SLT-SLT-A65 e A77. Anche una serie di dorsi digitali (medio formato) della Leaf e della Phase One sono ora supportati.


Le seguenti fotocamere sono supportate da quest'ultima release:

•Fuji FinePix F600EXR
•Hasselblad H4D-60
•Leaf Aptus II 12
•Leaf Aptus II 12R
•Nikon Coolpix P7100
•Olympus E-P3
•Olympus E-PL3
•Olympus E-PM1
•Panasonic DMC-FZ150
•Panasonic DMC-G3
•Panasonic DMC-GF3
•Pentax Q
•Phase One IQ140
•Phase One IQ160
•Phase One IQ180
•Phase One P40+
•Phase One P65+
•Ricoh GXR MOUNT A12
•Sony Alpha NEX-C3
•Sony Alpha NEX-5N
•Sony SLT-A35
•Sony SLT-A65
•Sony SLT-A77

Clicca qui per scaricare Adobe Photoshop Lightroom v3.5 (Windows)

Clicca qui per scaricare Adobe Photoshop Lightroom v3.5 (Mac)

Clicca qui per scaricare Adobe Camera Raw v6.5 (Windows)

Clicca qui per scaricare Adobe Camera Raw v6.5 (Mac)

lunedì 12 settembre 2011

Apporre copyright o watermark in filigrana alle immagini per proteggere le foto dalla copia e diffusione non autorizzata

di Marco Palladino

Con la diffusione delle immagini su diversi supporti digitali, è diventato molto importante, per chiunque pubblichi una foto, anche semplici ricordi delle vacanze, segnalare la proprietà dell’autore su queste immagini.

La facilità con cui le nostre immagini navigano sul web su piattaforme quali facebook e flickr non ci tutela infatti dalla possibilità che queste vengano scaricate e utilizzate per pubblicazioni o siti che non segnalano all’autore di aver utilizzato le sue immagini né tantomeno indicano sui loro siti la paternità dell’opera.

mercoledì 19 gennaio 2011

BIANCO E NERO DIGITALE - GUIDE E TUTORIAL - SI PUO' PARLARE ANCORA DI BIANCO E NERO NELL'ERA DIGITALE?

di Marco Palladino

 
 
E' comune pensare alla fotografia classica come "bianco e nero " anche per chi si affaccia oggi alla fotografia, nell'epoca del digitale, laddove la distinzione tra colore e bianco e nero ha perso di senso, da un punto di vista meramente tecnologico.

venerdì 5 novembre 2010

RAW oppure JPEG. Tutti i colori delle nostre fotografie. Quale formato digitale usare e perché

di Marco Palladino



RAW e JPG hanno i loro vantaggi e svantaggi ma la prima cosa da considerare è il tipo di utilizzo che si farà delle foto: web, stampa a casa, stampa in grandi formati, giornali, brochure, cartelloni, ecc..

Per distinguerne i vantaggi e gli svantaggi è fondamentale capire come una reflex digitale cattura le immagini e quali siano le differenze tra l'8-bit e il 16-bit di un file di immagine.



Il sensore
I sensori delle fotocamere digitali catturano la luce visibile all'occhio umano. Con l'aiuto di un filtro Bayer, che suddivide e organizza lo spettro totale visibile della luce nei colori primari rosso, verde e blu (RGB).



I pixel sono sensibili ad uno solo di queste tre lunghezze d'onda, in proporzione 50 % verde 25% Rosso, 25% Blu.

Questo sistema imita l'occhio umano, che è più sensibile al giallo-verde. Il sensore salva questi dati di colore in tre canali separati, i cosiddetti canali RGB.
 

I canali RGB
I sensori RGB sono in grado di catturare le lunghezze d'onda al di là delle capacità dell'occhio umano, in particolare nell'infrarosso, pertanto vengono montati filtri speciali per escludere questa parte dello spettro, mentre è inclusa parte dell’ultravioletto, dove gli umani possono vedere i riflessi fino a una certa lunghezza d’onda, ma non la stessa. Di conseguenza, lo spazio colore RGB ha alcune limitazioni nello spettro blu-viola, dove non è del tutto in grado di riprodurre la saturazione (colore puro), tonalità (colori puri senza tinta o ombra) e ombre che invece l'occhio umano è capace di distinguere.

Per riprodurre i dati acquisiti dal sensore su un monitor, i software ricombinano i dati acquisiti nei canale RGB per riprodurli in modo tale che l'occhio umano li percepisca come "naturali".

Lo standard sRGB 8-bit, utilizzato nelle immagini JPG, è lo standard della maggior parte dei browser e monitor di oggi, ed è in grado di riprodurre 256 colori puri per canale RGB, per un totale di 256 * 256 * 256 = 16,8 milioni di colori.

Mescolando le diverse sfumature di rosso, verde e blu, possiamo creare una vasta gamma di colori, come ad esempio:
255-000-000 = Rosso
000-255-000 = Verde
000-000-255 = Blu
255-255-000 = (Rosso + Verde) Giallo
000-255-255 = (Verde + Blu), Ciano (blu chiaro)
255-000-255 = (rosso + blu), Magenta (rosa scuro)
 
Con 8-bit di spazio colore RGB in grado di riprodurre 16,8 milioni di colori, e considerando che l'occhio umano è in grado di distinguere al massimo 10 milioni colori e circa 150 tonalità, questo può sembra già più che sufficiente. Ma non è così.
Il sistema RGB infatti utilizza solo numeri interi (senza decimali), che, nel caso di immagini a pochi bit, può provocare parecchi errori grossolani nelle sfumature che l'occhio umano è capace di distinguere, ma che sono "fuori gamma" per un dato spazio di colore.
 
Nel convertire l'intero spettro della luce visibile in un sistema a colori con una gamma tonale di soli 256 punti (tonalità), non sempre si riesce a "ingannare" il cervello per indurlo a vedere un tono continuo o sfumatura.
Inoltre, quando il sistema rileva un fuori gamma di colore, utilizza il suo vicino più prossimo (di colore più simile), tale che possa risultare inaccettabile per l'occhio umano.  In questo caso, un fenomeno chiamato "banding" diventa visibile: ovvero la rottura di colori in "strisce" di passaggio da una tonalità all'altra, mentre nel passaggio dal colore al bianco i canali RGB tipicamente “si bruciano” in diversi punti, causando strane zone di transizione. Questa è una delle ragioni per cui evitare accuratamente di bruciare i mezzi toni in fase di scatto.
 
Questi difetti di immagine possono verificarsi anche quando si fa la conversione di file di pochi bit da uno spazio colore ad un altro, dove il sistema cerca di adattare o modificare i colori presenti nello spazio colore di origine (come Adobe RGB) per lo spazio di destinazione (come sRGB), che può comportare variazioni di colore ambigue, posterizzazione o dithering.
 
Ciò è particolarmente evidente quando la conversione è da uno spazio colore a 8 bit con una gamma relativamente stretta a uno con un gamut ancora più ristretto, come da 8-bit sRGB in CMYK 8-bit (4 colori pre-stampa), per esempio.
In questo particolare caso, alcuni dei rossi verdi e viola sono letteralmente cancellati, mentre i blu - del cielo per esempio - perdono una notevole quantità di saturazione e chiarezza, che è praticamente impossibile recuperare.
 
 
Le fotocamere digitali oggi permettono acquisizioni a bit maggiori: in genere 12 o 14-bit per i file RAW, mentre è disponibile il 16-bit nei software di editing digitale (es. Photoshop).
Un file 16-bit contiene un totale di 65,536 x 65,536 x 65,536 colori ovvero 281.000 miliardi, rispetto ai soli 16,8 milioni dell’sRGB.
Ciò non solo riduce notevolmente gli errori di arrotondamento, ma consente anche la riproduzione di una più ampia gamma di colori / tonalità rispetto all’ sRGB, motivo per cui 16-bit dei file sono i ideali in combinazione con un cosiddetto profilo colore di ampio gamut, come Adobe RGB, CIE RGB o ProPhoto RGB.
 
 
JPG o RAW?
La grande maggioranza della stampa professionale e dei fotografi di eventi sociali tendono a scattare in formato JPG, perché in genere producono grandi quantità di immagini a relativamente bassa risoluzione finale da usare velocemente per album fotografici, giornali web. In questi tipi di workflow, i vantaggi aggiuntivi del formato RAW sono scarsamente rilevanti, mentre le richieste di elaborazione supplementare del formato RAW diventa uno svantaggio.
 
Al contrario laddove si produce una quantità limitata di immagini, mirate alle alte risoluzione e / o grande formato finale, come opuscoli patinati, tavole, manifesti, mostre, ecc. Il formato raw dà notevoli vantaggi per la qualità finale.
 
La differenza fondamentale tra questi due formati di file, deriva dalla modalità diverse in cui le fotocamere digitali registrano nella memoria le informazioni catturate. Nel caso del JPG, la fotocamera interpreta le informazioni catturate dal sensore in base alle impostazioni della fotocamera (nitidezza, profilo colore, contrasto, WB, ecc), esegue insomma un vero e proprio fotoritocco e infine scrive un file compresso a 8 bit in memoria.
 
La compressione JPG, oltreché l’8 bit invece che 14, è anche il motivo principale per cui questo formato di file è meno adatto per l'elaborazione e alla post-produzione, perché ogni volta che un file JPG è ri-salvato, l'algoritmo di compressione comprime nuovamente il file, eliminando così informazioni sempre più fino a un deterioramento visibile, a volte anche solo dopo due o tre salvataggi.
 
A scopo di confronto, direi che il formato di file JPG è come una stampa fotografica (come scattassimo con una polaroid che produce stampe molto grandi): è possibile convertirlo e lavorarlo, ma, qualunque cosa uno faccia, non si potranno mai recuperare tutti i dati acquisiti al momento dello scatto, nemmeno nella macchina fotografica che ha prodotto il file originale.
 
E’ buona norma ovviamente non sovrascrivere mai sui Jpeg originali dopo aver eseguito dei ritocchi, e possibilmente salvare le bozze in un formato non compresso come il TIFF.
 
 
Canon Digital Photo Professional, software fornito
gratuitamente per convertire i file RAW (.CR2)
Il RAW è tutta un’atra cosa. E’ un vero e proprio negativo da cui si possono trarre “positivi” elaborati in maniera diversa l’uno dall’altro senza registrare alcuna modifica al RAW stesso. Tutti i dati grezzi registrati dal sensore vengono scritto direttamente alla memoria così come sono a 12-bit o 14-bit per canale, insieme a una serie di tag (dati di scatto) e di un codec, che segnalano al convertitore RAW come interpretare inizialmente il contenuto del file e tradurlo in un’anteprima. Così, quasi ognuna  delle decisioni prese al momento dello scatto (bilanciamento del bianco, stili fotografici, colori, ecc ma certo non diaframma né tempi né ISO) può essere annullata, semplicemente istruendo il convertitore RAW per interpretare i dati disponibili in modo diverso durante la conversione o "demosaicizzazione".
Come risultato, al momento della pre-elaborazione di un file RAW possiamo correggere i difetti ottici (CA, vignettatura, distorsione della lente, ecc) e modificare praticamente tutti i parametri di ripresa, con l'eccezione di messa a fuoco, diaframma, tempi, esposizione, ecc.
 
Allora perché usare il JPG?
Se la tecnica fotografica è rigorosa, un file JPG ben esposto che esce da una DSLR di oggi può competere tranquillamente con una scansione da pellicola 35mm, che sia da diapositive o negativi. Come tale, il JPG è un formato di file grande qualità, nonostante i suoi limiti rispetto a RAW.
 
Principali svantaggi:
* 8-bit di colore.
* Un tipico file JPG ha una gamma dinamica nell'ordine di 6-8 EV (a iso 100), rispetto ai 11-12,5 EV del RAW. Per riferimento, la latitudine di posa della pellicola è dell'ordine di 11 EV.
* JPG ha molta poca latitudine di posa nelle alte luci. I file RAW in genere può essere recuperato fino a 1 EV, che significa essere in grado di recuperare dettaglio colore che in un file JPG sarebbero al di là di risparmio.
* L'esposizione, bilanciamento del bianco, bilanciamento colore, profilo colore, saturazione, luminosità, contrasto, nitidezza, ecc, sono bloccati ai valori fissati a scatto.
* Può essere ingrandito (con notevole perdita di qualità), ma non interpolato al meglio per più grandi dimensioni.
* Non può essere ritoccato senza (alcuna) perdita di qualità
 
Vantaggi:
*Soprattutto in combinazione con l’ultima generazione fotocamere DSLR, invece, il formato JPG ha anche una serie di importanti vantaggi, come poter attivare già
nella fotocamera correzioni avanzate delle immagini e manipolazioni importanti quali: la riduzione del rumore, anti-CA, D-lighting (ottimizzazione delle luci), riduzione effetto occhi rossi, filtri, ecc.
 
*Ci ibera dal dover acquistare/usare software di fotoritocco.
 
*Formato molto più "leggero" (in Mb.) Rispetto a RAW o TIFF, occupa uno spazio minore sulle schede di memoria, ecc
 
*Pronto per la condivisione (web, stampa). Immaginate di stare in vacanza, potete inviare immediatamente le foto ai vostri amici o metterle sul vostro blog.
 
* Esiste sempre la possibilità, se si dispone di memory card sufficientemente capienti, di scattare con il doppio formato, RAW + JPG, alcune fotocamere ci permettono anche di scegliere un formato più piccolo e compresso per il JPG se attivate la combinazioni, molte invece in quel caso permettono solo il JPG Large (o Fine).
 
Riagganciandoci al discorso iniziale, uno dei grossi limiti del JPG è proprio il non poter più modificare le informazioni sullo spazio colore (sRGB, AdobeRGB, ProPhoto) e sostanzialmente la nostra fotocamera ci limita alle due sole opzioni: sRGB o AdobeRGB che tali restano nel file finale, salvo conversioni che, come detto, producono perdite notevoli.
 
Perché e quando usare il RAW?
Il formato di file RAW è principalmente orientato ai flussi di lavoro professionale, per la stampa e/o altre applicazioni ad alta risoluzione e grandi dimensioni.
 
Nikon Capture,  per convertire i file RAW (.NEF)
Il migliore esempio di ciò è che molte agenzie professionali online richiedono ai loro fotografi di fornire file ad alta risoluzione (300 dpi.) Anche file TIFF, con una dimensione minima di file nativi di 6 Mp.
Un file nativo di 12-bit a 10 MP formato RAW pesa circa 15 Mb, e convertito diventa circa 30 Mb se a 8-bit RGB, in formato TIFF, o addirittura 60 Mb. se 16-bit RGB TIFF o 40 Mb. 8-bit CMYK file TIFF.
 
Come il formato JPG può essere paragonato a una stampa fotografica, così il formato RAW è paragonabile a una pellicola negativa (compresa la sua necessità di un camera oscura - virtuale - ovvero post-produzione), ed ha i suoi vantaggi e svantaggi che, a parte la indubbia qualità, sono direttamente correlati con le applicazioni che il fotografo ha in mente.
 
 
Principali svantaggi:
* Flusso di lavoro intensivo: deve essere posta trasformato per creare un file "usabile", un JPG, TIFF o PSD.
* Non molto pratico per l'elaborazione simultanea di grandi quantità (diverse centinaia) di immagini. L'elaborazione batch è un'opzione, ma elimina molti dei vantaggi del formato.
* Pesante (in Mb.). I file RAW sono circa 4 volte più grandi dei file JPG di qualità bassa e molto compressi, mentre i file RAW convertiti a 16-bit RGB TIFF sono fino a 15 volte più grandi.
* Richiede investimento e conoscenza nel settore della manipolazione, software di ritocco , ecc.
 
Vantaggi:
* Formato nativo di 12 o 14 bit in formato, si converte in file 16-bit TIFF o PSD.
* Adatto al fotoritocco spinto e alla manipolazione.
*I RAW Possono essere convertiti in formati di file diversi, risoluzioni e profili colore senza alcuna degradazione dell'immagine.
* Possono essere interpolati per ottenere immagini di più grandi dimensioni rispetto ai file nativi con perdita di qualità trascurabile.
* Molti parametri di scatto e impostazioni della fotocamera usati al momento dello scatto possono essere cambiati (es. Il bianco e nero ritorna al colore), ad eccezione di: punto di messa a fuoco, diaframma, profondità di campo ed esposizione. A seconda del convertitore RAW utilizzato, a questi parametri modificabili si aggiunga anche:
- Compensazione dell'esposizione (+ / - 2 EV o più)
- Bilanciamento del bianco
- Bilanciamento colore
- Saturazione
- Nitidezza
- Riduzione del rumore
- Luminosità, contrasto
- Ottimizzazione delle ombre (schiarire le ombre)
- Correzione dell'aberrazione cromatica
- Correzione lente
- Etc.
 
Pertanto, ho raccomandato finora il RAW anche nei miei corsi di base, per lo spazio che ci lascia per manipolare le immagini senza dover passare per un vero e proprio fotoritocco con photoshop o programmi simili
 
Inoltre, è raccomandabile sempre usare RAW in situazioni di ripresa particolari, come con la luce artificiale, condizioni di scarsa luminosità, scene retro-illuminate, e in ogni altra situazione in cui ci sono seri rischi che la fotocamera fallisca i suoi automatismi che poi nel JPG non si possono più correggere: esposizione, bilanciamento del bianco, bilanciamento del colore e contrasto.
 
Anche se il formato RAW richiede inizialmente un lavoro supplementare, ci sono diversi modi di salvare queste impostazioni di conversione per fare eventuali conversioni future in meno tempo, e/o per facilitare la conversione in batch (cioè più foto contemporaneamente). I convertitori raw di Nikon View e Capture (tutte le versioni) così come di Digital Photo Professional della Canon (gratuito) consentono all'utente di salvare le modifiche come tag da usare per altri RAW. I dati dell'immagine originale non vengono modificati in alcun modo durante questo processo, mentre le impostazioni delle immagini originali restano a disposizione.
 
Programmi come Phase One Capture One e Adobe Camera RAW salvano le modifiche apportate dall’utente in un file a parte, talvolta nella cartella dove stanno i RAW originali, creando dei file XML, che permettono anche di rivedere le impostazioni utilizzate per la conversione.
 
© 2010 Marco Palladino
 
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giovedì 22 ottobre 2009

Ridimensionare immagini in Photoshop - TUTORIAL

di Marco Palladino

Questo facile tutorial affronta una funzione di gestione delle immagini apparentemente banale ma che invece presenta diversi aspetti da chiarire. Ridimensionare un'immagine è un procedimento veloce, che si può impostare facilmente sia in batch sia nelle azioni automatiche di Photoshop (uno strumento potente per elaborare set di immagini o per eseguire più operazioni con un solo click).
Innanzitutto ci può servire di ridimensionare delle immagini, prima ancora che per inviarle o pubblicarle sul web, anche solo per creare archivi portatili (es. su pennette USB o hard disk portatili) o anche nel caso si posseggano due computer e, ad esempio, si voglia avere un archivio parallelo di immagini sul laptop (solitamente avente meno spazio e comunque un monitor ridotto rispetto al PC domestico).   
 
E' bene chiarire una cosa: se pure abbiamo un monitor da 24 pollici, la massima risoluzione che ci consente in visualizzazione è 1600x1200 pixel, una dimensione ormai di gran lunga inferiore alla risoluzione di qualsiasi macchina fotografica economica. Quindi se non si deve intervenire con il fotoritocco immagini superiori alla risoluzione del monitor non offrono maggiore dettaglio (a prescindere dai DPI, pixel per cm) ma solo maggiore "pesantezza".
Mi capita spesso di ricevere allegati di locandine, immagini grafiche, anche foto ricordo, che non sono state ridimensionate o che comunque eccedono la capacità risolutiva del monitor...uno spreco assurdo di spazio che rende le mail pesanti e che sortisce l'effetto di cestinarli subito invece che salvarli a promemoria. E' quindi opportuno per chiunque gestisca immagini (quindi non solo fotografi) saper utilizzare almeno questo strumento.

In Photoshop l'interfaccia è facile e intuitiva, in IMMAGINI > DIMENSIONE IMMAGINE (n.b. la versione di ps che illustro con le immagini è in inglese):